Mark Spragg.
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DOVE I FIUMI CAMBIANO CORSO.
Parte 2.
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Titolo originale: Where rivers change direction.
Traduzione di: Stefano Viviani.
2001. Ugo Guanda Editore, PARMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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DOVE I FIUMI CAMBIANO CORSO.
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Indice di questa parte.
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9. Tommy Two.
10. Adozione di un orso.
11. Svernamento.
12. Vento..
13. Contraccolpo
14. La pulitura del canale.
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Fine Indice.
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9. TOMMY TWO.
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Le assi sono di pino e abete, tagliate grossolanamente. Sono di
diverse lunghezze e vengono messe insieme per formare un pavimento
grigio come steatite e lisciato da sessant'anni di strascicamenti
di suole di stivali. Il pavimento presenta avvallamenti
consumati - dalla porta d'ingresso alla stufa, dalla porta d'ingresso
al bagno - eppure, nei punti in cui  pi sottile misura
sette centimetri di solido legno, fissato a travetti spessi come il
collo di un uomo. Non ci sono segni di cedimento. Le fessure
tra le assi sottili come fogli di carta sono state saldate ermeticamente
con granelli di terra, sabbia, cenere e concime. La mistura
si  infiltrata, gonfiata con il freddo, infiltrata ancora una
volta, gonfiata ancora una volta, legandosi con le fibre del legno
come avrebbe fatto la malta.
L'interno, le pareti e il soffitto, sono di abete giunto a linguetta
e cava. Una volta ci hanno passato sopra un solo strato
di vernice di gommalacca. La pellicola si  consumata e il legno
grezzo  ricomparso in gruppi di ombre confuse sopra i letti. Si
sta pelando in dorate e fragili forme di foglia - sferiche e reniformi
- per tutta la lunghezza degli angoli, dal pavimento al
soffitto, e lungo il battiscopa. Ci sono diverse mensole e due
cassettoni. Sotto ogni mensola hanno messo chiodi senza testa
per appenderci gli abiti. Ci sono un gruppo di brande e due
letti a castello. Tre sedie di legno fungono principalmente da
comodini. Spinta contro la parete vicino alla stufa c' una poltrona
con le molle. La sua posizione  ben precisa: due centimetri
pi vicina alla stufa e prenderebbe fuoco. Assorbe ed
emana calore come se fosse un quinto inquilino. Nella sua fodera
sono rimaste tracce del rosso sangue e del motivo pasley
purpureo del tessuto originario, ma i braccioli sono completamente
lisi e lo schienale e il sedile sono rattoppati con della tela.
A volte, la sera, un uomo si siede in poltrona, si sfila gli stivali,
li allinea agli altri stivali dietro la stufa, si accomoda sulla tela
calda e si addormenta.  compito mio garantire che l'unica cosa
a prendere fuoco nel bungalow sia la stufa. Io mi alzo e sfilo
la sigaretta accesa dalla mano dell'uomo. Sollevo con il cricco il
coperchio della stufa e ci butto dentro il mozzicone. Prendo
una coperta dal letto dell'uomo e gliela metto addosso. Se si
sveglier nel cuore della notte, si avvolger nella coperta e andr
ad accucciarsi nel suo letto. La scena si  ripetuta decine di
volte.
Questo  un bungalow con una sola stanza per uomini sfiniti.
In estate vivo qui con i cowboy pi anziani. Qui dormiamo e
ci laviamo. Il nostro lavoro si svolge all'aperto. Capita che un
uomo passi tutta la giornata chiuso qui, ma ci significa che 
malato, o che si  fatto molto male ed  troppo cocciuto per andare
all'ospedale. Se  abbastanza forte e la giornata  mite, si
alzer e aprir la porta, cos potr vedere il sole sui pini e sulla
salvia. Non vorr avere una porta tra s e il suono del Libby
Creek che si muove sul suo letto di pietre comuni.
Nella stanza in cui si dorme ci sono due finestre con sei pannelli
di vetro soffiato a mano, nel bagno ce n' una pi piccola
a quattro pannelli. La finestra del bagno  incardinata in alto e
pu essere bloccata e tenuta aperta con un cuneo di pino che
teniamo in piedi in un angolo. Non c' zanzariera. Tutti i pannelli
delle finestre sono pieni di bolle, quando il sole ci batte
sopra producono vortici di prismi di luce, nell'ombra diventano
come garza, e di notte proiettano riflessi distorti. La porta 
fatta con sei assi verticali e un gancio di legno che s'infila in un
occhiello di legno. Per entrare dall'esterno tiriamo una striscia
di cuoio che solleva il gancio e permette di aprire la porta.
Nel bagno c' un tubo che porta l'acqua fredda al lavandino,
alla doccia e alla tazza. Il bagno  un gradino pi in alto del resto,
 stato aggiunto successivamente e ha un pavimento in linoleum
con motivo floreale. Mi sono interrogato sul linoleum. Ha solamente
un paio d'anni. Penso sia stato posato a causa degli uomini
maldestri che hanno vissuto qui. In alcuni punti il linoleum 
affondato, e m'immagino il pavimento di legno sottostante
macchiato e marcito. Sul lavandino c' uno specchio chiazzato e
sopra una lampadina nuda da quaranta watt. Nessuno sta in
bagno pi del dovuto. Gordon e John i denti se li sfregano seduti
sul letto e per sputare escono oltre la veranda.
Non ci sono tende, n piante. C' un calendario che pubblicizza
una sella e un negozio di finimenti. Ogni due settimane
viene fatto il cambio delle lenzuola, i pezzi del bagno vengono
strofinati e viene passato uno straccio sul linoleum. Io tengo
spazzato il pavimento della stanza dove viviamo e, dato che
preferisco gli arcobaleni lindi, pulisco i vetri. E sono sempre
l'ultimo ad addormentarmi. Mi sdraio al buio, ascoltando il ticchettio
della stufa, il vento nella canna fumaria, il torrente, i rumori
degli uomini che dormono. Conosco i loro colpi di tosse, i
loro gemiti. Quando borbottano e si lamentano nel sonno so se
i loro sogni danno conforto o li spaventano. Se un uomo si alza
nel cuore della notte posso distinguere ad occhi chiusi il sussurro
dei suoi piedi scalzi sul pavimento, diversi l'uno dall'altro.
Questa  la mia casa. Non ho alcun rapporto con un mondo
pi vasto.
La mattina muovo i piedi nel buio gelido del bungalow e sulle
venature del pavimento in legno. Mi siedo sul bordo del materasso
e mi allungo verso una sedia con lo schienale dritto che
ho portato vicino alla testa del mio letto. Mando gi il sorso di
whisky dalla bottiglia a buon mercato lasciata sul sedile per me,
trangugio senza pensarci, trangugio perch faccio cos da quando
avevo quindici anni.  il primo passo che compio nel mio rituale
mattutino. Il whisky mi sferza lo stomaco come una vespa
che affoga. Ogni mattina il whisky mi fa fare delle smorfie, mi
fa inumidire gli occhi; mi sveglia con il fuoco. Ho sedici anni.
Passeranno altri anni prima che impari che non tutti i ragazzi si
svegliano sorseggiando una bevanda a base di malto fermentato.
A me  stata concessa la branda pi in basso perch accendo
il fuoco del mattino nella stufa panciuta.
Mi accovaccio al buio con le punte dei piedi sul grande quadrato
di latta collocato sotto la stufa, le ascelle agganciate alle
rotule, cerco a tastoni sterpi, frasche e la scatola dei fiammiferi.
Apro la stufa e smuovo la cenere con un rametto, alla ricerca di
pezzi di carbone. Noi bruciamo legno tenero, ed  difficile che
rimangano tizzoni carbonizzati a meno che John e Gordon non
siano stati alzati fino a tardi a leggere o a bere accanto al fuoco
alimentandolo. Ma questo succede di rado.
Ogni sera sfrondo un po' di legna per la stufa con un lungo
coltello grande quasi come un machete che taglia poco o niente.
Phil l'ha comprato a Nogales, in Messico, l'inverno scorso,
da una donna che considerava bella. Quando comincio a tagliare
quei pezzi di legno, ricavando strisce curve non pi spesse
di un fiammifero, mi domando come doveva essere quella
donna. Immagino i suoi occhi e il suo sorriso brillante come
una fiamma.
La mattina accendo un primo pezzo di quelli da me preparati,
girandolo nella mano finch il fuoco non ha preso come si
deve. Per accendere un fuoco non ho bisogno di carta n di
cherosene. Preparo un piccolo mucchietto di legni sottili e coni
di pino secchi nella stufa e mi accomodo sulla sedia in attesa
del momento in cui si forma una sottile pellicola di carbone. E
poi aggiungo uno, due o tre pezzi di legno da stufa macchiettati
di linfa e ritorno a letto sotto le coperte. Dallo scoppiettio
della legna che arde posso capire se devo tornare ad alimentare
il fuoco.
Quando sono a letto mi accendo una sigaretta, fumando nel
dormiveglia, sentendo la stufa che scalda il ventre del bungalow.
La legna scoppietta e crepita. Gli uomini cominciano a
svegliarsi: Gordon, in una successione di colpi di tosse e giravolte;
Phil srotolandosi lentamente, irrigidendo il corpo in una
serie di stiratine, per poi abbandonarsi languido contro il cuscino
e accendersi una sigaretta; John in un colpo solo. Questi
uomini sono tutti pi vecchi, vicini ai cinquanta e ai sessantanni.
Qualcuno si alza a pisciare. Il linoleum in bagno  sempre
freddo. Il calore sale nella stufa e la canna fumaria geme e ticchetta.
Se gli stivali allineati dietro la stufa non sono gi asciutti
cominciano a emettere vapore. Penso ancora all'odore degli
uomini come a una combinazione di fumo di legna, tabacco,
pino, whisky, cuoio e urina di cavallo. Sono le quattro del mattino
ed  buio pesto. Una volta che il primo di noi ha acceso la
luce del bagno, questa non viene pi spenta e getta nella stanza
dove si dorme una colonna di luce debole del colore della carne.
 con quella luce che ci vestiamo.
Ogni mattina John si piazza davanti al lavandino e si butta in
faccia l'acqua che raccoglie nelle mani a coppa; poi si siede sul
bordo del letto ad asciugarsi il collo, sfregarsi gli occhi e passarsi
la salvietta intorno alle orecchie. Dorme con le mutande e
una maglietta cos stropicciata che gli cade addosso come un
drappeggio macchiato. Le braccia e le gambe sono grigie come
il pavimento, la sua fronte  grigia perch lui non esce mai senza
il cappello. La parte del viso che non  ombreggiata dalla tesa
del cappello, il collo e le mani, sono scuri, coperti di rughe e
dei segni delle intemperie. S'infila la camicia e allaccia i bottoni
sul petto e sui polsi rimanendo seduto. L'asciugamano lo rimette
in bagno lanciandolo.
Gordon s'infila i jeans e pesta i piedi negli stivali. John si alza
per mettersi i pantaloni.
Entro le quattro e mezzo siamo abbottonati dentro capi di
flanella, denim e velluto a coste, tutti e quattro, e ci trasciniamo
gi per i solchi e su per i dossi fino ai recinti nei nostri stivali
con i tacchi. John  sempre alla ricerca di un fiammifero. Gordon
si soffia continuamente nelle mani raccolte a coppa e domanda
se qualcuno ha visto i suoi guanti. Fumiamo e assaltiamo
con pacche e abbracci i nostri corpi ancora inamidati dal
sonno. A questa altitudine la temperatura ha cristallizzato l'umidit
nell'aria, distribuendola uniformemente in palline su
terra, erba, aghi di pino, fiori di campo, foglie di pioppo e l'acre
ovale di letame di cavallo in cui cominciamo il nostro lavoro.
Fino alla met di giugno le traverse superiori dei recinti saranno
coperte da uno strato di ghiaccio.
Accendiamo la luce nella selleria e ci carichiamo in spalla testiere,
redini e corde varie. John appoggia un piede alla volta,
sollevandolo, contro il paracolpi della sella sistemata sulla rastrelliera,
e si allaccia gli speroni di cuoio.
Phil tossisce e trema. Mi sarebbe piaciuto cagare dice.
Mi sento sempre pi acrobatico se riesco a fare una buona
cagata.
Magari il puledro che cavalchi potrebbe esserti d'aiuto.
O magari no. Phil si piega per allacciare i gambali. Guarda
in alto, mentre si aggiusta la fibbia dietro a un ginocchio.
Sorride.
John trascina la sua sella e le imbottiture fino al punto in cui
finisce la veranda e appoggia la sella sulla forcella. Entra nella
merda di cavallo polverosa e secca per schiacciare la sua sigaretta.
Gordon entra con il suo carico nei recinti. Scarica la sella su
un fianco in prossimit del cancello che immette nel tondino, ci
appoggia sopra il sottosella e la coperta e si soffia nelle mani. Non
c' vento. Regna il silenzio. Passeri e scoiattoli sono ancora
addormentati. Io vado nel fienile per accendere i grandi riflettori.
Quando faccio scattare le leve la luce inonda i recinti. I puledri
che addestriamo al lavoro si muovono nervosamente, come
giovani violenti nel cortile del riformatorio. Li facciamo camminare.
Li chiudiamo in un angolo, li prepariamo con imboccature,
bosal e testiere prima che possano ricordare che  la prima parte
del gioco di prestigio che ci porter sulle loro groppe. Non siamo
noi ad allevare i nostri cavalli. In genere li compriamo alle
aste e arrivano con le cattive abitudini ereditate dai precedenti
proprietari. Ci vuole tempo, ma noi procediamo con calma e
fermezza e lentamente loro cominciano ad acquistare fiducia
circa le possibilit di sopravvivere in questo mondo. La maggior
parte di loro rifiuta di farsi montare perch ha il cuore a pezzi, e
la maggior parte di loro si riprende. Ogni anno sono pochi quelli
che perdiamo a causa di eventi precedenti.
Il puledro di Gordon scarta e arretra in un lato del fienile e
si accoscia e salta al centro del recinto. Trotterella lungo il perimetro
dei recinti e Gordon gli corre dietro, gli si para davanti e
lo costringe a girare contro lo steccato e si piazza davanti a lui e
lo fa girare di nuovo. Avanti e indietro. Abbreviando il pendolo
delle sue oscillazioni verso la fuga. Lui parla al cavallo. La sua
voce  tranquilla. Quando il puledro ha smesso di fare su e gi
nel tondino si blocca tremante e Gordon gli appoggia una mano
sopra. Lo accarezza. Si muove vicino alla testa, parlandogli
in tono monocorde. Il cavallo ha quattro anni, ha il mantello
grigio cenere, mentre il muso, le gambe, la criniera e la coda sono
di un grigio ardesia pi scuro, e le sue condizioni appaiono
piuttosto compromesse. Gordon gli fa passare le redini della
testiera sopra le orecchie e il puledro muove le gambe anteriori
contemporaneamente come se fosse stato azzoppato. Affonda
il mento tra le ginocchia e si abbassa quasi fino a toccare terra.
E stato legato e picchiato sulla testa e a tutti i cowboy con cui
lavoro piacerebbe rimanere chiusi in una stanza da soli con
l'uomo che ha maltrattato questo animale.
Ogni mattina sentiamo Gordon ripetere lo stesso giuramento.
Prender a calci quel maledetto figlio di puttana fino a farlo
diventare gobbo dice. E cos prover cosa vuol dire. Lo
prender a calci fino a trasformarlo in un incrocio tra Topolino
e Quasimodo.
Gordon aggancia il sottogola delle briglie e si allontana dal
puledro grigio, e intanto il puledro strattona le redini, fischia e
sbuffa. Gordon cammina in cerchio insieme a lui, parlandogli,
lasciandogli il tempo di ricordare che non sentir dolore.
Il grigio si ferma, solleva le gambe anteriori, prima l'una e
poi l'altra, come se il terreno scottasse. Porta la testa al vento
cercando di ribellarsi alle redini, tenendole tirate. Gordon fa
scendere le redini e tiene una mano contro la guancia del cavallo.Solo questo. E gli parla. Il puledro batte ancora gli zoccoli
per terra, ma si sta calmando.
Phil sella il suo cavallo e lo monta senza perdere tempo, le
orecchie dell'animale, che sembra interessato a Gordon e al
grigio, sono rigide e tese in avanti. Phil fa girare il puledro nel
punto pi lontano dei recinti. A sinistra. A destra. Trattenendolo
e rilasciandolo.
Ferma il cavallo e piega una gamba sopra il pomo della sella.
Il cavallo  abbastanza caldo da emettere vapore.  un paint, e
solleva il mento e dondola la testa per allentare le redini. Phil si
accende un'altra sigaretta e osserva Gordon che raccoglie la coperta
e il sottosella e li stende sulla groppa del puledro grigio.
Riteniamo tutti che la sua dolcezza imperturbabile salver il cavallo.
Il cavallo di John  uno di quelli che temiamo di perdere. Lo
abbiamo preso da un tipo brutale che lo ha tenuto troppo a
lungo. La maggior parte delle mattine John  costretto a legargli
una delle gambe anteriori solo per sellarlo. Lui resta in piedi
tremolante nel tondino, gonfiandosi di paura.  un cavallo
grande e forte. John si aggiusta il cappello, libera la gamba e
monta in sella. Ogni mattina  come se una qualche tempesta
fosse arrivata fin l e avesse piroettato per tutti i recinti: il genere
di tempesta inattesa che piega i rivestimenti d'alluminio dei
rimorchi e spedisce i tubi di gomma del giardino fra i tronchi
delle querce. John afferma che quando questo cavallo recalcitra
lui sente la sua paura. Dice che non  sicuro di riuscire a risolvere
il problema. La cosa lo preoccupa. Dice che il terrore
del grande puledro a volte gli penetra tra le gambe e sale. Dice
che sente la paura afferrargli il petto, stringergli la gola.
Il puledro non s'impenna per rabbia o per abitudine. S'impenna
per farsi male. Ogni mattina cerca di mettere in atto un
tentativo di suicidio. Non gli interessa chi sta con lui. Si  impennato
contro lo steccato. Ed  caduto. Si  rialzato urlando e
si  impennato di nuovo. Quando alla fine  spossato e si quieta,
trotterella e sbatte le palpebre, poi scuote la testa e solleva le
gambe come se volesse uscire da qualche prato narcotizzante.
John  rimasto con lui tre settimane. Dopo la collera mattutina
aiuta il puledro in una o due ore di lavoro leggero, ma tutti noi
sappiamo che  solo questione di tempo, prima o poi il cavallo
azzopper John o se stesso.  solo questione di tempo, prima o
poi il cavallo ceder sul lato della montagna e precipiter in
una scarpata o in un mosaico di alberi bassi. Se non mostrer
segni di miglioramento nelle prossime settimane, dovremo venderlo.
Questo  il mio secondo anno con il baio bruno con una riga
sulla schiena che chiamo Mud, fango.  veloce, tozzo, e pi
intelligente della maggior parte dei miei coetanei, certamente
pi sveglio di me. Sembra riesca a fare tutto quello che gli chiedo
con la facile energia di un ragazzino.  atletico in modo naturale
e innocente. Quando sono solo al buio, nel letto, penso a questo
cavallo con rispetto. Penso a lui come penserei a un sacerdote
modesto e sincero. Possiede lo stesso genere di autorevolezza.
Mi concede di cavalcarlo per un atto di benevolenza. Si sottomette
perch vuole collaborare. Sbuffa e gira in tondo mentre io
gli monto in groppa. Se s'inarca lo fa per sport, perch siamo tutti
e due giovani. Il suo inarcarsi  un'espressione di gioia.
Ecco il tuo gatto dice Gordon.  in sella al grigio. Il cavallo  fermo, fa ciondolare la testa e raspa nel terreno.
Io mi sto piegando dalla sella per aprire il cancello. Mentre
lo spalanco vedo il gatto che si tiene in equilibrio sulla traversa
superiore del cancello. Anche Mud lo vede e nitrisce dolcemente
con la bocca chiusa. Il gatto tira indietro il suo orecchio
buono, e le luci del fienile lampeggiano nel suo monocolo. Io
mi raddrizzo e mi giro verso Gordon. Non  il mio gatto gli
grido. Gordon sorride. Tengo il cancello lontano da Mud.
Il gatto si chiama Tommy Two. E bianco e nero e ha il pelo
segnato da chiazze di ricrescite. Il corpo  un trofeo di combattimenti,
crostoso e sciancato, un intero orecchio e un occhio,
entrambi sulla parte sinistra, non ci sono pi, e con essi se n'
andata met della coda. Tutti noi siamo concordi che chiamarlo
gatto  una convenzione. Nessuno di noi rimarrebbe sorpreso se
lo sentisse parlare. Imprecare. John e io pensiamo che in una vita
precedente fosse un pirata; un brigante caduto nel gradino pi
basso della scala della reincarnazione. Quando guardo Tommy
non vedo pi un gatto. Vedo un fuorilegge - un nanerottolo latitante
e pericoloso - infilato nella pelle di un gatto.
Ogni mattina si sveglia di buonora, esce dal suo squallido
buco nel fienile e percorre con aria strafottente il perimetro del
recinto, in equilibrio sullo steccato. Si accomoda sull'estremit
segata piatta di un palo per vedere se qualcuno di noi verr ucciso
dai cavalli. Le sue vibrisse tremolano nella speranza di
macchiarsi di sangue. Di recente la sua attenzione  stata richiamata
dalla violenza del puledro d'inizio estate di John. Ha
una concezione democratica del dolore. Non gli interessa che
uno di noi si faccia male, ma solo che ci sia disponibilit di sangue
vero.
Questa mattina si  alzato cinque minuti dopo e si  aggrappato
al cancello. Sbadiglia con l'occhio chiuso, curva la schiena
e spruzza il montante del cancello, poi cammina verso il centro
del cancello e si siede e schizza di nuovo. Sembra avere un
comportamento diverso da quello della maggior parte dei suoi
simili, tranne che per i topi, che anche lui caccia e divora. Tuttavia,
lui non li tortura fino alla morte, come i gatti da fienile
fanno da generazioni, ma si limita a scovarli, mangiarli e cagarli.
Non si lecca per pulirsi. A pulirlo ci pensano gli altri gatti. Se
rifiutano li aggredisce.
Mud flette il collo e allunga il naso verso il gatto. Tommy
Two non si muove e struscia la fronte segnata da cicatrici -
grande come il mio pugno - contro la morbida bocca del cavallo e
inarca il corpo lungo il mento di Mud.
Suo padre, Tommy One,  stato divorato dai coyote. John ha
assistito alla scena e afferma che su questa montagna c' almeno
una femmina di coyote che si guarder bene dall'ordinare
ancora un pasto a base di gatto. Secondo John, il coyote aveva
lasciato sul luogo del misfatto una buona parte di s.
Avevo un nodo scorsoio pronto e avrei potuto prenderla al
volo e mostrarti come l'aveva conciata mi disse ma preferii
controllare l'area alla ricerca di pezzi vivi di Tommy One.
Non ce n'erano. Se non avesse perso l'equilibrio sono convinto
che le avrebbe dato una bella lezione.
Mud si sposta di lato consentendo al cancello di chiudersi
contro di lui senza indugi. Tommy Two cammina su di me e
monta. Il mio giubbotto di jeans e la incerata gialla sono arrotolati
e legati dietro l'arcione posteriore. Tommy Two si allunga
su questo rotolo di indumenti e affonda gli artigli nelle cinghie
della sella. Prima di muoversi, il puledro dal mantello bruno
grigiastro si volta indietro per controllare che si sia sistemato.
Solo allora posso usare i miei speroni.
Apro il cancello e il puledro di John raggiunge la strada sterrata
percorrendo alcune vie secondarie. Soffia, sbuffa e si piega
improvvisamente per via delle rocce e delle macchie di vegetazione
cui la luce che si fa pi intensa restituisce forma.
Gordon governa il puledro grigio facendolo muovere intorno
a me, Mud e Tommy, e poi lo invita a un leggero trotto. Non
ha ancora trovato i suoi guanti ma sa che  meglio averli se cerchi
di fare le coccole al gatto. Tommy si lascer leccare l'orecchio
da Mud che poi gli sbuffer sulla pancia. Girer intorno
alle gambe del cavallo, gli si strofiner contro gli stinchi. Nei
giorni buoni tollerer persino qualche coccola da parte mia.
Preferisce essere accarezzato contropelo. Gli piace che sia un
gesto ruvido. Non l'ho mai sentito fare le fusa. Nessun altro
pu allungare una mano su di lui.
Phil e Gordon cavalcano davanti. John e io li seguiamo. Cavalcheremo
insieme lungo il fondovalle, percorrendo una strada
abbandonata, un tempo adibita al trasporto dei tronchi, e
poi ci separeremo, ci arrampicheremo ognuno per proprio
conto su per una rete di sentieri di caccia, alla ricerca del centinaio
di cavalli che abbiamo liberato perch pascolassero tutta
la notte. Si saranno divisi in piccole bande, mangiando come
famiglie, e li ritroveremo, li rimetteremo insieme, li useremo,
quindi li lasceremo di nuovo liberi, quando comincer a calare
la sera.
 raro che John, Phil, Gordon e io ci si ritrovi tutti nello
stesso momento al ranch. In genere due di noi sono fuori per
un'escursione a cavallo. I due che rimangono a lavorare al ranch
portano fuori i cavalieri per una o due ore, o per mezza giornata.
Ma la stagione  appena iniziata e i torrenti sono troppo
gonfi da attraversare, cos dedichiamo l'intera giornata ai lavori
nel ranch e aspettiamo che il livello dell'acqua si abbassi.
Due miglia pi su nella vallata faccio entrare Mud in un piccolo
passaggio alla fine del quale si trova una sorgente. Tommy
e io siamo fortunati perch Mud possiede l'andatura dei cavalli
pi costosi e scivoliamo tranquilli in mezzo agli alberi. Il gatto
sta sempre sul rotolo di giacche e si appoggia a me. Posa la testa
schiacciata contro il mio fianco, appena sopra il rene destro,
in una posizione che gli permette di tenere d'occhio lo scenario.
Ci lacrimano gli occhi per l'aria gelida. Ci si sta scaldando
il sangue. Manca ancora mezz'ora prima che il sole superi la
cresta montuosa.
Alla sorgente trovo tre vecchi castroni color castagna. Sono
sempre insieme, non salgono mai troppo in alto. Cavalli bambini.
Docili vecchi gentiluomini che pi che cavalli mi sembrano
vacche da latte. Se non li troviamo noi, vengono da soli, nitrendo
per la biada. A loro possiamo addirittura fare a meno di
mettere le campanelle. Li riporto indietro per il sentiero e spingo
Mud su per la spina dorsale di un dosso franoso e ripido di
scisti e lunghe lingue scivolose di foglie e aghi di pino.
Ognuno di noi con il suo cavallo setaccia la rete di corsi affluenti
grandi e piccoli, cavalcando per le diverse creste, e spingendo
in gi i cavalli che trova. Sempre gi, verso il torrente.
Questa  una regione selvaggia. Non ci sono recinzioni. Quando
usciamo dal sentiero fresco e riusciamo a sentire il debole
tintinnio delle campanelle dietro di noi, sotto di noi, torniamo
indietro, radunando i cavalli, raccogliendo le energie, dirigendoci
sempre verso il basso.
Per fare questo Mud dovr esibirsi in una danza sciamana.
Ogni mattina. I sentieri che percorriamo sono quelli fatti da alci
e cervi. Mud sposter la sua figura in un modo che i cavalli
delle pianure non impareranno mai. Si attorciglier penetrando
con la grazia di un serpente in un intrico di alberi caduti e rotolati,
e lo far in fretta. Si precipiter gi per un pendio pietroso,
le orecchie all'indietro, appiattite contro il cranio, perpendicolare
al nostro angolo di caduta fino al limite per lui tollerabile,
e s'infiler in una macchia di terra argillosa per uscirne ribellandosi
alla forza del suo peso cos drasticamente, e magicamente,
che anche quest'estate, come la precedente, per due
volte sono rimasto seduto sospeso per aria.
Mud macina la cresta e raggiungiamo un gruppo di sei cavalli
fermi nei pressi di un boschetto di ginepri rachitici. Due palomini,
un paint, un baio, un roano bruno, e un nero: Jim e Tim, Puzzle,
Secret, Freddie e Bird. A Bird  stata messa la campanella.
Questo gruppo starebbe fuori un giorno se potesse. Rimangono
immobili come pernici, e quando cavalco fino a raggiungerli e
sbatto il mio lazo arrotolato contro il gambale fuggono via, come
farebbero le pernici, gi per la cresta. Mud rimane sopra di loro.
Ci tuffiamo anche noi in mezzo al crepitio dei rami e al rotolare
delle pietre. Quando a suo giudizio sar arrivato il momento li
porteremo nel fondovalle, lui prender la testa e taglier una
scorciatoia in diagonale per riprendere quota. Io guardo indietro
il muso del gatto con un solo occhio e un orecchio. Ha perso la
presa e sbatte contro il posteriore di Mud. Si tiene saldo con gli
artigli di una sola zampa e respira attraverso la bocca aperta che
mostra i denti ingialliti. Siamo tutti a corto di fiato. Mi allungo
all'indietro, tiro Tommy contro l'arcione posteriore e mi piego in
avanti per pesare meno sui reni di Mud.
Penso che quello che facciamo sia roba da acrobati, impossibile
da mostrare, un'azione che non pu essere filmata, per via
delle limitate dimensioni delle tende circensi. E non sono nemmeno
sicuro che mi piacerebbe arrivare tutte le mattine a simili
vette di dolore e di paura.
La cresta s'impenna e si appiattisce in un pascolo e s'impenna
di nuovo bruscamente dove s'infila come una lama nel lato
della Sleeping Giant Mountain. In questo piccolo e accidentato
prato ci sono oltre una decina di cavalli al pascolo. Sollevano le
teste e guardano mentre Mud, Tommy Two e io li circondiamo
sul loro lato in salita. Il sentiero curva allontanandosi a nord, e
svolta ancora e scende attraverso il crepaccio in una parete di
pietra vulcanica. L non ci sono impronte fresche. Se ci fossero
dovrei sospingere questo gruppo gi per la cresta e seguire le
impronte e calarmi a est nelle faglie del Goff Creek - una serie
di violenti rilievi che formano la testa di un altro corso d'acqua
- e portare gli animali che ho trovato al fiume e poi su, controcorrente,
fino ai recinti di casa.
I cavalli cominciano ad allontanarsi lentamente. Continuando
a pascolare, i due capi con le campanelle diffondono una
melodia metallica nella luce soffice e grigia. Sotto di noi ci sono
brandelli di nuvole lacerate.
Aggancio la gamba destra sopra il pomo della sella e giocherello
con la rotellina dello sperone. Mi accendo una sigaretta.
L'aria  cos immobile che il fumo della sigaretta si ferma sotto
la tesa del cappello. Sputo i pezzetti di tabacco dalla punta della
lingua e guardo indietro mentre il sole rischiara l'orizzonte e
colpisce le dorsali delle creste pi elevate, colorandole di oro,
rosa e bianco. Il riflesso incandescente della parete della Sleeping
Giant mi fa male agli occhi.
Tommy Two si alza sulle quattro zampe, s'inarca contro la
mia schiena e ringhia basso, come farebbe qualche animale pi
grande messo alle strette. Mud e io ci voltiamo verso il coyote
che  uscito dalla macchia boschiva nel prato. La sua pelliccia
ispida  fulva, bronzea, castana, e splende come l'acciaio nel
sole mattutino. Si guarda ai fianchi per accertarsi di avere lo
spazio sufficiente per fuggire e poi si avvia lentamente verso la
base della roccia, infilandosi nell'ombra, sotto la nostra linea
visiva. Schiaccio la sigaretta con la suola dello stivale, rimetto il
piede nella staffa e con un tocco invito Mud a riportare indietro
quest'ultima mandria di cavalli. Tommy Two si  appiattito
per assicurarsi meglio alla mia incerata ma controlla ancora
quello che succede alle nostre spalle. Emette un ringhio basso
che mi vibra in fondo alla spina dorsale.
I cavalli si dispongono in fila lungo il sentiero, riflettendo in
lampi la luce solare, scaldandosi nel movimento che li riporter
gi in campagna. Fischio una volta tra i denti e mi schiaffeggio
i gambali. Loro si allungano accelerando il passo. So dove si divideranno
e si sparpaglieranno per la cresta, assorbendo i sei
che avevo trovato pi in basso e avviato verso il torrente. Tutte
le loro campanelle tintinneranno insieme. Mi verr in mente il
suono di un garbato richiamo per la messa mattutina. Mi
schiaccio il cappello sulla testa. Ci abbiamo messo un'ora ad
arrivare fin quass; arriveremo al fondovalle in meno di dieci
minuti. Arriveremo al torrente prima del sole.
Mi lascio andare indietro sulla sella, contro Tommy Two, e
Mud ci porta via dalla cresta. Si accovaccia e si slancia facendo
leva sui posteriori nello strato di sedimenti pietrosi. Scende in
una successione di scarti improvvisi per evitare spuntoni di
roccia e poi riprendere la discesa. Raggiungiamo l'erba profonda
e bagnata del fondovalle in una corsa inerziale.
Al torrente, in un piccolo pascolo irregolare, s'incontrano
due creste secondarie. I venti cavalli che ho radunato irrompono
in questo spazio aperto con passo discordante, piegandosi e
urtandosi l'uno con l'altro, scalciando in aria, fumando nell'erba
alta, confondendosi con i trenta che John ha portato gi dalla
sua cresta. Ci mettiamo nella loro scia, nella leggera nuvola
di polvere che hanno sollevato. Io siedo impettito sul puledro
color fango. Ho perso tre giri di lazo. All'estremit del lazo c'
un nodo e io lo faccio schioccare in aria e rido, e anche John ride.
Non c' felicit paragonabile a quella di radunare tanti cavalli
tutti insieme. Ho come la sensazione di sentirli ridere. Ci
penso sempre. Penso che correre sia il modo in cui un cavallo
pu ridere ad alta voce. Quando sar pi grande penser che
seguirne l'onda mi ha riempito della gioia inconsolabile degli
animali.
John prende il cappello e lo agita sopra la testa. I suoi capelli radi si sollevano nell'aria gelida. Sta sorridendo come se fosse
appena tornato dalla citt. Io mi giro sulla sella per ricambiare
il sorriso e Mud sente che mi sollevo, abbassa la testa e si sposta
di lato scivolandomi da sotto le gambe. Rotolo nell'erba e mi ritrovo
seduto a guardare il muso di un gatto pirata che si allontana.
Tommy sta cavalcando alto appoggiato all'arcione posteriore,
con il mozzicone di coda curvato sulla schiena. Non
sembra dispiaciuto per me. Sembra soddisfatto e orgoglioso di
avermi rubato il cavallo.
Mi alzo in piedi e sputo un misto di terra ed erba e credo anche
sangue. Ma non ce n'. Mi pianto sui piedi, trovo il cappello e mi viene in mente che io sono pagato per questo e Tommy
Two no. John trotterella verso di me, riportandomi Mud. Osservo
le facce dell'uomo, del cavallo e del gatto e sono felice,
capisco che non cavalco per denaro. Cavalco perch posso,
perch in questo modo esco con altri che sono della mia stessa
pasta.
Sono contento di avere assistito a questo spettacolo gratuitamente
dice John. Sta sorridendo. I cavalli scalpitano, respirando
pesantemente, le teste girate in direzione opposta, gi
per la vallata. Con il culo appuntito che ti ritrovi pensavo volessi
appenderti e acchiappare qualcosa al volo.
Sto bene gli dico, ma evito di guardarlo in faccia. Prendo
in mano le redini e infilo il piede nella staffa.
Cerca di non perdere il tuo gatto dice.
Non  il mio gatto gli rispondo; faccio roteare la gamba in
alto passando sopra a Tommy e conduco Mud di fianco al puledro
di John.
Li riporter al recinto Gordon dice. Io annuisco.
Teniamo fuori i nostri cavalli per una passeggiata e il sole arriva
nella valle e la divide in una miriade di tessere soleggiate e
in ombra. Cavalchiamo per oltre un miglio tra blocchi abbaglianti
e sacche di aria notturna pi fredda e pi scura. Il terreno
davanti a noi  stato arato dai dischi di centinaia di zoccoli e
il profumo che sale  umido, acidulo e familiare. Tommy Two
allunga una zampa e l'appoggia sull'anca destra di John, mantenendola
in quella posizione per una cinquantina di metri.
Guarda fisso davanti a s, tra i cavalli, e poi fa dietrofront e
cammina sulla groppa piatta di Mud e si siede a fissare alle nostre
spalle la luce del mattino.
Gordon e Phil hanno gi dato da mangiare a dodici cavalli, li
hanno riportati nei recinti e ne hanno gi altri dodici legati nei
loro box. I cavalli pascolano e camminano. Sbuffano, dondolano
e tremano.
Mud si accosta ai pali della recinzione e si ferma e Tommy
Two scende. Contorce il moncone della coda e si mordicchia la
schiena per poi riprendere la marcia verso il fienile. Mud nitrisce
e il gatto si blocca e si gira. Si siede per un istante sulla punta
di un palo, guardando indietro nella nostra direzione, e sbadiglia,
si stira e si rimette in marcia.
Gordon solleva il cappello, si scompiglia i capelli, rimette a
posto il cappello e fa passare le braccia intorno a una traversa
del recinto. Hai della terra sulla testa dice.
Mud mi ha lasciato a piedi.
Ti sei fatto male?
Mi pare di no.
Si aggancia con una forte presa allo steccato e si stira disegnando
un arco con la schiena. Ci sei rimasto male?
Tutto a posto.
Lui guarda ins e sorride.
Io e John disselliamo i nostri cavalli e appendiamo i gambali
e gli speroni nella selleria. Imbrigliamo il successivo turno di
dodici cavalli, li leghiamo nel fienile, rovesciamo una latta di
caff piena di avena in ciascuna delle loro mangiatoie in legno e
ci dirigiamo al lodge per fare colazione.
Seduti intorno al tavolo ci sono mia madre, Gordon, Phil e
le ragazze dei bungalow. Mia madre alza lo sguardo dal giornale
che stava leggendo. Sorride. Ti sei fatto male? mi chiede.
Tutto a posto.
 il tuo gatto?
Non  il mio gatto.
Lei annuisce e torna al suo giornale.
Dopo la colazione raccolgo in un piatto da portata gli avanzi
della cucina - pezzi di toast, salsiccia, prosciutto, pancake, tutto
coperto di sciroppo - e li porto nel sottotetto del fienile. Mi
siedo su una balla e sto a osservare mentre i gatti spazzolano il
piatto. Tommy esce dall'ombra e rimane l anche lui a guardarli.
Quando si avvicina loro si sparpagliano e fremono, miagolando
a distanza di sicurezza. Lui mangia un pezzo di salsiccia.
Lappa lo sciroppo, preleva l'avanzo pi grosso di prosciutto e
torna nell'ombra. I gatti riprendono posizione intorno al piatto
e mangiano tenendo sempre sotto controllo la situazione.
Quest'estate piove prevedibilmente la sera tardi, dopo che
abbiamo fatto correre i cavalli a mangiare su per la valle, e io
mi arrampico nel sottotetto e ascolto il picchiettio sul tetto di
lamiera ondulata. Mi sento dell'umore giusto per l'avventura.
Sogno di viaggiare, sogno l'indipendenza. Invento parole, frasi
intere, e le pronuncio, fingendo di parlare una qualche lingua
esotica che non conosco.
Se portiamo fuori i cavalli prima del calar del sole, tengo le
porte bene aperte. Guardano a ovest e sono in linea con il tramonto.
Le luci della sera si allungano sulla fascia di pini lungo
il torrente e accelerano nelle foglie di pioppo. Quando la tengo
sollevata la mano lampeggia rosa e liscia. Le balle di fieno hanno
il colore morbido dell'oro. Il sentore di pino e salvia si fa
pi intenso con il caldo del giorno e satura il sottotetto.
Tommy Two siede al mio fianco e scruta nella luce a chiazze.
S'infila le zampe sotto lo stomaco, l'occhio comincia a chiudersi,
e dorme. Se gli appoggio una mano sulla schiena non si sposta.
Rotola una volta sul fianco per offrirmi la pancia. Gli racconto
di posti che visiteremo. Gli parlo di avventura.
Pronuncio ad alta voce i nomi di Barbanera e Billy the Kid e disegno
un teschio e le ossa sulla polvere di fieno che si  depositata
in uno strato spesso sul pavimento. Gli racconto che siamo
bucanieri. Capitani. Gli raccomando di tenere asciutte le polveri.
Si raggomitola nel sonno e flette le zampe.
Da Articoli di una vita da pirata leggo: Se qualcuno degli
uomini propone di fuggire o di tenere nascosto qualcosa alla
ciurma, dev'essere abbandonato su un'isola deserta con una
bottiglia d'acqua e una piccola pistola o ucciso. Tommy solleva
la testa e fa l'occhiolino. Nella sua pelliccia ci sono fili di fieno.
Rotola nella polvere e si alza sulle zampe senza scuotersi o
leccarsi. Chiudo gli occhi e immagino di sentire le alte onde di
un mare ingrossato. Non ci prenderanno mai gli dico, e lo
prendo in grembo, senza che lui opponga la minima resistenza.
Una sera prendo due lattine di birra che ho rubato al cuoco.
Ne verso una met in una ciotola bassa, e Tommy lecca e sbuffa
finch la ciotola non  asciutta. Ho le gambe distese, incrociate
alle caviglie, e lui mi strofina la fronte e le orecchie e la
bocca contro la suola di uno stivale. Si accovaccia addossandosi
alla mia coscia e si addormenta. Sento la sua spina dorsale
piegata e in evidenza. Per tutta l'estate  uscito con Mud e me.
L'esercizio ha consumato il poco peso invernale che aveva accumulato.
Russa come Gordon, ma non cos forte. Incrocio le
braccia sul petto e dormo.
Quando mi sveglio  buio e il gatto se n' andato. Cammino
carponi alla ricerca del quadrato aperto nel pavimento del sottotetto.
Scendo la scala, spolvero gli stinchi ed esco nella notte.
I cavalli sbuffano e si muovono con rapidit nel recinto. Non
c' luna. M'incammino su per la strada con le braccia tese in
avanti, nella speranza che possano trovare il tronco prima che
ci sbatta contro. Quando i miei passi cominciano a rimbalzare
ritorno sulla strada compatta. Finisco addosso alla baracca
quando ancora non riesco a distinguere la sua struttura.
Mi sfilo gli stivali e i pantaloni sulla veranda e quando entro
li sistemo vicino alla porta. Il pavimento non scricchiola e m'infilo
a letto senza fare rumore. Si sentono il ticchettio di un orologio
e i rumori degli uomini che dormono.
Sei stato nel fienile? chiede John. Sussurra. Credo che se
accendessi la luce lo troverei con gli occhi chiusi, i lineamenti
del viso rilassati.
Mi sono addormentato.
Ti ho preparato io la legna per il fuoco.
Non avresti dovuto.
Quando fai sempre la stessa cosa alla fine diventa una
schiavit.
Grazie.
Si sentono solo l'orologio e il tranquillo scorrere del torrente.
Chiudo gli occhi.
Sei preoccupato?
M'interrogo sulle cose gli rispondo. Mi domando che direzione
prender la mia vita.
La tua vita prender la direzione che le darai tu.
Tu hai fatto tutto quello che immaginavi ti sarebbe piaciuto
fare?
Forse no. Lo sento rigirarsi nel letto.
Penso che Tommy Two faccia quello che vuole. Sempre.
Pu essere. Non sono un esperto della vita dei gatti.
Me lo chiedevo solamente.
Be', potresti anche chiederti se ti andrebbe di essere conciato
come lui quando avrai la sua et. Buonanotte.
Buonanotte.
Prima della Festa del lavoro, l'ultima settimana di agosto,
Tommy Two non si  fatto trovare allo steccato per venire a cavalcare
insieme a me. John monta un puledro appena arrivato e
impaziente, ed  ancora troppo buio per cercare nel fienile.
Non serve che lo chiami per nome, e cos sprono Mud che parte
in un trotto disordinato. Risaliamo la corrente. L'aria  secca
e ferma e precaria. John si volta per guardare la parte posteriore
della mia sella e poi tira dritto.
Conduco Mud su per un ripido pendio e mi fermo per farlo
sfogare. Mi sento solo, sbilanciato, e allungo una mano dietro,
sopra la mia incerata, ma non c' niente. Mi sono abituato alla
presenza calda e solida del corpo del gatto pressato contro la
mia schiena. Mud si muove come se ci fosse elettricit nell'aria
e attacca a testa bassa una cresta contro cui possiamo sfracellarci.
Prima del possibile impatto si blocca, si volta a guardare
il rotolo vuoto dietro l'arcione e nitrisce. La superficie gialla 
grattata, segnata e strappata.
Quando riportiamo dentro i cavalli perlustro il fienile. Trovo
la sua cuccia fredda e, finita la colazione, lascio gli avanzi della
tavola che i gatti comuni divorano.
 morto dice John. Mi segue quando salgo nel fienile.
Sfrega la testa di un fiammifero con il pollice e si accende una
sigaretta.  cresciuta una nuova generazione di coyote dice.
Uno di loro probabilmente non credeva alla storia di quanto
fosse difficile mangiare il padre di Tommy. Io lo guardo e annuisco.
Potrebbe essere andata cos, penso. Come ha detto John.
C'era da scommetterci.
Durante la notte mi alzo dalla branda ed esco sulla veranda.
Ha piovuto e l'aria  raffreddata dai primi finti segnali dell'autunno.
La luna  piena e le rocce lungo il torrente brillano nella
notte. Rientro nella baracca, tolgo le coperte dal mio letto e me
le avvolgo intorno alle spalle prima di uscire di nuovo nella
notte.
Salgo nel sottotetto e lo chiamo per nome. Apro le porte e
lascio entrare la luce della luna. Gli altri gatti fanno le fusa, ma
stanno alla larga. Mi corico nel fienile con la coperta tirata su
fino al mento. Intreccio le mani dietro la nuca, chiudo gli occhi
e ascolto il torrente.
Prima di addormentarmi lo vedo fare l'autostop per il golfo
del Messico. Il quadro  chiaro. Non ci sono errori. Lui 
sdraiato nell'incavo della capote abbassata di un'automobile,
cattura il vento nella coppa del suo unico orecchio bruno. Lo
vedo a bordo di una nave da carico, rispettato dagli altri membri
dell'equipaggio, che fa il suo lavoro dando la caccia ai topi.
Nelle notti di luna piena lo vedo dormire sul ponte all'aperto.
Accoccolato nel grembo di un marinaio ubriaco. Un vecchio
uomo e un vecchio gatto. Si sollevano e si abbassano cullati dal
mare. Il gatto piega il collo e sfrega la fronte cicatrizzata, grande
come un pugno, contro il polso del vecchio uomo. Io sorrido
con gli occhi ancora chiusi. Vedo la mano.  coperta di calli
e larga, e odora di pesce e sole, rum e sale.
...
.
...
10. ADOZIONE DI UN ORSO.
...
.
...
Non sono certo dell'ora esatta.  buio. Non c' vento. La notte
fa sentire la sua presenza con il gelo. Ricordo la luna della notte
scorsa, quasi piena, quasi in plenilunio.  salita in alto rotonda
e ambrata.  salita addirittura prima del tramonto e, per un
momento, quando si  staccata completamente dall'orizzonte e
ha avvolto i pallidi cavalli in un lampo di luce opalescente - la
luna da una parte, il sole dall'altra - loro sono rimasti irrigiditi
e senza ombra. Solo per un momento.
Sbatto le palpebre nell'aria gelida della notte. Non riesco a
vedere le pareti della tenda n il mio respiro.  veramente
buio. Chiudo gli occhi e mi giro nel sacco a pelo. Suppongo di
essermi svegliato nello spicchio di notte nera tra il tramonto
della luna e l'alba.
Quando ho bisogno di altro sonno mi fanno male le spalle e
il mio cuore si sposta, e a volte palpita, come se mi fossi lanciato
nel vuoto. Stringo le spalle e il petto e mi rilasso. Sento il
corpo massiccio, stabile e forte. Mi poso una mano aperta sull'addome
e premo, e c' solo il conforto di una vescica mezza
piena e di un fegato. Sono a posto. Non devo pisciare n cagare.
Non devo vestirmi e accendere una lanterna per sgattaiolare
nel bagno all'aperto che abbiamo costruito tra gli alberi dietro
le tende. Questo mi fa piacere.  settembre inoltrato al Mountain
Creek, l'erba  cresciuta all'altezza della cintura e la temperatura
 parecchio sotto zero. Camminare nella notte significa
sguazzare tra i fili d'erba ghiacciati, impregnando d'acqua i
jeans e gli stivali.
Non so perch mi sono svegliato. Ascolto i cavalli. Non sento
le loro campanelle, i loro passi sul terreno irrigidito dal
ghiaccio. Sento un rumore pi forte. Sento un orso. Sento i
bofonchi, gli sbuffi, la tosse di un orso entrato nel campo. C'
solo il silenzio profondo della notte. Immagino un orso seduto
tranquillamente di fianco alla mia tenda. Un grizzly. In attesa.
Consapevole della mia presenza. Il pensiero di un orso mi elettrizza
come un film dell'orrore fuggito dalla sala di proiezione.
Nella mia immaginazione riesco a vedere chiaramente il mio assassinio.
La notte buia mi schiaccia gi con forza. Immagino un
cucciolo di orso, gli occhi scuri umidi e attenti nell'aria fredda.
Immagino le narici dell'orso che si dilatano, respirando il mio
odore, lo stomaco che brontola, uggiola pregustando il mio sapore.
Penso ai denti dell'orso, ai suoi artigli. Ascolto il battito
dei suoi denti. Penso al cranio spesso, a forma di piatto, smanioso
delle calorie supplementari per il letargo. Mi pizzico il
petto, la parte dietro di un braccio. Il mio corpo sembra soffice
come lardo. Penso a me stesso come cibo. Mi calo ancora pi
gi il berretto di lana - sulle orecchie e sugli occhi - e curvo la
mia faccia dentro la gola del sacco a pelo. Sto indossando biancheria
intima lunga - sopra e sotto - e calzini. Ho i jeans e la
maglietta arrotolati contro i miei piedi in fondo al sacco. Respiro
nell'odore caldo e familiare del mio corpo e degli abiti macchiati
- un misto di fumo di legna, cuoio e cavallo. Penso di
nuovo alla sottile parete di tela della tenda. Dentro  nero.
Fuori  nero. Se in quell'oscurit c' un orso affamato, il mio
odore potrebbe trascinarlo contro la tenda. Penso al naso del
grizzly premuto contro la tenda. Penso alla sua bocca con l'acquolina,
i veli di bava che si assottigliano e scendono dalle labbra
nere. Tiro le ginocchia contro il torace e fletto e immagino
il mio corpo inalterabile come un nodo d'acciaio. Mi viene
quasi da ridere. Sono troppo cresciuto per le stupide fantasie
di invincibilit. Adesso ho sedici anni. So che se un orso ha deciso
di avermi a pranzo pu aprirmi e divorarmi senza sforzo
come se non fossi altro che una scatola di fagioli.
L'autunno scorso, a poche miglia dal campo, una delle guide
di mio padre  stata conciata per le feste da un grizzly. Era una
femmina di soli duecento chili, ferita, che era stata male tutta la
notte e che, tuttavia, per poco non lo uccise. Il nome dell'uomo
 Bert Bell. Quest'anno non  al campo.
Bert e il mandriano stavano seguendo la striscia di sangue
che macchiava il manto di neve nuova, spesso diversi centimetri.
Il mandriano non  molto pi vecchio di me e ha i capelli
rossi. I miei capelli sono biondi, diventano rossi con il riflesso
del sole. Il mandriano dai capelli rossi spar all'orsa per liberare
Bert. Mi chiedo se questa informazione  entrata nei cuori di
tutti gli orsi. Mi domando se il rosso li istighi alla vendetta.
L'orsa era debole, moribonda e stava dietro una frana, in attesa
che arrivassero. Bert raccont che quando il vento si alzava
poteva sentirne l'odore. Credo aspettasse che gli uomini si avvicinassero
il pi possibile perch era quasi morta, ottenebrata
dalla disperazione, e tuttavia percorse i trenta metri che la separavano
da Bert prima che lui riuscisse a sparare e lo fece cadere
e lo azzann sul fianco sinistro sotto le costole. Mi faccio
sempre pi piccolo dentro il mio sacco a pelo. Mi stringo il rene
sinistro. Penso a quanto  stato fortunato Bert a trovare
un'orsa cos debole da poterle aprire le mandibole e staccarla
dalle proprie parti pi morbide e tenerle le mani in bocca finch
il mandriano rosso non le ha sparato due volte e lei ha barcollato
ed  morta. Il nome del mandriano  Dave. Nemmeno
lui  venuto al campo quest'anno.
Il mio sacco  disteso su una zattera di giovani pini grandi
come dita, tagliati in lunghezza e inchiodati su una cornice pi
rigida di pali. L'intera struttura  sollevata dal terreno e appoggiata
su ciocchi rotondi di abete larghi mezzo metro, sistemati
ai quattro angoli. Tra i pali e il sacco a pelo c' uno strato di
sottoselle. E il sacco  avvolto in una tela incerata che con il gelo
della notte diventa bianca. Sono caldo e comodo, e sollevato
dal terreno dalle mascelle di un orso. Mi rendo conto che
quando immagino un orso che mi aspetta fuori dalla tenda non
cerco solo l'eccitazione di un incidente rivissuto. C' una parte
di me che si aspetta un incidente, un'aggressione, che si aspetta
di essere mangiato. C' una parte di me che non crede che morir
facilmente.
Claude  nella tenda con me, dentro il suo sacco a pelo. Siamo
in due.  troppo buio per riuscire a vederlo, ma c'. Ha cinque
anni pi di me e ha girato il mondo.  stato in Vietnam. Sento il
cuore che mi batte nelle orecchie. Se giro la testa mi sembra che il
rumore si faccia pi profondo, e il palpito del sangue mi riecheggia
nel cranio. Mi giro su un fianco, ascolto il cuore e mi domando
se la guerra abbia reso Claude coraggioso o vuoto. Ho degli
amici i cui fratelli sono tornati dalla guerra. Alcuni sono irrequieti.
Altri sono tranquilli. Tutte le loro voci sono diverse, cupe,
riecheggianti. A volte sentono il bisogno di fermarsi ad ascoltare
le loro stesse voci. Sanno che qualcosa  cambiato.
Claude con me non parla della guerra.  stato via per quasi
un anno. Ancora non riesce a credere di essere stato via cos a
lungo. Non so se sia dispiaciuto. Forse il solo dispiaciuto sono
io. Mi domando se invecchiando avr pi, o meno, da temere.
Penso al primo orso morto che mi  capitato di vedere. Era
scuoiato, il corpo nudo ricordava in modo impressionante
quello di un uomo grosso. Il mio cavallo sent qualcosa e
scart, s'inarc e mi disarcion. Quando penso a quell'orso avvampo.
Sento che  un crimine ucciderli e il business della mia
famiglia  legato alla loro morte. Mi  stato insegnato che ogni
crimine merita una punizione.
Quando avevo undici anni uno dei nostri dipendenti mi
port in piena notte a una discarica ai margini del parco di
Yellowstone. Ce ne stavamo seduti sul suo pick-up con le luci e il
riscaldamento accesi e guardavamo una ventina di grizzly lottare
per accaparrarsi qualche rifiuto. Era una scena degradante.
Gli orsi erano litigiosi e avidi. Combattevano per i resti decomposti
di qualcosa, accennando possibili attacchi in mezzo allo
spargimento di pannolini, lattine e plastica. Non sembravano
orsi. Sembravano solo una congrega di grassi e squallidi ubriaconi.
Sbattei ripetutamente le palpebre per confondere quella
scena. Era un trucco per impedirmi di piangere; per conservare
intatta l'idea che mi ero fatta di loro.
A undici anni diventare un orso era una delle mie ambizioni.
Volevo entrare nel loro clan. Invidiavo la loro forza e velocit e
impunit. Pensavo agli esemplari di due o tre anni come a ragazzi
pi vecchi e pi selvaggi; come a un gruppo di astuti bulli
che si aggiravano per il mio quartiere. Mi allungavo contro gli
alberi che loro usavano come postazioni per grattarsi. Frugavo
tra le rovine degli alberi marci caduti che avevano fatto rotolare
e spezzato a gattoni alla ricerca di larve e topi. Quando trovavo
le loro impronte mi sfilavo gli stivali e i calzini e rimanevo a
piedi nudi e in silenzio nel punto in cui erano stati loro. Non
mi tagliavo le unghie. In autunno mangiavo bacche. Pensavo di
imparare il linguaggio degli orsi, ma ho imparato solo ad amarli.Adesso, quando il sole  alto sono ancora loro amico. Immagino
ancora di poter stare con un piede nel loro mondo. Ma la
notte so che sto lentamente crescendo e diventando un uomo.
Temo che un orso possa trovarmi. Giudicarmi. Temo che un
orso possa uccidermi per quel traditore che sono.
Una notte fonda nell'ultimo e terzo autunno di caccia, un
grizzly ha attraversato il campo,  montato su un ceppo fatto
rotolare dietro la tenda del cuoco, si  allungato fino alla traversa
e ha strappato la parete posteriore. Nessuno di noi ha visto
quanto accaduto, ma abbiamo udito le urla improvvise del
cuoco. Lui dormiva su una panchina sul fondo della sua tenda.
Dormiva con accanto un fucile di grosso calibro che gli aveva
prestato mio padre. Era un vecchio scapolo affabile, un ubriacone,
uno che gli orsi non voleva nemmeno sentirli nominare.
Una bottiglia di whisky e il fucile lo aiutavano a dormire.
Noi schizzammo fuori dalle tende e ci dirigemmo verso il
punto da cui erano giunte le urla. Ci eravamo infilati il soprabito
e gli stivali. Molti di noi correvano a gambe nude. Mio padre
aveva soltanto gli stivali, un cappello e una maglietta bianca.
Quando la sparatoria ebbe inizio ci appiattimmo sui nostri
petti e avanzammo nella neve. Il vecchio nella tenda rovinata
cominci a girare come una trottola sparando in aria con il fucile
mentre infilava il pi in fretta possibile le cartucce nella camera
di caricamento. I colpi finivano contro il tetto di tela
sforacchiandolo senza problemi. Non avevo mai visto sparare un
fucile di notte e rimasi sorpreso dalla distanza che separava le
fiammate dalla sua bocca.
Quando il cuoco svuot il caricatore mio padre e una guida
riuscirono a inchiodarlo a terra prima che potesse ricaricare e gli
altri accesero le lanterne. Trovai l'episodio divertente e fui abbastanza
avveduto da soffocare la mia risata. Camminai nel bosco,
sorridendo, tenendo la luce bassa vicino alle impronte dell'orso
stampate sulla neve. Mi mordicchiavo l'interno delle guance.
Ogni impronta era grande a sufficienza per accogliere il mio
cappello. Fissai nell'oscurit lontano dalla luce proiettata dalla
lanterna e rimasi in ascolto. Tutto quello che riuscivo a sentire
erano i singhiozzi del vecchio cuoco e i sussurri degli uomini che
parlavano mentre portavano la sua branda nella tenda dove si
mangiava e accendevano un piccolo fuoco nella stufa.
Il cuoco  morto da nove mesi, dall'inverno scorso. Si  ritirato
dalle montagne e ci ha lasciato quando tutti gli orsi dormivano
e non potevano testimoniare la sua morte.
Mi sforzo di sentire l'orso che immagino mi stia aspettando.
C' solo silenzio. Temo di essere un codardo. Temo che se venissi
morso e graffiato da un orso griderei, supplicherei. Temo
che se fossi mangiato nella notte la mia anima si confonderebbe
e si perderebbe nelle tenebre.
Ho preso la patente di guida da soli sei mesi. Ci vorranno
ancora quattro anni e mezzo prima che io possa entrare in un
bar e ordinare una birra. Sono ansioso di avere un'occasione
per sbagliare. Voglio dimostrare al mondo che il peso di un fallimento
non m'impedir di risollevarmi. E ci sono altre considerazioni.
Ho paura di non essere un buon amante. Non sono
mai stato con una ragazza che avesse pi esperienza di me. Cos
non ho avuto nessuna a cui chiedere.
Quando avevo tredici anni e Claude diciotto facevamo i
mandriani di cavalli insieme. Lui era il campione di wrestling
dello Stato. Ci capitava spesso di lottare sul pavimento della
baracca finch la faccia, le braccia e le ginocchia mi si bruciavano
contro il legno quanto bastava per calmarmi. Credo che
Claude sia stato bravo a combattere, ma non ero con lui in
Vietnam.
Sei sveglio?  Claude. Sento che si rigira nel suo sacco a
pelo. Gli rispondo di s. Cosa stai facendo? domanda.
Sto pensando agli orsi.
Credi sia per questo che sei sveglio?
Non lo so.
Che ore sono?
Le quattro o le cinque, suppongo. Tu ci pensi mai agli orsi?
Adesso.
Ascoltiamo la notte. Si sente solo il rumore del nostro respiro.
Dato che  troppo presto per alzarsi e avviarsi al lavoro, mi
metto a parlare a Claude di un libro che ho letto.  un libro sugli
indiani piedi neri. Gli spiego com' fatto un coltello da orso
di un piede nero. Gli spiego che il coltello  a doppio taglio e
che il manico  fatto con la mandibola di un orso.
Entrambi i lati della mandibola?
Uno solo, immagino. Non c'erano fotografie.
Gli dico che il coltello per orsi indicava il potere dell'uomo
che lo possedeva e che se un altro uomo, un guerriero, chiedeva
di comprare il coltello e gli veniva concesso, i due dovevano
purificarsi in una specie di sauna e poi sedersi nudi nella capanna
del proprietario del coltello.
Perch?
Non ne ho idea. Nel libro non c'era scritto altro. Immagino
che il coltello fosse sacro.
E poi?
Poi l'uomo che era proprietario del coltello doveva girare
quattro volte intorno alla capanna gattonando. Doveva ringhiare
come un orso, tirare zampate in aria e sbattere le mandibole.
Poi doveva alzarsi in piedi, tenere il coltello per la punta e lanciarlo
con tutta la forza che poteva all'uomo che glielo aveva
chiesto.
Erano sempre nudi?
Penso. Ma che differenza c'?
Per me ce n', eccome. E poi?
Se l'uomo riusciva ad afferrarlo al volo il coltello era suo. E
anche il potere.
Merda. Claude resta zitto per un momento, e poi aggiunge:
Mi piacerebbe sapere quante possibilit ci sono di prendere
un coltello al volo in quel modo.
Non c'era scritto. Ma tu lo faresti?
Perch no? dice. Qualche anno fa non lo avrei fatto, ma
adesso s.
 la fine della storia. Non riesco a pensarne un'altra. A volte
mi piacerebbe che Claude mi parlasse del Vietnam. Tra meno
di due anni dovr presentarmi all'ufficio di leva. La guerra si
allarga ogni anno di pi. Ho una teoria secondo la quale il mio
sangue non si rapprender nell'aria fredda e umida di una
giungla. Non mi ci vedo come ragazzo ferito. Voglio diventare
vecchio, ma senza sentirmi per una vita lontano dalla morte.
Claude esce in qualche modo dal suo sacco, s'infila gli stivali
e un giaccone di jeans e fruga tra la sua roba: trova una pila tascabile
ed esce nella notte per pisciare. Non s'inoltra tra gli alberi
dove abbiamo costruito una tenda-gabinetto. Sta dall'altra
parte del telo della tenda. Vedo la sua sagoma che si staglia
contro la parete.
Quando rientra soffia contro il freddo. Si toglie il giaccone e
gli stivali e si rinfila nel sacco a pelo.
Tu ti batteresti? gli chiedo.
Con un orso?
Se ti fosse gi addosso? Com' successo a Bert l'anno
scorso.
Mi metterei a correre risponde.
Gli dico che non pu correre pi veloce di un orso.  una
cosa che sappiamo tutti e due.  talmente risaputa che  diventata
una barzelletta.
Non mi serve correre pi veloce di lui dice. Mi sono tirato
su in attesa di sapere dove voglia andare a parare. Mi basta
correre pi veloce di te.
Non ridiamo rumorosamente. Sorridiamo.
Raduno i cavalli al buio prima che faccia l'alba. L'erba  dolce
e alta, e loro hanno pascolato per i prati lungo il Mountain
Creek e non sono a pi di un miglio dal campo. Phil e Claude
sellano i cavalli alla luce della lanterna e portano i loro cacciatori
fuori al buio a caccia di un alce. I tori sono da tre settimane
nel periodo della riproduzione. Hanno gli occhi iniettati di sangue
e sono imprudenti. Hanno il collo gonfio. Circondano il loro
harem e muggiscono, sbavano e lottano.
Gordon guida a piedi il suo cacciatore fino al punto in cui 
stata piazzata l'esca, a un quarto di miglio dal campo. Si sederanno
nel nascondiglio nella luce velata dell'alba. L'esca  stata
lavorata per due notti da un orso. Loro cercheranno di uccidere
quell'orso. Lo sguardo del cacciatore  vuoto. Non sembra
abbia dormito molto.
Io rimango al campo. Ci sono cinque tende da tre metri e
mezzo per quattro in cui si dorme, e le tende pi grandi dove si
cucina e si mangia. Le tende pi grandi sono una di fronte all'altra,
con un baldacchino di tela drappeggiata che copre lo
spazio che le separa. Io mi siedo sulla superficie piatta di un
abete tagliato e guardo il cuoco. Bevo una tazza di caff. Adesso
sarei a scuola, se Claude non fosse andato via dal campo tre
giorni fa con un gruppo e con il giovane coetaneo del Tennessee
che mio padre ha assunto come mandriano. Il tipo del Tennessee
si  ubriacato ed  andato a sud con la macchina. Claude
mi ha svegliato al lodge nel pieno della notte per ricaricare i cavalli
con provviste fresche e ritornare al Mountain Creek. Non
 il primo autunno che salto la scuola per sostituire uno nuovo
che ha trovato le nostre alte montagne troppo selvagge.
Quando sento lo sparo non  ancora completamente chiaro.
Sulla traversa della tenda del cuoco  appesa una lanterna che
sibila. Il suono arriva secco e amplificato: mi rimbomba forte
nel petto. Sollevo lo sguardo verso il cuoco.  il sostituto del
cuoco morto, un uomo sobrio, sui cinquanta.  chino su una
padella dove frigge del bacon. Si ferma e irrigidisce tirando indietro
la testa. Rimaniamo in ascolto. Si sente lo sfrigolio del
bacon. Un pezzo di legno scoppietta nella stufa. Non ci sono
altri spari. Io mi verso una seconda tazza di caff.
Nel giro di mezz'ora Gordon e il cacciatore rientrano al
campo. Camminano quasi senza toccare terra come se volessero
lanciarsi al trotto. Il cacciatore sta schioccando la lingua.  un
uomo piccolo.  stato disarcionato dal suo cavallo una settimana
fa e ha un ematoma sulla spalla per cui, quando spara, non pu
appoggiare il calcio del fucile con fermezza e il cannocchiale
dell'arma salta e gli lascia dei segni grandi come monete sulla
fronte. Lui  troppo eccitato per farci caso. Sulla fronte ha due
cerchi dai quali il sangue scende sull'occhio destro. Si passa la
manica del giubbotto sulla faccia. Ha caricato dice. Non ha
ancora ripreso fiato e non ha intenzione di sedersi. Tiene il tallone
destro sollevato e la gamba destra gli rimbalza contro il metatarso
del piede. Guarda in gi la sua gamba. Appoggia una mano
contro la coscia. Non riesce a fermarla.
Mio padre  in piedi insieme a loro fuori dall'ingresso della
tenda. Ferito sento dire a Gordon. Un grizzly dice. Con lo
sguardo fissa gli stivali. Afferra il fucile sopra il ponticello, tenendolo
al fianco. Si allontana, punta l'arma verso il bosco e
abbassa la sicura con il pollice.
Mio padre annuisce. Sorride al cacciatore. Mangiamoci
qualcosa dice. Si siede accanto al cacciatore, gli pulisce e gli
benda la fronte mentre lui consuma la sua colazione e si rilassa.
 met mattina e sto spaccando la legna quando Claude ritorna
al campo con il suo cacciatore. Ha le mani insanguinate.
Ci sono macchie di sangue sparse sui suoi gambali e sulle pieghe
della camicia all'altezza della pancia. Loro hanno ucciso un
alce.
Due cacciatori hanno gi preso il loro alce e l'animale squartato
penzola freddo e irrigidito tra gli alberi dietro le tende.
Dopo pranzo impacchetteremo l'animale appena ucciso.
Il cuoco ha messo a bollire le patate sul fuoco. Io sto accatastando
la legna accanto alla stufa. Penso che verr mandato
con Gordon. Sono contento di non essere a scuola. Non sto
pensando all'orso ferito. Mio padre entra nella tenda e chiede
al cuoco di preparare due pasti da portare via. Mettiti il giaccone
dice.
Adesso?
Fa cenno di s con la testa.
Quando ritorno con il giaccone lui mi passa un pasto impacchettato
e io mi sgancio tre bottoni della camicia e ce lo infilo
dentro. Mio padre raccoglie il suo fucile, lo apre e c'infila dentro
una cartuccia facendo scattare la sicura. Gordon  in piedi
su un lato della tenda dove, appesa a un palo, c' una bacinella
smaltata con l'acqua. Tiene il fucile bilanciato sulle spalle, e appoggia
le braccia alla canna e al calcio, con i polsini penzolanti
e liberi davanti all'arma.
Gordon  un uomo imponente, alto pi di un metro e ottanta
per cento chili di peso. Quando le braccia gli scendono lungo
i fianchi gli toccano quasi le ginocchia. Ha i canini aguzzi.
Mi  capitato di stare seduto insieme a lui nella baracca quando
racconta una storia e si eccita. Sbava, la mascella lavora pi veloce
della parola. Lui  un motivo per credere all'evoluzione.
Penso che se fosse nudo e sdraiato in un prato potrebbe assomigliare
a un orso morto, scuoiato.
Seguo Gordon e mio padre fino al campo dov' stata piazzata
l'esca. Rimaniamo in piedi dietro alla postazione di tiro. Riesco
a vedere la massa del cavallo usato come richiamo all'estremit
lontana del pascolo, a una trentina di metri da noi. Sento
mio padre levare la sicura dal fucile. Ha attaccato? chiede.
Si  soltanto girato e ci ha guardato dice Gordon. Dice
che l'orso  stato colpito una volta, non sa bene dove, e che il
cacciatore ha sparato una seconda volta solo dopo che l'orso se
n'era andato.
Camminiamo uno dietro l'altro lungo il perimetro del pascolo fino al
cavallo. Era un paint dalla grande ossatura che chiamavamo
Samson. Adesso sembra solo un puzzle lasciato a
met, largo e bagnato. Parte del collo e della spalla non c' pi.
La pelle penzola sopra le ferite a brandelli e strisce. La pancia 
aperta e le interiora rotte e lacerate sparse nell'erba. I posteriori
e la groppa sono coperti di terra. Le labbra lasciano scoperti
i denti gialli. L'orbita dell'occhio rivolto verso l'alto  stata
svuotata. Mio padre avvicina la punta del piede al fegato e lo rigira.
Le larve si contorcono, quasi fosforescenti nell'aria frizzante.
Qui dice Gordon, e io mi volto verso di lui. Si sta inginocchiando
a tre metri da Samson. Stringe un ciuffo di fili d'erba alla
base e fa scorrere le dita per tutta la loro lunghezza aprendo infine
la mano. Le dita sono scivolose per il sangue fresco. Si alza e fa
qualche passo nel bosco.  qui dice rivolgendosi a noi.
Sei pronto? mi chiede mio padre.
Guardo il cavallo morto e poi Gordon che si accovaccia tra
gli alberi. Annuisco.
Fa' quello che ti dice Gordon.
Annuisco una seconda volta. Fa scattare di nuovo la sicura e
mi passa il suo fucile. Hai qualche domanda?
Nossignore.
Puoi farlo.
Lo so che posso. Lo guardo.
No che non lo sai dice. Sorride. Stanotte lo saprai. Non
essere timido nell'usare quell'arma.
Non lo sar.
Raccoglie una manciata di cartucce dalla tasca e me le rovescia
nel palmo della mano. Mi sfrega il palmo con la punta
delle dita. Non ho ereditato le sue mani. Le mie mani sono
tutte mie.
Lo sentirai dice. O sentirai il suo odore prima che lui ti
veda. Sembrer succedere tutto all'improvviso.
Ho infilato le cartucce in pi nel taschino sul petto e mi sono
allontanato da mio padre. Gordon esce dal bosco e rimane fermo
in piedi. Si strofina la mano sulla coscia destra dei jeans.
Mandi il ragazzo? chiede.
Ti va?
Gordon guarda me, guarda il fucile che ho serrato sotto il
braccio. Si passa la lingua sui denti, da una parte all'altra della
bocca. Sembra che la sua faccia viva di vita propria. Sorride,
annuisce e si guarda alle spalle, nel bosco. Pensi che abbiamo
aspettato abbastanza perch a quell'orso sia venuta voglia di
morire?
Tu che ne dici?
Io penso di s.
Tornate prima che faccia buio.
Gordon guarda mio padre. Ci puoi contare dice, poi si
volta e si allontana. Io lo seguo.
Il terreno  umido, punteggiato da macchie di neve vecchie
di una settimana, e le impronte dell'orso sono nette dappertutto
tranne che nel prato aperto. Per i primi cento metri la
distanza tra i passi  esagerata e poi si aggiusta, le impronte
sono a circa mezzo metro l'una dall'altra. Ognuna di esse 
profonda un paio di centimetri. Sono lunghe circa trenta centimetri
e larghe quindici, ma il terreno  soffice e bagnato e il
loro contorno  confuso. Gli artigli penetrano nella terra cinque
centimetri pi avanti dell'impronta. Ogni dieci, dodici
metri, ci sono spruzzi di sangue. Tutto qui. Non ci sono macchie
o coaguli.
 un orso grande, vero?
Lo era quando gli abbiamo sparato. Gordon non si gira.
Cammina. E si ferma ad ascoltare.
Io salgo standogli al fianco fino ai margini di un'area bruciata
vent'anni fa.  cresciuta come il manto di una pecora con
abeti di Douglas alti fino a due metri e mezzo, cos fitti che si
ha l'impressione di camminare in un lago di acqua verde. Togli
la sicura dice muovendosi in quell'intrico. Lo sento respirare
usando la parte alta dei polmoni. Per andare avanti deve
scostare rami e fogliame con la canna del fucile. Gli alberi ci
premono addosso da ogni parte. So che se l'orso  qui sar lui a
uccidere noi. Sono preoccupato di perdere Gordon nel groviglio
di alberi. Lo seguo cos dappresso che finisco per pestargli
i talloni.
Sento un rumore alle mie spalle e mi volto, ma non c' niente;
lo sento di nuovo, mi giro e mi accorgo che sono i miei capelli che
sfregano contro il colletto del giaccone. Ho un fruscio nelle orecchie.
La pelle mi prude e penso che starei meglio se potessi uscire
dal mio corpo e metterlo in fila dietro di me. M'infilo una mano
sotto il giaccone e la trattengo contro il petto. La camicia  madida
di sudore. Riesco a sentire il mio stesso odore. Posso sentire
anche quello di Gordon un passo avanti a me.
Lui si blocca, io gli finisco contro e rimaniamo in ascolto;
poi lui scoreggia ed entrambi facciamo un balzo di lato portando
i fucili al petto. Sorridiamo, ma non ridiamo.
Spero che non sia l'ultima cosa stupida che faccio sussurra.
Annuisco.
Se succede qualcosa, cerca di non spararmi addosso.
Annuisco di nuovo.
Mio padre mi ha detto che se un orso ti stende a terra con
l'intenzione di sbranarti la cosa migliore  fingerti morto. Mi
sono allenato con mio fratello. Mi sono appallottolato sul pavimento
del nostro bungalow e lui mi ha colpito di punta e di taglio
con un rastrello da giardino, ma facendo attenzione. Eppure
io trasalivo e quando un rebbio mi ha tagliato ho lanciato un
urlo.
Penso alle volte in cui sono stato preso a calci dai cavalli, disarcionato
su un terreno roccioso, alle volte in cui sono caduti
con me in groppa. Mi hanno applicato pi di cento punti, mi
sono fratturato sette costole, un polso, ho avuto contusioni e i
denti davanti fuori asse. Ognuna di queste cose mi ha fatto soffrire.
Ma non penso di essere abbastanza coraggioso da fingere
di essere morto.
Usciamo dall'area bruciata e la percorriamo esternamente
individuando il punto in cui l'orso  uscito. Le tracce portano a
una zona di alberi di vecchia crescita. Gordon si siede su un tronco
abbattuto e si toglie il cappello; solleva il braccio destro
all'altezza della spalla e strofina la fronte contro il muscolo del braccio.
Ha la faccia coperta di sudore. Meno male che non abbiamo
fatto spaventare un gallo cedrone l in mezzo dice. Me la
sarei fatta addosso. Mi studia con attenzione. Tutto bene?
Non ne sono sicuro.
Cosa ne dici se per tornare facciamo un giro pi largo?
Anche se lo uccidiamo?
S, anche se lo uccidiamo.
Seguiamo le tracce dell'orso ferito per due miglia in un bosco
arioso. Procediamo lentamente. Quando a ogni passo stabilizzo
il mio peso mi sento sicuro, solo per quell'istante, ma
quando sollevo una gamba per muovere un altro passo, so che
tutto pu cambiare. Molto rapidamente. Giusto il tempo che
c' tra un passo e l'altro.
Troviamo meno sangue. E poi lo troviamo sempre pi raramente.
Il passo dell'orso si sta allungando. C'inginocchiamo
nei pressi di una fonte dove lui si  chinato a rinfrescarsi, bere e
medicarsi la ferita con il fango. Il terreno paludoso  scavato e
lacerato.  met pomeriggio.
Penso che sia arrabbiato dico a Gordon.
Penso che lo sarei anch'io dice.
Saliamo a fatica per una scarpata accidentata. Ogni cento
metri c' una macchia di sangue che sembra un brillante bocciolo di lichene. Negli ultimi metri dobbiamo mettere i fucili sulla
schiena e aiutarci con le mani per proseguire la scalata. In cima
c' una spolverata di neve e le tracce si spianano e allungano in
passi pi rapidi. Le seguiamo per un quarto di miglio senza
trovare sangue.
Gordon guarda in cielo, si siede e tira fuori il suo pasto.
Penso che quel figlio di puttana si stia rimettendo in sesto dice.
Io mi siedo di fianco a lui e do un morso al mio panino, ma
ho la bocca secca e gommosa e sputo il pane e la carne. Abbiamo
i fucili in grembo.
Hai paura?
Vorrei non averne. Lo guardo.
La volont in una mano e la merda nell'altra dice. Vediamo
quale si riempie prima.
Hai paura?
Gordon solleva una fetta di pane e osserva con curiosit la
bistecca di alce che c' in mezzo. Unisce di nuovo le fette di pane
e d un altro morso. Se faccio una classifica tra i modi di
morire, agli ultimi posti c' l'essere mangiato.
Pi in basso che affogare?
Pi in basso quasi di tutto. Forse  sopra solo al morire
bruciato.
Rimetto il mio pasto sotto la camicia.
Torneremo qui con i cavalli domani e vedremo quello che
riusciremo a trovare dice. Guarda alle nostre spalle. Non
credo che quest'orso abbia preso un colpo abbastanza forte da
morire.
Scendiamo ad angolo dalla cresta rocciosa tenendoci alla larga
dall'area bruciata e cresciuta a dismisura e ci ritagliamo un
sentiero sul suo lato pi lontano. Camminiamo di buona lna,
ma  sera, nel bosco  quasi buio e siamo ancora a mezzo miglio
dal campo. Gordon si blocca come ho visto fare a un cane
quando gli finisce la catena e s'inginocchia, e io m'inginocchio
vicino a lui. L ci sono le tracce che stavamo seguendo e sopra
le impronte dei nostri stivali, e sopra ancora, qui, e di nuovo
qui, le tracce fresche di un orso. Un grizzly. Lo stesso grizzly.
Gordon si rialza e scruta nel bosco. Trattiene il respiro. Sta girando
intorno sussurra. Guarda in basso verso di me, e ha la
faccia pallida. Ci sta seguendo. Sta correndo.
Ci allontaniamo dal sentiero nel bosco pi rado. Penso che
potrei lanciarmi in una corsa a perdifiato. Mi vedo intento a
correre, sento l'effetto liberatorio. Non corro perch non voglio
precedere Gordon, non voglio essere ucciso tra lui e il
campo. Mi sento osservato, ma quando lo guardo lui sta controllando
alle nostre spalle.
Laddove i pini e gli abeti di Douglas si aprono nel pascolo,
camminiamo nell'erba alta senza perdere di vista i bordi alberati
ai nostri lati, di fronte a noi, alle nostre spalle. Sbatto le palpebre
ogni volta che giro la testa. La muovo continuamente, da
una parte all'altra. Penso che se rimango a fissare in una direzione
e sbatto le palpebre l'orso approfitter di quell'attimo di
cecit per lanciare il suo attacco e sopraffarmi. Ascolto. La foresta
 piena di rumori. Mi devo ricordare di respirare.
Penso a una zanna spessa e umida di un orso che mi penetra
nel muscolo e scende graffiandomi fino all'osso.
Il chiacchiericcio degli scoiattoli scorre attraverso la mia spina
dorsale come corrente elettrica. Penso alle mie ossa frantumate
nella stretta delle mascelle di un orso.
Faccio un passo e poi un altro. Immagino il sapore del mio
sangue. Immagino il mio sapore sulla lingua di un altro animale.
Passiamo da uno spiazzo di verde all'altro entrando e uscendo
dal bosco, via dal sentiero, allontanandoci a ogni passo un
po' di pi, verso il campo, verso le voci di Claude, Phil e mio
padre, raccolti intorno alla lanterna.  quasi buio. Non riesco a
distinguere il motivo sulla camicia di Gordon. Non ci scambiamo
nemmeno dei sussurri. Penso a un orecchio, un occhio, allo
scalpo strappati via dal mio cranio.
Ci fermiamo, ascoltiamo, poi riprendiamo a camminare.
Posso sentire il battito dei nostri cuori senza fermarmi, anche
sopra i rumori della foresta. Quando ci penso tiro fuori il mio
panino, lo lascio cadere dietro di me e vado avanti. Penso alle
masse muscolari strappate via dai loro legamenti, il mio sangue
che macchia la ruvida e argentea pelliccia di un orso. Il mio
sangue sul naso di un orso. Nelle sue narici.
Anche quando vediamo le tende illuminate a soli cento metri
non mi sento al sicuro. So che posso essere ucciso proprio l,
cos vicino, intontito e con il collo spezzato con ancora l'odore
del fumo della legna nel naso. So che la zampata di un grizzly 
abbastanza potente da stendere un alce maschio. L'ho visto con
i miei occhi. Lo sto vedendo anche quando sono ormai sotto la
tettoia della tenda del cuoco, con gli uomini che mi fissano e
Gordon in piedi dietro di me.
L'hai trovato? vuole sapere mio padre.
 lui che ha trovato noi dice Gordon passandomi davanti
per andare a sedersi accanto alla stufa.
Gli uomini mi guardano mentre io estraggo la cartuccia dalla
camera di caricamento dell'arma di mio padre che appoggio in
un angolo della tenda, mi giro, esco e rimango sotto il baldacchino
a rimirare nel buio.
Claude mi segue e si ferma accanto a me: mi passa un bicchiere
con il manico con due dita di whisky e io bevo e tossisco.
Basta sorseggiarlo dice e rientra nella tenda, mentre io faccio
un passo nel buio, lontano dalla sicurezza della luce, delle
voci e delle risate, e comincio a piangere. Non singhiozzo, ma
ci vuole parecchio prima che riesca a smettere, e me ne vado
nella mia tenda perch non voglio che gli altri vedano la mia
faccia.
Sono ancora sveglio quando Claude entra e si sveste e mette
da parte la lanterna. Gli chiedo se pensa che Gordon e io siamo
fortunati a essere vivi.
Secondo te lo siete stati?
S, secondo me s.
Ti senti vivo?
Molto vivo.
Come se non te ne volessi andare?
S.
 una sensazione che conosco dice poi si gira nel suo sacco
a pelo e si mette a dormire.
I cavalli sono vicino al campo. I colpi dei loro zoccoli vibrano
sulla crosta di terreno gelato. Posso sentirli camminare nel
pascolo ghiacciato a un centinaio di metri di distanza. Sollevo
una mano e tengo il palmo contro il telo della tenda. Il materiale
 fresco ed elastico. Pi duro della mia pelle, ma non pu tenere
fuori il freddo. Volto la schiena alla parete della tenda e mi
arrotolo intorno al mio fegato. Mi sento insonnolito. Il mio corpo
chiede di dormire. Scuoto la testa e ascolto la notte. Non
voglio morire nel sonno. Voglio restare sveglio, voglio piangere.
In gennaio mio fratello e io siamo fuori con le racchette da
neve sopra il lodge. Stiamo arrancando in diagonale verso una
cresta esposta per guadagnare altitudine, per guardare la campagna,
perch siamo giovani e annoiati da quello che possiamo
trovare dentro al nostro bungalow. La neve scricchiola sotto le
strisce di pelle intrecciata delle racchette. Il giorno sta per finire,
e le nostre ombre cadono lontane da noi, grigie e azzurre
come armi di metallo.
Ci fermiamo a riprendere fiato e strizziamo gli occhi per
guardare lontano. Abbiamo le palpebre congelate e incollate
insieme. Le sbattiamo per avere una visione pi nitida. I nostri
nasi sono completamente ghiacciati, e noi respiriamo a fatica
attraverso la bocca.
Il cielo  azzurro puro. Non ci sono nuvole. La temperatura
 al di sotto dello zero e l'aria brilla cristallina, satura di minute
particelle di ghiaccio, cos leggere che fluttuano senza toccare
terra. Ci sono soltanto la neve e le macchie nero-azzurre dei
sempreverdi.
Il Libby Creek scorre sotto di noi e sotto trenta centimetri di
ghiaccio marmorizzato. Io guardo verso il fiume. La macchia di
salici  ridotta a un intrico di punte senza foglie di morbidi
gialli e arancioni. Ci sono banchi di aronie e cinorrodi.
 gennaio e per cinquanta miglia in ogni direzione la terra 
oppressa dal silenzio. Penso agli orsi, penso agli orsi seppelliti
nelle loro caverne intorno a me. Penso alle tane scaldate dal
sangue degli orsi, i grandi orsi appallottolati nel sonno, che si
spostano per grattarsi e schiaffeggiare le loro pappagorge.
Chiudo gli occhi e vedo le orse piene di latte nutrirsi con il loro
grasso per placare l'appetito dei cuccioli. Penso a loro addormentati
sotto la neve.
Guardo la cresta della montagna. Cerco gli orsi. Immagino il
loro respiro condensato sollevarsi in esili spire, da inattesi condotti,
dalle loro tane tranquille.
Mio fratello si volta e si allontana da me. Alla sua cintura 
appesa una baionetta che ha comprato all'Army Surplus Store,
il negozio di articoli militari di Cody. Gli sbatte contro la gamba.
 lunga come un machete.
Mi piace il tuo coltello gli dico e lui si blocca.
La richiesta  inattesa. Lui mi studia. Sta pensando alle cose
che ho io. Sta ipotizzando degli scambi. Il nostro fiato  ghiacciato
e rimane sospeso fra di noi. Gli racconto la storia del coltello
per orsi. Lui estrae la baionetta dal suo piccolo fodero di metallo
e la solleva nell'aria fredda. La lama  dura come pietra.
Vuoi che te la tiri? mi chiede.
Io penso che lo farei.
Lui sorride. E poi sbuffa. Basta che aspetti dice. Tra un
anno e mezzo probabilmente andrai in Vietnam e verrai ucciso comunque.
Rimette il coltello nel fodero e comincia a scendere dalla cresta.
Io aspetto fino a quando non raggiunge gli alberi lungo il fiume, e poi lo seguo.
...
.
...
11. SVERNAMENTO.
...
.
...
Guido da casa verso il Wyoming nordoccidentale con i finestrini
dell'auto abbassati. Tengo la radio spenta, non canto, non fischietto.
Ascolto il vento. Non parlo al vento. Sarei costretto a
spiegarmi in modo troppo articolato, troppo specifico. Un benzinaio
alla stazione di servizio di Thermopolis mi chiede se voglio
dare una controllata all'olio e io mi giro e me ne vado. Ci
sono state troppe domande. Il vento non chiede. Non ne posso
pi di conversazioni, televisione, musica, persino delle risate.
Voglio andarmene tra le montagne, misurarmi con loro senza
rumori, e curarmi, dentro e fuori.
Mi sono appena diplomato al college, e le gambe mi fanno
male come se mi avessero chiesto di rimanere in piedi per quattro
anni, affondato fino alle cosce in una pozza d'acqua di fiume
dicembrina. Mi hanno detto che la materia cerebrale non
percepisce il dolore. Non ho modo di appurare se ci sia un
danno l. Le mie gambe tremano a tal punto che certe volte
preferirei averle perse. A ogni passo faccio una smorfia.
Mentre guido mi sfrego le cosce. Mi chino e mi strizzo i polpacci.
I muscoli appaiono gonfi, spessi, in preda ai crampi. Io
aspiro il vento. Mi chiedo se con le scarpe da tennis sarebbe
stato meglio. Il pensiero mi fa sorridere. Ne ho un paio, ma le
metto esclusivamente dentro a un paio di stivaloni di gomma
quando vado a pescare. Al college non pescavo.
Nelle pianure a sud di Meeteetse ci sono le antilopi. Due, e
poi tre, riunite insieme. La salvia  cresciuta fino alla pancia degli
animali, di un verde acqua lussureggiante e grigio tenue. Le
antilopi sembrano imbarcazioni galleggianti sulle piccole onde
di un mare settentrionale. Imbarcazioni senza pescatori. Navi
di bellezza, con i bompressi tagliati a forma di corna biforcute,
che raccolgono il sole, semplicemente muovendosi.
Alcuni dei miei compagni di classe portavano scarponcini da
montagna, il genere di calzatura che un arrampicatore pu acquistare
per le escursioni sulle catene dell'Himalaya. La maggior
parte aveva stringhe rosso brillante. A me sembravano ridicoli.
Non mi vedevo come arrampicatore n, se per questo,
come camminatore. Mi vedevo come un giovane temporaneamente
a piedi, senza cavallo. Portavo quello che avevo sempre
portato fin da piccolo. Portavo stivali da cowboy. Il college si
trovava a Laramie, Wyoming, dunque non si trattava di una cosa
insolita.
Quello che era insolito, almeno per me, era il calcestruzzo:
marciapiedi, parcheggi, strade, piazze pavimentate. Le mie
gambe si erano allungate lontano dalla strada. Erano abituate
alla terra, umida e secca, al peluche dei prati erbosi e degli aghi
di pino. Quattro anni al college sul calcestruzzo mi avevano
quasi azzoppato. Se avessi proseguito negli studi sarei molto
probabilmente finito in un ospedale. Mi allontanai con passo
incerto da Laramie, gonfio dal fondoschiena ai tendini di
Achille. Non proseguii negli studi. Preparai la macchina e non
mi voltai indietro.
Mi fermo alle porte di Cody. Il sole si sta nascondendo dietro
la Rattlesnake Mountain. C' uno sparpagliamento basso di
cumuli esagerati che diventano bronzei e mori e vermigli. Mi
siedo in cima a un dosso stradale e respiro l'aria di casa. Il vento
mi solleva i capelli e me li fa ricadere sulla fronte. Sento la
presenza della montagna palpabile come un cambio di stagione.
Per i successivi due mesi faccio i lavori pi strani: ferrare i
cavalli, erigere recinti, qualche lavoretto di carpenteria. Vivo
con i miei genitori. Non sono una buona compagnia. Entro la
fine di luglio trovo un lavoro nella gestione dell'Elephant Head
Lodge. Non  molto lontano da dove sono cresciuto. Penso che
se riesco a reggere sino alla fine dell'estate e vedr i pioppi
cambiare e i turisti tornare alle terre pi basse, allora vorr dire
che  andato tutto bene. Per un mese o due, non di pi, dovr
sorridere agli estranei, poi toglier l'acqua dai bungalow, disfar
i letti, condurr i cavalli al pascolo invernale e appender
un cartello con scritto: CHIUSO. Due mesi, penso, e sar fuori
dal business dell'interazione, in montagna, da solo.
Sogno gennaio. La luce che scompare alle quattro del pomeriggio.
Il ritmo cauto e lento della vita sotto zero. Immagino che
mi avvolger nell'inverno: cinque mesi di luce velata; il dolce
istupidimento del freddo. Chiudo gli occhi e penso ai torrenti e
al fiume coperti dal ghiaccio. E alla neve. Giorni e giorni di soffice
accumulazione. La neve che ridurr ogni rumore a un sussurro.
Immagino che camminare sulla neve mi guarir le gambe, mi
massagger la psiche restituendole equilibrio.
Gi con il primo di settembre il numero dei turisti si riduce,
e non  raro che ci sia la gelata per due notti di fila. La mattina
sento un alce emettere il richiamo d'amore. La mia eccitazione
cresce. Sento l'impeto delle mie invocazioni di solitudine aumentare
di volume. Fred Garlow telefona.
Vuole sapere se intendo prendere in custodia un ranch. Mi
dice che una coppia della costa orientale ha comprato un posto,
costruito una bella casa, e vuole un uomo che la tenga d'occhio.
Solo tenerla d'occhio? chiedo.
 il Four Bears. Ci sono un po' di cavalli selvatici.
Quanti?
Be', non  che mi sono messo a contarli uno per uno.
Cosa ci vogliono fare con quelli?
Vogliono tenerli allo stato brado.
Non  il posto di Olive Fell?
L'ha venduto. Ha ottenuto l'usufrutto a vita. Come per i cavalli.
 stata lass quarant'anni da sola. Sola con i cavalli. Immagino
che non desideri la compagnia pi di quanto la desideri
tu. Il posto in cui andresti tu si trova a un miglio.
Ce l'ho gi un lavoro gli dico.
Questo  meglio.  per tutto l'anno, e in estate non ci sono
turisti. Dimmi che verrai almeno a dare un'occhiata.
Quando?
Domani.
Incontro Fred dove una strada sterrata si stacca da quella a
doppia carreggiata che collega Cody a Yellowstone e monto sul
suo pick-up. Lui guida per un quarto di miglio parallelo al Jim
Creek e poi su per altre due miglia attraverso una successione
di tornanti per il pendio di pietra arenaria coperto di salvia. Saliamo
dal fondovalle lentamente. Io scendo per aprire un cancello
di filo metallico. Si vede il parco. Saranno circa trenta
miglia gli dico.
Mentre torno al furgone tengo lo sguardo su Yellowstone,
osservando la massa di un temporale che imperversa sulla Continental
Divide.
Saliamo pi su, di fianco alla casa, da l c' una veduta sulla
South Fork. Si vede anche la parte superiore della Table Mountain.
Per quanto riguarda il panorama non si potrebbe chiedere
di meglio.
I tornanti si fanno pi stretti, profondi, la strada in pendenza.
Pensi che diventi scivolosa?
Penso che possa diventare una bastarda palude. C' un sacco
di bentonite. Se fossi in te eviterei di uscire di casa quando
piove, altrimenti ti ritroverai con i cerchioni affondati nella
poltiglia.  la merda che ti rimane attaccata quando vieni gi
dalla collina.
Scendiamo ai piedi di una casa costruita con tronchi di legno
su una sporgenza esposta. Finestre alte dal pavimento al soffitto
si esibiscono su tre lati della costruzione. Fred strizza gli occhi
nel sole per guardare la casa. Questo  il posto di Olive.
Per farsela costruire negli anni Cinquanta chiam a raccolta un
gruppo di finlandesi presi al Red Lodge.
Sulla punta del tetto sono appollaiati dei corvi.
Non l'ho mai incontrata.
Immagino ti sia giunta la voce che, un inverno, ha fatto fuori
due tizi. Una signora che viveva con lei e un dipendente.
Su tutti quelli che vivono soli si raccontano cose del genere.
Ero nel gruppo che veniva qui con i cavalli. L'abbiamo trovato
noi il corpo della donna.
Ho sentito dire che  morta per il freddo.
Fred sputa fuori dal finestrino. Quando sei morto, sei morto.
Se muori fuori di casa in inverno, non  certo per il caldo.
La strada curva lungo il margine dell'alta collina come se
fosse sul bordo di una tazza, finendo contro i bassi bastioni
della Jim Mountain. Tutto questo bacino in primavera si coprir
di iris selvatico dice.
Io faccio cenno di s con la testa. Cerco d'immaginare le pennellate
di porpora e azzurro chiaro che delimitano questo spazio
aperto scuro come il cuoio. La nuova casa ha una pianta larga
e angolata e sembra essere una scarpata andata in pezzi
venuta gi dalla catena di alte colline che s'innalzano sopra di
essa.  costruita interamente in legno, pietre del posto e vetro.
Intorno al suo perimetro crescono salvia ed erbe selvatiche.
Fred scende dal furgone. Eccoci. Qualcosa come settecento e
passa metri quadri, mi hanno detto.
Si aspettano che la tenga pulita?
Per le pulizie credo sia possibile rivolgersi a una delle agenzie
gi in citt. I proprietari credo che si faranno vedere solo
un mese, d'estate.
Fred mi mostra l'appartamento al piano interrato nel quale
vivr. Le finestre che danno verso sud lasciano entrare cos tanta
luce che devo abbassare la visiera del mio cappellino.
Sono brave persone?
Chi?
I nuovi proprietari.
Fred si stropiccia un orecchio. Mi piacciono pi di tante altre
persone che ho conosciuto negli anni. Se non fosse cos,
non ti avrei fatto portare il culo fin quass.
Mi fido di Fred. Lo conosco da quando ero piccolo. In citt
non lo considerano granch perch  il nipote di Buffalo Bill
Cody, ma c' sempre in giro qualcuno disposto a buttare via il
tempo spettegolando o impicciandosi della vita dei propri vicini.
I vecchi cowboy che hanno lavorato con lui lo giudicano
onesto e apprezzano le sue qualit nel lavoro.
Il piano superiore della casa  tranquillo e realizzato con la
cura di una chiesa. Alle pareti sono appese opere di Russell,
Remington, Wyeth e Bierstadt.
Io rimango in piedi di fronte alle grandi tele di Wyeth.
Questa  una delle ragioni per cui hanno bisogno che qualcuno
stia qui su questa montagna?
Una. Queste non sono riproduzioni.
Lasciamo la casa e c'incamminiamo verso ovest all'ombra dei
pini e dei pioppi che costeggiano il Jim Creek. Ci sono una serie
di recinti e diversi bungalow piccoli e scuri. Olive ha vissuto in
uno di questi fino a quando non ha avuto il denaro sufficiente per
la casa sulla punta rocciosa. Succhia tra i denti e si tira su i
pantaloni. Mandava avanti questo ranch senza l'aiuto di nessuno.
Immagino vendesse i suoi disegni nei negozi dello Yellowstone.
E alcuni quadri. Io non credo che ce l'avrei fatta.
A che altezza siamo?
Oltre i duemila metri.
Ritorniamo al furgone. Io salgo su un masso e mi stacco da
Fred. La giornata  limpida e abbagliante. Riesco a vedere per
trenta miglia a est, per venti a sud, e quaranta a ovest. Senza
nemmeno voltarmi posso sentire alle mie spalle la montagna silente
di pini e abeti del Forest Service. Immagino di sentirla
contrarsi, raffreddarsi, prepararsi per i mesi pi bui e gelidi. Mi
fanno male le gambe, ma il dolore  sopportabile.
A cosa pensi?
Sei stato qui quando soffia?
Avrai un po' di vento. Ci sono le correnti.
Guardo indietro in direzione del bacino che abbiamo circumnavigato
per arrivare alla casa. Scarica a ovest nel Jim
Creek. Immagino un vento occidentale che lo spazza, seppellendo
la strada nascosta sotto la frangia della linea dell'orizzonte
orientale.
Se nevica presto e la neve attecchisce, potrei stare qui da
novembre a marzo. Ho appena preso quella piccola Scout del
'52.
Accanto all'appartamento nel seminterrato c' una dispensa.
E una cella frigorifera. Non ti lascerei venire fin qui senza
scorte di cibo per cinque o sei mesi. C' un telefono se ti fai
male o ti senti in vena di scambiare quattro chiacchiere, ma forse
prima vuoi salutare qualcuno.
Scendo dal masso. Sarei da solo? Cerco di non apparire
troppo interessato.
Immagino che avrai tutta la solitudine che sei in grado di
sopportare.
Distolgo lo sguardo da Fred e sorrido nella ustionante limpidezza
del giorno. Mi ci vorr una settimana per trovare un sostituto
a meno che il tizio per cui sto lavorando non abbia gi
in mente qualcuno.
Fa' una lista delle cose da mangiare di cui pensi di avere bisogno.
Nella casa ci sono una lavatrice e un asciugabiancheria
cos potrai tenere puliti gli abiti che ti sei portato dietro. Ho
pensato fosse meglio stare abbondanti con carta igienica, aspirine,
patate e fagioli. Con la bottiglia come va?
Direi di lasciarla perdere del tutto, non voglio avere tentazioni.
Ho gi passato due anni non proprio splendidi.
Risaliamo sul furgone e Fred si accende una sigaretta, spingendosi
indietro con il pollice il cappello dalla fronte. Chiamer
Olive e le dir che vieni qui. Lascer che v'incontriate da
soli. Non le piace avere troppa gente intorno. Capisci?
S, ma non so se  il caso.
Se ti va davvero di restare da solo scommetto che non sar
lei a chiederti di portarla a ballare.
Mio padre mi dice senza mezzi termini che quel poco di cervello
che mi  rimasto se ne sar andato del tutto entro febbraio.
Il guardiano? mi chiede e scuote la testa. Sei andato a
scuola quattro anni per fare il guardiano?
Non intendo farlo di professione.  solo per l'inverno.
 un lavoro per vecchi ubriaconi o per pastori sciancati.
E Natale? chiede mia madre.
Dico loro che potremmo approfittare del prossimo fine settimana
per stare insieme. E in concomitanza con la Festa del lavoro
e ci scambiamo i regali. Loro mi danno un piumino senza
maniche e un paio di guanti da lavoro foderati. Io ho incorniciato
il disegno di un orso che ho fatto io. Mia madre lo appende
nella loro camera da letto.
Spero per te che funzioni dice mio padre. Si  ripreso dallo shock del mio annuncio. Ci stringiamo la mano. Mia madre
mi abbraccia. Mi tiene la mano appoggiata sulla guancia e mi
fissa negli occhi finch non distolgo lo sguardo. Mi bacia e mi
abbraccia una seconda volta. Le dico che ho in mente di staccare
il telefono nella mia nuova casa. Lei abbassa lo sguardo sul
pavimento della cucina.
Non sono pazzo le dico.
Preferirei che lo fossi.
Perch?
Sarebbe pi facile per me capire.
Ti voglio bene le dico, ma non sembra abbastanza.
Lei fa di s con la testa. Ha le braccia incrociate sul petto. Io la
stringo e le braccia le cadono e rimangono a penzoloni tra di noi.
La mattina seguente parto per la montagna. L'autunno resiste,
le giornate sono tiepide, le notti fredde, gli alberi stanno
cominciando a cambiare, le foglie prendono i toni gialli, dorati
e rossicci.
Parcheggio accanto alla casa e mi fermo in piedi di fianco alla
Scout, incredulo della fortuna che mi  capitata. Mi sembra
di essere in cima al mondo, irraggiungibile al traffico. L'aria 
azzurra come lapislazzuli. Nel giro di pochi mesi impallidir
nel colore del gelo. Mi  stata offerta una casa dove l'inverno
durer. La neve rimarr intonsa finch non ci camminer sopra
io. Tiro fuori i vestiti, le racchette da neve, la sella, i libri, una
macchina da scrivere, e cibarie per una settimana.
Mi sdraio sull'erba alta di fronte alla casa e fisso il cielo immoto
e terso. La terra  calda. Mi addormento e mi sveglio nel
tardo pomeriggio. Non mi passa per la testa che le mie fantasie
di solitudine possano essere ingenue. Non so, per esempio, che
fantasia e volont, in un posto solitario, in altura, lavorano insieme
contro la mente dello stregone, che le loro lame diventano
affilate e pericolose come coltelli di ossidiana. Non so quanto
tempo voglio restare in disparte dalla vita che ho vissuto, n
che in altitudine tutte le ferite guariscono lentamente.
Mi preparo una cena frugale e vado a letto dopo il tramonto.
Mi sveglio di notte ed esco per sedermi sotto una luna gibbosa
in fase calante. L'aria  fredda, secca. Non ci sono insetti. Il verso
della civetta avvolge la semioscurit come la calda sezione
dei fiati di un'orchestra. Gli strilli e gli ululati di un paio di
coyote mi riportano chiara l'immagine di un amico ucciso in
Vietnam. La sua espressione  di stupore sorpreso. Io chino la
testa e prego che la sua anima trovi pace e ringrazio di non essere
stato scelto per andare in guerra. Il mio respiro risuona
forte come il fruscio dei rami degli abeti. In una stanza della casa
di Olive c' una luce tenue, e questo  tutto. La luna si  sistemata
al centro del cielo, quasi impalpabile. Le stelle diventano
pi brillanti. Io rientro in casa e dormo per il resto della
notte.
Mi sveglio presto a causa di un urlo allarmante e costante. Non
riesco a decidere se provenga da una donna, un orso, o un cavallo.
Non dico nulla. Ma sento il battito del mio cuore accelerare e
impazzire. Per un momento penso che la terra si stia aprendo, di
essere finito tra le fauci di un immane cataclisma. Salto gi dal
letto, mi metto i pantaloni e gli stivali ed esco di corsa di casa.
Mentre corro mi infilo la camicia. Il suono sembra soprannaturale,
irritato come il grido di un dio furibondo. Gli corro incontro
perch sono convinto di non potergli sfuggire.
La mia mente sfoglia il suo breve catalogo di incidenti. Ci
trovo l'urlo di un uomo rimasto inchiodato sotto un blocco che
si  staccato da una piattaforma di perforazione - un grido di
dolore intenso e smarrito -, quello di un puma con un proiettile
piantato nelle budella, quello di un esemplare maschio di
aquila calva spezzato e in caduta libera per quello che, all'epoca,
immaginai essere un combattimento perduto per ragioni familiari
o di sesso. Adesso lo riconosco come un unico suono:
un suono scarnificante che lascia l'ascoltatore nel suo scheletro
vibrante, spoglio e bianco come un diapason d'avorio. Corro
pi veloce. Penso a qualche folle anacoreta che cerca di fare
qualcosa contro il peso della propria solitudine. Penso che
questo  ci a cui rischio di andare incontro. Penso all'urlo come
a una semplice preghiera inselvatichita, fuggita dalla gabbia,
che aliena un uomo dalle sue passioni.
L'urlo mi attira verso il proprio centro, contrae e allenta i
miei tendini e legamenti, proietta in aria le mie ginocchia, mi
rende elastico nella paura, nella velocit. Non  tanto la volont
di vedere con i miei occhi la fonte di quel suono.  la volont
di farlo tacere.
Non so che si tratta di una cavalla fino a quando non la trovo.
Una giumenta selvaggia, delirante per il dolore.
 finita nel guardavia pi vicino alla casa, piazzato per la sicurezza
del bestiame: ha tutte e quattro le gambe spezzate all'altezza
delle ginocchia. Mentre gridava si  dimenata e il sangue
le scende dal naso e dalle orecchie e in quantit minore da
un occhio che le  quasi uscito dall'orbita. Le ossa delle gambe
sono penetrate nella carne, e mentre lei si contorce lavorano
come i denti aguzzi di qualche rapace che vorrebbe strapparla
alla terra per mangiarla, ed  impossibilitato ad alzarsi in volo
dalle sbarre d'acciaio su cui lei  stramazzata. La cavalla sta
perdendo la sua lotta per la sopravvivenza. Tra un lamento e
l'altro respira affannosamente, sul muso le  apparsa una schiuma
rosa viscida, l'occhio buono  rivoltato all'indietro, bianco,
ma ogni tanto ricompare fugacemente in stato confusionale.
Immagino sia finita contro la protezione in piena corsa.
La sua vista mi spinge ancora pi velocemente verso la casa.
Frugo tra le mie cose alla ricerca di una pistola. La trovo e l'afferro
come se si trattasse del collo di un cane rabbioso. La
stringo forte perch sono solo e so cosa sto per fare. Corro per
la seconda volta dalla giumenta. I suoi urli sono pi profondi.
La terra trema all'unisono. Gli uccelli mi volano incontro confusi.
I cani della prateria fuggono in preda al panico per evitare
la carneficina che credono si stia annunciando. La raggiungo,
respiro profondamente per calmarmi polmoni e cuore e spararle
alla testa. Devo fare fuoco due volte, tanto  determinata nella
sua lotta, e poi cammino in mezzo alla salvia e mi siedo. Mi
appoggio in grembo la pistola e poso i palmi per terra. Ho la
camicia sbottonata, aperta, che mi penzola ai polsi.
Comincio a ululare, forse perch sono solo. Sembra l'unica
risposta adeguata. Non mi preoccupa la possibilit che qualcuno
mi senta. Ululo finch ho fiato. Mi guardo intorno, sbattendo
le palpebre. Mi domando se una parte di me se n' andata
con lei, se ha spezzato la sottile e penetrabile superficie che ci
separa dalla nostra morte individuale. Mi stringo con le mani la
testa, il petto e le cosce. Voglio essere sicuro di esserci ancora,
intero. Rimango seduto tranquillamente per una mezz'ora e poi
mi avvio verso la casa. Sento le gambe deboli. La bocca  secca
e ha il sapore dell'acciaio. Non ho voglia di mangiare. Mi allaccio
la camicia, la infilo dentro i pantaloni e mi metto un giaccone.
Trovo una catena per il legno e una sega a telaio e torno con
la mia piccola auto a trazione integrale dal suo cadavere.
Sego le ossa rovinate, i tessuti e la pelle all'altezza delle ginocchia,
estraggo le gambe dal guardavia e le sistemo sul retro
della Scout. Stendo la catena su di lei. Gliela faccio passare intorno
al collo, agganciandola in modo sicuro appena sotto la
mandibola. Assicuro l'estremit libera intorno al gancio per il
rimorchio e parto con la marcia pi bassa. La catena si tende, la
testa tiene bene e io trascino il cadavere amputato a un miglio
dagli edifici. La faccio scivolare in un ripido dirupo e le lancio
dietro le sue gambe. Nel giro di una settimana sar gonfia e decomposta,
e aquile, corvi e coyote che ne sentiranno l'odore arriveranno
in questo posto a strapiombo per consumare un pasto.
Quando sulla via del ritorno ripasso nel punto in cui 
avvenuto l'incidente i pneumatici slittano sul terreno impregnato
di sangue.
Mi preparo un caff e mi fermo per un po'. Ho la sensazione
di aver fatto tutto troppo in fretta. Controllo l'orologio. Non
siamo nemmeno a met mattina.
Cammino verso il torrente nella speranza che il rumore dell'acqua
possa calmarmi. Trovo due tavole di compensato rovinate
e diversi cancelletti allineati sul retro di un piccolo capanno.
Fisso con del filo di ferro le tavole al guardavia e tiro su un
cancello. Non voglio che un altro cavallo finisca in trappola.
Quello che ho visto mi  bastato.
Fred si presenta alla fine della settimana con il cassone del
pick-up straboccante di scatolame, farina, fagioli, carta igienica
e cento chili di carne surgelata, impacchettata con il ghiaccio e
avvolta nella tela incerata. Ha portato un rimorchio: facciamo
scendere tre cavalli da sella, li leghiamo a uno steccato fatto
con due cavalletti e una sbarra e portiamo le scorte dentro casa.
Pensavo che prima che si metta a nevicare potremmo sistemare
un po' le recinzioni dice, e pi tardi, mentre stiamo sellando
i cavalli: Queste protezioni non servono a un accidenti se
le assi le metti in alto.
Una cavalla di Olive ci  finita contro.
Ho visto le macchie di sangue. Hai fatto tutto da solo?
Con una catena. Ho dovuto ucciderla.
Olive ti ha visto?
Non c'era.
Questo non significa niente. Con un po' dei soldi che ha ricevuto
dalla vendita del posto si  comprata un telescopio. Ti
avr visto con quello. Se vuole riesce a vedere anche di che colore
hai gli occhi.
Allora suppongo che abbia visto. Ma non ha chiamato.
Mi stupirei del contrario.
Risaliamo il torrente, arrampicandoci per una cresta che
confina con il Forest Service. Ci sono trecento metri di recinzione
che scendono lungo il fianco della montagna. Ripiantiamo
i pali, stendiamo del filo nuovo dove ce n' bisogno e sbrogliamo
le matasse di filo ingarbugliato dagli alci e dagli altri
cavalli selvatici che ci hanno camminato sopra. Fred si ferma
per la notte. Finiamo il lavoro il giorno seguente e carichiamo i
cavalli da sella sul rimorchio. La giornata  rimasta limpida. La
luce della sera  morbida e granulosa con un'ultima ombreggiatura
di mosche e zanzare. Chiedo a Fred se vuole fermarsi a
mangiare.
Manger in citt dice e si accende una sigaretta. Tutto a
posto? domanda. Adesso  il momento di pensare a ci di
cui puoi aver bisogno. Non ci sar lavoro a sufficienza per tenerti
occupato.
Mi sono portato dei libri.
Spero non ti dia fastidio leggerli due volte.
No. Magari potrei provare a scrivere.
Hai carta a sufficienza?
Credo di s.
Allora bene. Sale sul camioncino. Non so se non lo voglio
pi vedere fino alla primavera.
Nel giro di un mese, un giorno di pioggia e due di neve bagnata
hanno diluito il colore del sangue della giumenta facendolo
passare dal ruggine all'ocra, fino a un definitivo marrone,
scuro come la terra. Rimane il suo urlo. Sono sicuro di sentirne
ogni giorno delle parti filtrate dal versante della montagna.
Emerge acuto, fragile e spezzato mentre il mattino si stacca da
lei, la giumenta dal mantello baio, una cavalla non avvezza alle
diavolerie degli uomini. Mi ci sto abituando. Lo immagino come
un rosso brillante. Lo ascolto come una melodia che accompagna
il mio isolamento.
In ottobre squilla il telefono. E la prima volta, ed  prima
dell'alba. Non so che ore siano; ho messo l'orologio in un cassetto.
Mi alzo in preda al panico. E una voce di donna. Sei tu
l'uomo nella casa? chiede.
Immagino di s.
Sono Olive Fell. Sono rimasti dei cacciatori dalla primavera
scorsa. Si trovano nell'angolo a est.
Lei come fa a saperlo? Ho trovato una lampada e l'ho accesa.
Mi metto comodo.
Li ho guardati con il telescopio. Voglio che se ne vadano.
Non c' niente da cacciare qui.
Adesso?
Sono una donna anziana. Le mie gambe non funzionano
pi come una volta.
Va bene, signora.
I cacciatori sono un tizio di qui e il cugino del Midwest. Indossano
tute mimetiche e montano i loro cavalli pigramente,
come zolle di fango in uno stagno. Il cugino si  fatto la
doccia nell'acqua di colonia. Lo sento appena scendo dalla
Scout. Sono aggressivi. Sono abusivi e indignati per essere
stati colti sul fatto, ma tengono i fucili nei foderi. Sostengono
di non sapere di trovarsi su una propriet privata. Dico loro
che ho scoperto il punto in cui hanno tagliato la recinzione
per entrare. Prendo i loro nomi e li invito ad andarsene. Li
scorto fino al punto in cui la recinzione  aperta, poi prendo i
fili di ferro, li ricongiungo e li fisso saldamente ai paletti con
alcuni punti di ferro. Non mi dicono che sono dispiaciuti. Mi
dicono di andare al diavolo.
Quando rientro a casa il telefono squilla di nuovo.  Olive.
Vorrei fare la tua conoscenza dice.
Va bene.
Dopo pranzo. Tanto la giornata  rovinata comunque. Quei
tizi sono stati villani?
S, signora.
Grazie.
Nessun problema.
Hanno ucciso qualche animale?
Che io abbia visto, no.
Sia lodato il cielo. E grazie anche per aver messo le tavole
su quella trappola per cavalli. Riattacca.
Quando apre la porta mi stringe subito la mano, poi si volta
e si dirige verso la cucina. La seguo perch non so dove altro
andare.  alta solo un metro e mezzo, ha i capelli rossi corti, il
corpo cicciottello e ricoperto di efelidi. Immagino sia sulla settantina.
Porta scarpe da tennis azzurre, un paio di jeans dello
stesso colore, una maglietta a rete anch'essa azzurra, e una tunica
di jeans portata come un abito lungo. Sempre azzurra. I
pantaloni e la tunica hanno linee essenziali e sembrano confezionati
in casa.
Ti va un po' di t?
Una tazza, volentieri. Come ha fatto a vederli al buio? domando.
Ho visto i fari delle loro macchine nel punto in cui hanno
parcheggiato e scaricato. Mette un bollitore sul fuoco e mi
squadra dalla testa ai piedi. Incrocia le braccia sul petto. Non
ho mai ucciso nessuno dice.
Le credo.
Non sei obbligato.
Lo so.
Non ho ospiti, ma quando ci sono fanno fatica a non chiedermi
niente. L'unico che non vuole sapere  mio fratello, e lui
non viene a trovarmi.
Sono stato al suo negozio di fiori in citt.
In genere mi ci vuole una settimana per riprendermi dopo
che ho visto qualcuno. Come quando viene l'uomo che mi porta
le balle di fieno per i cavalli. Ecco perch.
Perch cosa?
Perch non voglio nessuno qui. Il bollitore fischia, e lei si
gira. Sai perch sei venuto quass? mi chiede.
Voglio starmene da solo. Penso che potrebbe piacermi scrivere.
 dura viverci. Si volta verso di me con le nostre tazze in
mano. Comunque hai trovato un posto ideale per provarci
dice.
Sorseggiamo il nostro t in salotto, godendoci la vista delle
finestre sulle tre pareti. Il sole si allunga su ogni superficie della
stanza.  come stare in mezzo alle fiamme. Vicino al camino c'
un quadro poggiato su un cavalletto e intorno ci sono tavoli
con sopra delle stampe. Lei mi mostra il suo studio. Prende
una scatola da scarpe da un cassetto e mi passa delle lettere da
leggere. Sono state scritte da Georgia O'Keeffe e John Steuart
Curry.
Ho frequentato l'Art Institute a Chicago dice. Una volta
pensavo che avrei potuto sposare il signor Curry.
Parliamo fino a quando si fa buio. Lei accende una lampada a
stelo nel salotto. Una lince rossa esce furtiva dall'oscurit ed
entra nella luce morbida e gialla che esce dalla finestra sul lato
occidentale della casa. Struscia il muso contro il vetro. Olive si
avvia verso la finestra tendendo la mano e facendo schioccare la
lingua. Il felino si abbandona con gli occhi semichiusi contro il
davanzale. La luce cade sui capelli di Olive e brilla leggermente
sulle sue braccia lentigginose. Ti sembra strano? chiede.
Non ho mai visto una lince rossa comportarsi cos. L'ha allevata
lei?
No dice inginocchiandosi vicino alla finestra e premendo
la mano contro il vetro. Sono qui da tanto tempo dice. Non
ho mai fatto male a nessuno.  una cosa che fa la differenza.
Lo vedo.
Non uso nemmeno i cavalli. Adesso sono selvatici da tre generazioni.
Prima di potermi permettere una macchina andavo a
piedi fino alla strada e mi facevo dare uno strappo in citt.
Si sposta dal vetro ed entra in un ripostiglio da cui esce con
un'imbracatura. Mi mettevo questa dice. L'agganciavo a
una slitta e mi portavo le provviste su per la montagna. Suolavo
le scarpe con dei pneumatici usati, filo metallico e chiodi per
ferri di cavallo. L'arte non paga. Hai fame?
Direi di s.
Allora  meglio che vai a casa. Non ho un gran appetito. Pilucco,
soprattutto. Specie di notte.
Riporto in cucina le tazze in cui abbiamo bevuto il t. Lei mi
sta aspettando vicino alla porta d'ingresso. Sei un bravo ragazzo,
vero? mi domanda.
Non mi sono ficcato in troppi pasticci.
Spero che tu riesca a scrivere. Spero che ti renda felice.
Grazie.
Ti chiamer se scopro altri cacciatori.
Guardo verso il telescopio posizionato nel salotto, in direzione
nord-ovest. Verso la casa dove vivo.
Stavo pensando di staccare il telefono le dico.
Mi farebbe piacere se aspettassi la fine della stagione della
caccia.
Grazie per il t.
Non intendo spiarti.
Scusi?
Guardo solo la terra. Bisogna controllarla un po'. Ce n'
parecchia.
S,  vero.
Mi telefona ancora una volta ad Halloween e di nuovo la prima
settimana di novembre. Entrambe le volte ha individuato
dei cacciatori. Entrambe le volte li trovo e li invito ad andarsene.
Dico loro che sono entrati in un terreno privato. Non dico
che hanno interrotto la vita privata di altre persone.
La settimana prima del Ringraziamento, la stagione della
caccia finisce. Chiamo Olive per dirle che staccher il cavo del
telefono dalla presa alla parete. Lei dice di capire. Telefono a
mia madre. Mi dice che mi vuole bene. Mi chiede se ho abbastanza
da mangiare. Le dico che non voglio correre il rischio
della comunicazione. Lei dice che sono sempre stato cos, di
non preoccuparmi, che non sono peggiorato. Mi dice che mi
vorr sempre bene. Io riattacco e mi guardo intorno nella stanza.
Ho preso delle precauzioni: niente radio, niente televisione,
niente giradischi, nessuna possibilit di cedere alla tentazione
di fare qualche puntata pi in basso. Prometto a me stesso di
non farlo mai. Mi prudono le gambe. Sono rigide. Il dolore
adesso arriva solo nel mezzo della notte.
Ogni giorno cammino, e osservo, e scrivo su un blocco di fogli
che tengo in equilibrio sulle ginocchia. Sono stato assunto
per montare la guardia contro il congelamento delle condutture,
contro i furti; per tenere gli edifici riscaldati in modo che
non soffrano i trentacinque gradi sotto zero. I miei giorni e le
mie notti appartengono a me. La neve arriva, si deposita, chiude
la strada e mi lascia soddisfatto e per nulla sorpreso. Il congelatore
e la dispensa sono pieni. Sto in casa per mangiare, dormire
e lavarmi, e per scaldarmi. I giorni si accorciano. Sento la
terra avvicinarsi all'afelio. I rapaci, i coyote, le fiere cresciute e i
cavalli consanguinei sono la mia unica compagnia. Ce ne sono
cinquantadue. Li ho contati. Vagano per le creste libere dalla
neve e si riuniscono la mattina alla mangiatoia automatica che
si trova in un capannone sotto la casa di Olive per la loro razione
quotidiana di fieno. Le giumente lottano tra di loro. Gli stalloni
sono intatti nella loro capacit riproduttiva.
Li ho visti, due volte prima che arrivasse la neve, sorprendere
un coyote troppo lontano dalla vegetazione e circondare il
rapido cane grigio. Con la mera forza del loro numero chiudono
ogni angolo di fuga. Scoprono i denti, piegano indietro le
orecchie e menano fendenti con gli zoccoli anteriori. Riducono
il piccolo predatore a una massa di ossa frantumate e carne
sanguinolenta. Vederli mi ha fatto sentire fragile e impacciato.
Sento che danno a me la colpa per la giumenta scomparsa. So
che risentono le sue ultime grida di dolore, come faccio io, ogni
giorno.
Penso che nelle loro menti si agiti l'idea che io possa fare la
stessa fine di un coyote. Quando cammino attraverso la salvia
diventano curiosi, rapaci, si stringono intorno a me. Pi di una
volta ho dovuto raccogliere delle pietre e lanciarle contro di loro,
agitare il soprabito sopra la testa e cacciarli via fingendo di
essere pronto allo scontro. Ma quando il freddo spinge a sud
gli uccelli canterini e ghiaccia le pietre grandi come pugni sul
fianco della montagna, io sto pi attento a dove cammino. E
quando la neve caduta mi arriva ai fianchi, esco nella notte con
le racchette ai piedi e soltanto l'ombra proiettata dalla luna a
coprirmi le spalle. Solo noi due, sicuri, a tracciare un sentiero
azzurro ombreggiato attraverso il manto di neve.
Mi ci vogliono alcune settimane di ambientamento, ma poi
attacco a scrivere per sedici, anche venti ore. A volte cerco, calcolando
con inevitabile approssimazione, di dormire un giorno
e mezzo, di svegliarmi nella notte e di lavarmi e di mettermi al
lavoro. Invento storie. Le storie diventano vere. Diventano la
mia storia. Dimentico che ho vissuto a un'altitudine minore. Mi
siedo e guardo la terra. Il tempo filtra attraverso di me nella neve
e il vento, smarrisce le sue abitudini e i confini civilizzati,
per divenire un tutto unico e stagionale. Io mi trasformo in un
essere sempre pi selvatico. Mangio solo quando sono veramente
affamato. Guardo le montagne all'orizzonte per studiare
le rivoluzioni complete del pianeta e osservo me stesso diventare
sempre pi quieto e pi gentile. La vita incontaminata che
mi circonda si fa pi vicina. A volte un topo, altre volte uno
scoiattolo, si siedono sulle mie ginocchia, non perfettamente a
loro agio, ma si avvicinano... o sono io che mi avvicino a loro.
Quando sento la solitudine interpreto anche la parte dell'ospite.
Parlo con lui, e lui parla con me.
Mi interrogo sulla follia. Sulla sua definizione. Cerco di ricordare
la faccia di mia madre, di mio padre, di mio fratello,
della ragazza che solo un anno fa pensavo di amare, ma sembrano
tutte troppo lontane perch possa riportarle alla mente.
Come se fossero tutti morti e io fossi rimasto senza le loro fotografie.
Il mio corpo ricorda emozioni e manifestazioni, ma solo
vagamente: la rabbia, l'affetto, perfino le carezze sembrano
confuse nella mia memoria. Arrivano come soffici picchiettii
sul tetto, altrettanto distinte. Mi accorgo che non riesco a dare
calore n respiro ai pochi ricordi che riaffiorano e svaniscono.
Mi chiedo se non stia diventando un uomo che conosce soltanto
linci rosse, coyote e falchi. Mi chiedo se i cavalli selvatici mi
vedranno un giorno come un amico, dimenticando che sono un
nemico. Ma il dispiacere  in gran parte superato. Sono contento.
Sono levigato dall'azione costante del vento, della neve, delle
notti fredde e buie. Sento la stagione girare dentro di me come
i meccanismi di ritenuta di una serratura, lasciandomi
aperto alla terra. Non succede tutto in una volta.
Nella parte pi corta dell'inverno mi ammalo. I giorni sono
storditi dal freddo. Forse  la fine di gennaio. Non so bene quanto
duri la malattia n come l'abbia presa. Ricordo di aver mangiato
da una lattina gonfia, lo sapevo... ma non ricordo perch. Era
stufato. Era amaro e sapeva di metallo. Ricordo soprattutto
l'oscurit, e i periodi brevi di luce velata che vanno e vengono.
Ne ricordo tre. Sono malato da tre giorni e tre notti.
Faccio un giaciglio di tovaglioli, con un cuscino e una trapunta
sul pavimento del bagno. Trascino tutto fin l e vomito in
un secchio. Mi piego sul lavandino e bevo dalle mani chiuse a
coppa. Entro ed esco dal bagno, mi sdraio di nuovo sul pavimento,
tremo e mi agito per la febbre. Non sono sicuro di dormire.
Non so se sogno. Ci sono volte in cui ho come la sensazione
di cadere dentro a un pozzo. Ho visioni, allucinazioni
con colori sgargianti. Il pensiero di poter morire non mi spaventa.
La morte non sembra poi cos lontana da qui. Rifletto
sul fatto che la follia  un semplice abbandono, un'entrata,
un'accettazione della mia lotta individuale. Ci sono ore di spostamento
impercettibile nel colore e nella forma. C' il suono
di accordi. Mi convinco di essere solo un pubblico e che ci sono
spettatori che guardano me. Sono troppo giovane per immaginare
di aver visto la faccia di ogni dio, e ancora pi giovane
per sapere che l'illuminazione sposta e svanisce. E poi penso
di dormire.
Sento la montagna vibrare ai gemiti di una giumenta moribonda.
Il suo ultimo e disperato grido di dolore entra ed esce
in me. Mi rovista dentro. Libera i ricordi dell'infanzia. Frantuma
i pensieri del futuro. Mi sospende in ogni istante, svuotandomi
inesorabilmente di sentimenti. Mi sveglio nel cuore della
notte e riesco a raggiungere il letto.
La mattina del quarto giorno mi faccio una doccia e bevo un
po' di brodo. Cammino sul terreno ghiacciato, attento che il
vento non mi arrivi da est. Mi sento immateriale, inconsistente.
Sono passate due settimane quando vedo fuori Olive attorniata
dai suoi cavalli. Si avvicinano a lei timidamente, abbassando
e dondolando la testa. Lei appoggia le mani sui loro colli
tesi, sulla loro fronte. Si sfila i guanti e loro si strofinano contro
i suoi palmi aperti. Si trova sulla cresta a est del fienile. Quando
i cavalli vedono che mi avvicino si sparpagliano come quaglie.
Lei ride, agita la mano e guarda ins nel cielo gelido. Non ci sono
nuvole e l'azzurro  pieno. Mi muovo verso di lei tagliando
un banco di neve. La crosta lampeggia e scricchiola, ma regge il
mio peso.
Come va la scrittura? mi chiede. Il nostro fiato si materializza
in sbuffi di vapore che restano sospesi nell'aria, tra di noi,
scendendo mentre parliamo.
Meglio di quanto pensassi. Fa freddo.
 inverno. Guarda verso sud-est e indica con il dito. Io
sono cresciuta laggi.
Sulla South Fork?
Tra Cody e Meeteetse in una di quelle case costruite per
met nella roccia. Era una stazione di carico. Mio padre guidava
un treno merci. Mi guarda. Ha le ciglia e le sopracciglia
bianche per il ghiaccio. Era un uomo sporco. Non ricordo se
era bello o normale.
Sua madre che cosa faceva?
Prendeva le botte. Come me e mio fratello. Si volta indietro
in direzione del posto in cui  cresciuta. Un giorno ci picchi
tutti fino a farci perdere conoscenza. Poi croll ubriaco.
Io fui la prima a risvegliarmi. Eravamo all'aperto. Era estate.
Presi un'accetta e gli troncai la mano. Caricai mia madre e mio
fratello su quella specie di macchina che avevamo e li portai alla
sede della contea. Mia madre present domanda di divorzio.
Torna a guardare me. Ha la faccia arrossata, ma calma.
Nell'aria bianca e gelida sembra impossibile anche solo pensare
al sangue caldo e rosso di un uomo.
L'ha ucciso?
No. Accenna un sorriso. Ma non ha mai pi messo quella
mano su una cosa viva per il resto dei suoi giorni. Era un'epoca
diversa. Ci conoscevamo tutti. Lo sceriffo mi disse che
ero una ragazza coraggiosa. Da allora cominciai a dipingere.
Sentivo quel tipo di libert.
Dipinge ancora?
Non ho la stessa concentrazione. Un'aquila volteggia in
cerchi sopra di noi, rilasciando lampi nell'aria luminosa. Ci
proteggiamo gli occhi e vediamo il rapace allargare la sua spirale
e prendere il largo verso ovest. Ti piace qui? mi chiede.
Pi di quanto pensassi.
Abbastanza per starci un altro anno?
Non lo so.
Se rimani qui anche il prossimo inverno devo far controllare
questa mangiatoia automatica, perch ogni tanto si inceppa.
Ti pagherei per il lavoro.
Vengo gi pagato.
Lei annuisce, mette le mani a coppa e ci soffia dentro. Ho
comprato un camper e ho assunto un ragazzo per guidarlo. L'inverno
prossimo mi far portare in California. E anche in Arizona
e nel New Mexico. Voglio vedere un po' di quadri.  da tanto
tempo che lo desidero. Credo che aiuter la mia concentrazione.
Pensa di tornare?
Non sarei in grado di stare via cos tanto come penso. Ma
non vorrei dovermi preoccupare per i cavalli.
Se sono qui ci penser io.
Scrutiamo nel cielo per vedere l'aquila, ma se n' andata.
Mi sono preoccupata per i cavalli dice. L'inverno  stato
duro. Con il tacco dello stivale scalcia all'indietro la neve.
Quando non beveva mio padre era un brav'uomo dice. E
poi: Hai perso un po' di peso.
Sono stato male.
Anch'io.
Fuori con le racchette da neve quella notte mi appoggio contro
un abete per vedere il mio fiato gelare ed espandersi. Sento
grattare vicino al mio orecchio e mi volto lentamente: trovo un
grande assiolo appollaiato a pochi centimetri dai miei occhi.
Guarda verso di me e sembra annuire, dire a gesti che come
uomo mi sto avvicinando alla rettitudine. Cos sembra anche a
me.
Chiudo gli occhi finch non lo sento respirare, e li riapro
quando la luna  passata dietro una nuvola, ma lui  ancora l.
Sbatte le palpebre, piega la testa e sbatte di nuovo le palpebre.
Mi allontano e mi muovo intirizzito verso la casa per scaldarmi
mani e piedi. Cerco la mia ombra e la trovo. Rido. L'ombra
sussulta.
Sovente, verso la fine dell'inverno, mi sdraio sul letto e cerco
di capire se mi sono appena svegliato da un sogno di parole o
se mi sono buttato gi, stanco di un giorno trascorso a costruire
storie nel freddo. Una volta sento una vera voce. Non afferro
le parole, ma sembra contare solamente il fatto che io sia abbastanza
tranquillo per ascoltare il discorso.
In prossimit dell'equinozio invernale la neve si squaglia durante
il giorno e riacquista la consistenza del ghiaccio di notte.
Mi sveglio e sono sicuro di aver sentito dei passi da qualche
parte sopra di me. La maggior parte della casa  costruita sopra
il mio letto. Fred mi ha detto che se viene un ladro deve trattarsi
di un professionista. I quadri sono catalogati in tutto il mondo.
Non possono essere semplicemente venduti e appesi. Nella
mia mente scatta l'ipotesi di un'effrazione. Guardo da ogni
parte e dietro di me per vedere se sto effettivamente guardando
o se mi sono svegliato in un altro sogno.
Scivolo gi dal letto e raggiungo senza far rumore il corridoio.
Osservo con stupore la mia mano che tira indietro il cane
della pistola che impugna. L'ultima volta ho sparato a un cavallo che urlava. Salgo le scale e passo da una stanza all'altra. Tengo
la pistola davanti a me. Riflette la luce della luna calante.
Ogni stanza  un mosaico di ombre frammentate.
Perlustro la casa fino all'ultima stanza. Mi blocco davanti all'ultima
porta convinto di essere a un passo dalla morte, convinto
che il ladro assassino, che so di aver sentito, attenda tranquillamente
che cada nella trappola e muoia. Me la faccio quasi
addosso dalla paura. So che sono sveglio e sono ricaduto completamente
nel mondo. Ho paura del dolore. E ho paura di
morire.
Tengo la schiena incollata alla parete, entro nella stanza e mi
trovo l'uomo di fronte. E chiuso in un angolo e mi punta contro
una pistola. Tiene gli occhi inchiodati nei miei. Aspetta. Non
spara. Nell'ultima frazione di secondo prima che io prema il grilletto
mi rendo conto che l'uomo che ho di fronte  il mio gemello,
e che  venuto a saccheggiare il posto vestito come sono vestito
io, nella sua migliore maglietta bianca di cotone. Scivolo contro
la parete, mi siedo e fisso attraverso le ginocchia il mio riflesso. 
catturato nella luce della luna raccolta in uno specchio a grandezza
naturale fatto venire in volo dall'Italia del nord dai miei
datori di lavoro. La casa sembra essersi improvvisamente svuotata.
Priva di rumori. Non riesco nemmeno a sentire il mio respiro.
Il riflesso  l'unica prova certa della mia presenza l.
Il pomeriggio seguente esco con le racchette ai piedi, scendo
a seicento metri fino a una valle gi libera dalla neve. Al tramonto
attraverso la strada a doppia carreggiata e mi faccio dare
un passaggio in citt da un anziano allevatore conosciuto in
tutta la regione per la sua mancanza d'ironia.
Sei stato lass tutto l'inverno? chiede. La sua voce sembra
il belato di un animale di qualche strano zoo.
S rispondo.
Avresti dovuto vederla quando era giovane.
Chi?
Olive. La ragazza pi carina della valle. Di una categoria
superiore a quella a cui potevo aspirare. Sorride senza distogliere
lo sguardo dalla strada, ma poi lo solleva per guardare la
fetta della propria faccia riflessa nello specchietto retrovisore.
Lo  ancora, immagino. Ti senti solo?
Sto bene.
Un mio amico fa l'idraulico dice e si volta verso di me,
controllando la strada con la coda dell'occhio. Olive l'ha chiamato
su da lei un paio d'anni fa. Aveva le tubature ostruite. Lui
 salito sul tetto e ha fatto scendere una molla gi per la canna
fumaria. Immagino tu sappia come soffia il vento intorno a
quella montagna.
Sissignore, certo.
Venne letteralmente trascinato via. Lo guardo e lui inarca le
sopracciglia. Sollevato da terra come una fottuta foglia. Sbatacchiato
qua e l e poi rimesso al suo posto cos dolcemente da non
dover nemmeno piegare le ginocchia. Cosa ne pensi?
Non so cosa pensare.
Pensi che il vento possa fare cose del genere, tipo portarsi
via un uomo?
Immagino di s.
Lui scruta la mia faccia e sbotta in una risata. Immagino di
s ripete. Secondo te  ancora bella?
Non credo che le interessi.
Ci sono cose a cui non si smette mai di pensare.
Lei forse ha smesso. In fondo  l'unica a vedersi.
Forse  questo il trucco ammette.
Non parliamo pi per il resto del viaggio. Mi scarica in una
taverna sulla strada alla periferia estrema della citt e mi saluta.
Tieni il conto di quanto stai su quella montagna dice.
Sissignore.
Se non lo fai tu, non lo far nessun altro.
All'interno del bar c' una band chiassosa, e il posto  pieno.
Mi faccio strada verso il bancone, urlo la mia ordinazione e
penso che il rumore della gente possa provocarmi seri danni.
Stringo una confezione di birra da sei e, fendendo di nuovo la
folla, esco. Una ragazza della mia et si piega sulle ginocchia di
fianco all'ingresso, dove comincia il buio, e vomita. Si adagia su
un fianco, addormentata, e io la copro con il mio giaccone di
jeans e cammino dietro l'edificio dove una cengia di quindici
metri si allunga fino alle propaggini di un canyon.
Mi siedo l sul bordo del canyon e guardo i miei stivali dondolare
a una trentina di metri sopra lo Shoshone River. Mi scolo le lattine di birra chiara e leggera. L'odore di zolfo sale dalle
sorgenti calde che costeggiano una piega del fiume. Su questo
tratto del fiume la luna  alta e avvolta in una striscia di nuvola
macchiettata a sud, e brillante a ovest sulla montagna bianca e
gelata dove ho vissuto da solo. Penso che un tempo mandrie di
cavalli pascolavano su questo bordo. Penso che adesso c' solo
questo bar con un pericoloso parcheggio sul retro. La notte 
fredda e umida.
Sento la vibrazione della musica penetrare nella roccia porosa
su cui siedo. Si arrampica lungo la colonna della mia spina
dorsale - penso quella notte - in uno sforzo mirato di ricostruire
la mia socialit. Ci sono, anche, che si fanno strada nelle mie
ossa, la risata dell'ubriaco, le voci che si alzano minacciose, le
voci che sussurrano di sesso. Raccolgo le ginocchia contro il
petto, le cingo con le braccia e appoggio la fronte sulle rotule:
ho gli occhi chiusi e, anche se non sono in grado di seguire il
motivo, so che quello che le mie orecchie percepiscono in questa
musica triste  la dolente armonia di un cavallo moribondo.
Quando mi alzo fatico a tenermi in equilibrio. M'incammino
risalendo il fiume, via dalla citt. Le mie gambe acquistano vigore
a ogni passo. Sorrido alla luna pensandola come il grande
occhio spalancato di un assiolo, e penso che se avessi fatto fuoco
contro la mia immagine riflessa avrebbero ritrovato l'arma e
il vetro, dipinto di nero per riflettere la luce, ma non avrebbero
trovato il posto in cui ero finito. Trattengo il respiro e ascolto
l'urlo rosso e nitido che ci tiene tutti uniti come una cosa sola.
...
.
...
12. VENTO.
...
.
...
Questo posto  violento, e anche grezzo. Il Wyoming non  una
terra che si offre alla nudit o all'indulgenza. Qui c' un limite;
vivere significa fare i conti con quel limite. La maggior parte
degli uccelli migra. Il letargo  visto come necessit, non come
espressione flemmatica. Gli sciancati, i vecchi, i distratti periscono.
E c' il vento.
Il vento soffia per la maggior parte del giorno senza rispondere
ad alcuna esigenza coreografica, con l'ineleganza spontanea
di un alterco. Ci sono tratti in cui le correnti spirano senza
soluzione di continuit, al punto che gli alberi che circondano
una casa o costeggiano un canale d'irrigazione sono tutti piegati
verso est, crescono permanentemente rivolti a est, come limatura
che segue obbediente il richiamo arbitrario di qualche polo magnetico. Di decorativo c' ben poco. Gli alberi da frutto
non sono molti. La frutta arriva attraverso l'interstatale, maturata
sui camion, non sugli alberi. Il Wyoming vanta carbone,
petrolio, gas, uranio, greggi di pecore e mandrie di bestiame
sparse e, un tempo, diversi milioni di bisonti. I venti hanno lavorato
gli scheletri dei bisonti, facendoli diventare rosa, bianchi,
e finalmente polvere. Le foreste carbonifere sono cresciute
e sono cadute, si sono sbriciolate sotto l'azione dei venti, strato
su strato, e infine pressate in carbone. I venti vengono prima
del carbone. Il loro gemito  un inno alla caducit.
Sui lati delle case esposti al vento, gli alberi sono piantati in
una trama digradante di pioppi, abeti di Douglas, olivi selvatici,
bordata con qualcosa di spinoso, rigido e di rapida crescita
come la caragana. Un frangivento; utile innanzitutto, ornamentale
per puro caso. L'ombra  un lusso involontario. Una brezza
spira quasi sempre. Ci puoi far conto, come sulla morte e le tasse.
Una superficie di quasi centomila miglia quadrate e mezzo
milione di abitanti; le case non sono molte. Le citt stringono
con tenacia le sponde dei corsi d'acqua. Un elenco di citt fantasma
che alla fine rotolano verso est. Seguono la via delle ossa
dei bufali. Verso la polvere.
Ci sono alcuni preziosi passeracei. I rapaci cavalcano le correnti
ascensionali. Esistono lepri, microti, moffette, scoiattoli,
topi, topiragno e conigli con gli occhi che lacrimano, socchiusi
nel sole e nel vento, con i cuori inchiodati dal panico quando
sopra di loro passa l'inevitabile ombra dei predatori. L'uccello
ufficiale dello stato  la stornella, ma io la considero un aperitivo;
il suo canto una campanella per avvisare che  pronto in tavola.
Aquile, falconi, falchi e civette vivono qui tutto l'anno.
Sono i veri residenti. I nativi. I ghiottoni. I loro parenti legati
alla terra lavorano il secondo piano. Linci, puma e volpi siedono
al tavolo. I coyote cercano di mantenersi dove possono: come
fanno gli zingari.
Buona parte del paesaggio  classificata come steppa subartica.
A Laramie il divertimento di una sera d'inverno consiste nel
guardare gli indicatori del locale programma meteo. Trenta sotto
zero, venti a sessanta miglia orarie, sono la quota standard.
Dall'inizio dell'autunno alla fine della primavera l'odore del
Wyoming  quello della pietra da cote; il sentore acuto del minerale
che scivola all'infinito contro un minerale. Nel Wyoming
non ci sono festival dei tulipani. Viene ricordato e cullato
con affetto l'odore della linfa che sale nei pioppi e nei pini.
E poi i venti se ne vanno. Succede cinque o sei giorni per
ogni stagione, pi spesso in estate e in autunno. Il cielo si sistema
come la cupola di una campana perfetta: azzurro, ininterrotto,
asciutto.  normale nel Wyoming riuscire a guardare per
venti miglia in ogni direzione, gli orizzonti scarabocchiati in
violento contrasto ai margini. Niente vento!, gridiamo sorpresi.
Parliamo a voce troppo alta. Siamo abituati a urlare per
stare sopra all'ululato del vento. Ci quietiamo in un sussurro.
Niente vento, sussurriamo. Sorridiamo e ci lasciamo andare.
Il genere di rilassamento che prende i sopravvissuti alla conclusione
della crisi. Questo  il nostro atteggiamento.
Emergiamo dai nostri rifugi. Se  estate esponiamo le nostre
morbide pance al sole, prendendo confidenza, respiriamo
profondamente, ci inebriamo con il sentore della salvia, un
profumo narcotico e stimolante. Curiamo i nostri giardini. Dipingiamo
le nostre case. Laviamo le nostre automobili. Il mio
vicino brucia quello che cresce in eccesso, montagne di amaranto.
Cura la sua staccionata. Bella giornata dice. Gliel'ho
sentito dire anche quando il termometro era trenta gradi sotto
zero. Quello che intende dire  che non c' vento.
Gli stolti diventano spavaldi. Iniziano progetti di costruzione
che richiederanno oltre quarantott'ore per essere completati.
Il resto di noi lavora per tentativi. Ricordiamo di essere solo
servi. Sappiamo che il padrone  semplicemente assente, non
spodestato. Attraverso periodi di frivolezza; non riesco a farne
a meno, ma come topi e microti, rimango allerta. Nel Wyoming
il prezzo dell'innocenza  alto. C' un forte vento qua, che sta
tornando a casa sui nostri altipiani.
Celebro i giorni senza vento dedicandomi a qualche lavoretto.
Aggiusto l'antenna della televisione - fissata a una sezione di tre
metri di tubo galvanizzato di quattro centimetri e legata con filo
di ferro a un paletto d'angolo della recinzione - seppellisco il
cane morto di un vicino, poto il giardino, scuoto i tappeti, mi
siedo nudo in veranda quando il sole  alto, pisciando in piedi
oltre la balaustra, ammirando l'arco perfetto, ricordando, come
ricorda l'aquilone in preda alle convulsioni, che la gravit esiste.
Quelli messi veramente male restano in casa. Piangere va
molto di pi che ascoltare le radio locali. E ci sono quelli che
hanno bisogno di affliggersi. Le ambulanze corrono. Matrimoni
che hanno conservato la loro unione pericolosa solo in virt
della catastrofe, come compagni di arrampicata legati insieme
su una parete cattiva, allacciati per la sopravvivenza, tesi contro
le comuni sferzate del vento, cominciano a precipitare in caduta
libera. La sposa e lo sposo perdono l'equilibrio, inciampano
in una discussione e cadono separatamente in altre storie. Nella
quiete tra i venti l'aria si vivacizza con discussioni ventose. In
un posto pi languido molti avrebbero divorziato gi da anni.
E facciamo l'amore. In modo appassionato e febbrile: Mi
sembra di volare! Mi sembra di volare! Ci togliamo i vestiti e
ci abbracciamo.
Mia moglie si  presa una laurea in matematica. Mentre
mangia scarabocchia grafici sul tovagliolo.  impegnata a raccogliere
dati sulle nascite nel nostro Stato, a risalire al momento
in cui ogni singolo bambino del Wyoming  stato concepito.
Scommette che scoprir che la maggioranza della popolazione
 stata concepita nei brevi intervalli senza vento. A Casper,
Cody, Lander, le coppie si stringono rilassate, per celebrare la
quiete. Li senti? sussurra. Sono preoccupato per lei; non 
cresciuta sotto questo vento. Ogni anno si presenta un po' pi
rotonda. D dei colpetti alla sua biro e non scrive, il vuoto
emotivo la rende pi disperata. Quando c' calma sto lontano
da lei. Non desidero dare il mio contributo a una nuova generazione
di sopravvissuti.
Ho un amico a Phoenix che sta prendendo in considerazione
l'idea di venire a vivere nel Wyoming, soprattutto durante
l'inverno, un sintomo di scarsa autostima. Me lo comunica per
telefono. Ma i suoi argomenti sono largamente fondati sulla
temperatura. Il nostro sotto zero fa la parte del leone sui giornali;
lui non sa niente del vento. Non so come spiegargli che
convivere con la violenza del vento  pi dannoso che con il
ghiaccio perenne. Il flusso della temperatura pu innalzarsi o
precipitare, ma i venti costanti erodono, essiccano, imbalsamano.
Vivere piegato contro questo assalto ululante  come vivere
da adolescente in una casa di alcolizzati. Brutale. Imprevedibile.
Pericoloso. Vano. Non c' da stupirsi se ci accoppiamo febbrilmente
quando ci viene garantita un po' di quiete. Le mani
impegnate sono attaccate a corpi che ospitano libido logorate.
Per una buona parte dell'anno fantastichiamo sulle nostre
fughe. Apprezziamo il fatto che la fuga non sia facile.
Ogni giorno c' un volo con undici passeggeri diretto al Sud.
Cavalca il sovrascorrimento di correnti termiche che si contorcono
contro il versante est delle Rocky Mountains. Quelli del
posto lo chiamano Cometa Vomito. Paragonabile a una farfalla
fatta di anfetamine. Raramente vengono serviti cocktail
analcolici. Le noccioline s'incastrano in gola. Io ho trovato pi
saggio rinunciare ai vari spuntini e inventare un mantra. Nessuno
esce incolume dal viaggio. I veterani del volo arrivano a
Denver, sostano sulla pista in macadam e pigiano le facce contro
le vetrate fredde e piatte del terminal. Tirano fuori la patente,
leggono pi volte ad alta voce il proprio nome. La decompressione
 brutale. Gli uccelli acquatici e i passeracei volano a
bassa quota e atterrano spesso.
Azzarderei che un buon dieci per cento della popolazione
del Wyoming arriva nello Stato e ci rimane solo perch il viaggio
per andarsene appare troppo azzardato.
La maggior parte di noi rimane per un misto di inerzia e di
curiosit. Passiamo i nostri giorni a guardare le case viaggianti
orzare, i rami spezzarsi, gli umori scricchiolare, i cartelli e le linee
elettriche rovesciarsi nelle strade. Troviamo ironicamente
adorabile che la terra venga spazzata e sostenuta e trasportata
nell'aria, depositata com' depositata la neve sulle parti affioranti
di salvia, pali, formicai e pietre. E poi, la casa  anche dove
hai messo la tua ipoteca.
I nostri cavalli scartano, il posteriore opposto alla violenza,
la coda stretta tra le gambe, la testa bassa, stanno inarcati, intirizziti
dal torrente, come sono intirizziti da una tempesta di neve,
resistono, ma per la maggior parte dell'anno non c' neve,
solo vento; solo la tempesta d'aria. I bisonti affrontavano il vento
a viso aperto, ma non ci sono pi. Le nostre pecore e il nostro
bestiame si raccolgono in fosse comuni, intasando le gole e
trasformandole in opere in muratura pellicciute, la neve filtra
negli interstizi e nelle fessure, fissandoli in un blocco solido e
letale come fosse malta.
A met pomeriggio i bar scoppiano di avventori. Gli uomini
battono i piedi come se volessero scuotere il fango o la neve dalle
gambe dei pantaloni e dagli stivali, ma si stanno semplicemente
ancorando al terreno e battono i piedi per ricordarsi come si sta
in un posto tranquillo, senza tensione. Le donne ballano riunite
intorno al juke-box, insieme, bevendo whisky al naturale, talvolta
scoprendo i seni. I professionisti bevono il loro primo drink in
fretta, senza spiccicare parola. Ridono, inarcano le sopracciglia,
fischiano come a suggerire che sono sfuggiti per un pelo a qualche
incidente. Tutti bevono in modo continuo: una scusa per
ritrovarsi al chiuso. Le chiese semplicemente non si prestano alla
conversazione n all'approccio sessuale.
Entro le prime ore della sera gli uomini hanno gi avviato le
tradizionali lamentazioni sulle ex mogli. Gli ex mariti si fanno
in genere accompagnare da altre donne, giovani, meno rovinate
dal vento. Le donne pi giovani si guardano attorno quando
parlano. R = vs2: rabbia uguale velocit dei ritmi sessuali al
quadrato. Pi forte soffia il vento, pi alta  la tensione. Le
donne del Wyoming lottano. Non conosco una sola donna del
Wyoming che non sappia incassare un pugno. Tre riprese con
la prima moglie  considerato un rituale d'accoppiamento accettabile.
A volte un uomo si volta e stende con un pugno uno straniero.
Pi comunemente un amico. Per sport. Per tenersi in allenamento.
Rimane un istante in piedi sull'uomo abbattuto, le mani bloccate
a pugno, e poi si allontana scuotendo la testa, ritornando al
suo sgabello solitario vicino al bancone, borbottando. Nessuno
chiama la polizia. Ho visto l'uomo colpito riprendersi dallo
svenimento, tirarsi via il sangue dalla bocca e offrire un bicchiere
al suo aggressore. Il vento spazza via verso est i nostri desideri
cos come i nostri rancori, lasciandoci vivere da un momento di
disagio all'altro. La vita qui  costantemente spazzata troppo
vicino alle ossa perch rimanga spazio per il risentimento.
I proprietari dei bar si lamentano perch i loro figli sono
inaspettatamente cresciuti sconsiderati. Si meravigliano del
fatto che le loro vite non abbiano preso la piega che immaginavano.
Studiano le proprie facce negli specchi sul retro dei
bar, ascoltando gli edifici gemere e scricchiolare contro vento,
spingendosi indietro i cappelli per avere un aspetto pi
attraente. Non riescono a credere di essere cresciuti tanto.
Dov' finito tutto? si chiedono. Semplicemente portato via dal
vento? Hanno dimenticato che la natura ha una capacit di
attenzione molto limitata, che non si  mai preoccupata di
memorizzare i loro nomi.
In inverno il vento affila il freddo in una lama omicida. Trenta
sotto zero con un vento a quarantacinque miglia orarie. La differenza
tra un parto normale e un parto podalico. L'acciaio cigola.
L'olio del motore diventa denso come resina. Quando sei
costretto a uscire, preghi per il dolore. Quando il dolore se ne va
mani, faccia e piedi arrossiscono e poi diventano neri. Non puoi
farli ricrescere come fa la salamandra che rigenera la propria
coda. Una volta che il vento ti ha portato via la carne non c' pi
niente da fare. Le ferite diventano mere aperture in cui il freddo
pu penetrare pi facilmente, facendosi strada verso il centro del
corpo, scacciando il caldo in un andirivieni costante. L'esposizione
 una ninnananna termodinamica. Il torpore si diffonde
come edera, come per le foglie venate di bianco con il ghiaccio.
Alla fine ti siedi, troppo stanco anche per ridere, troppo freddo
per ricordare madre, amanti e bambini. Un vicino ti trova seduto,
irrigidito, senza calore, e si stringe tra le braccia, con le mani
infilate sotto le ascelle, lo sguardo lontano da te, spostando il
peso da un piede all'altro, recitando qualche preghiera dell'infanzia.
Tu sei la prova di come un giorno potrebbe non riuscire a
salvare se stesso.  imbarazzante essere ucciso dal vento, meno
accettabile che morire affogato, viene considerato da scriteriati,
un possibile indizio di follia.
Morte per ossigeno. Essere inebetito dalla cosa senza cui
non potremmo vivere.
L'inverno scorso, il 17 gennaio, cadde oltre mezzo metro di
neve, e poi si alz il vento e la temperatura scese. La lenta e costante
caduta della neve esplose in raffiche e produsse una mareggiata
con cavalloni superiori al metro. Il paesaggio non dormiva.
Io mi trovavo in cucina e spostai il peso da un piede
all'altro alla ricerca dell'equilibrio, abbracciando con lo sguardo
l'altipiano che circonda la mia abitazione. Mi piegavo sotto
la tempesta come se la mia piccola casa fosse stata trasformata
in una lancia cubica, goffamente in balia di un mare bianco e
fangoso. La canna fumaria ululava. Il cane si nascose. Per lui il
vento era un mago. Sapeva che stava facendo il possibile per
farci uscire, lusingandoci con l'idea di riuscire a vedere meglio
le sue magie. Mi nascosi come il cane. Chiusi gli occhi, il mio
corpo era ancora cullato, mi coprii le orecchie. Guardai su per
le maniche del mago, le trovai vuote, vidi l'oscurit.
I viaggiatori invernali riempiono i loro bagagliai di scatolame,
sacchi a pelo di piumino, vestiti asciutti, candele, libri. In
alcuni punti ci sono centinaia di miglia tra una citt e l'altra, e
una macchina fuori strada diventa solo una montagnola bianca
in un paesaggio innevato bianco e spazzato dal vento. In inverno
alcuni dei pi anziani e la maggior parte dei delusi si portano
dietro una pistola; sono cos prossimi alla morte che tutto
quello che rimane loro  la scelta della porta da cui farla entrare.
Immaginano di preferire che il loro cuore smetta di battere
mentre il sangue scorre ancora caldo. Immaginano di morire
nel corso di sparatorie mentre impazza il vento.
Si raccontano storie in particolar modo di donne di frontiera
abbandonate dai loro mariti, che si allontanano traballanti dalle
loro case nella prateria, costruite per met nella roccia, e si
tolgono la vita su qualche spoglio pezzo di terra. Mi chiedo se
erano silenziose e risolute, o se urlavano e agitavano le braccia
nel vento, avvolgendo la testa nei lamenti funebri. Sui foglietti
che lasciavano spesso si leggeva semplicemente: Il vento. Non
potevo pi sopportare il vento. Nessuna parola d'amore o di
rimpianto, solo una spiegazione. Un epitaffio personale di
emozione ridotta all'osso, scarabocchiata con la punta bruciata
di un legnetto da ardere su carta marrone o su un'asse.
Il Wyoming compete ogni anno per guidare la classifica nazionale
di suicidi in rapporto alla popolazione.  il vento che
gonfia le vele della nostra competizione. La sua solitudine penetra
nel nostro tessuto, portato come un'insegna. I ponti delle
nostre navi rimangono vuoti, ripuliti da tutto tranne che dalla
disperazione. Noi emergiamo ogni primavera, provati dal tempo,
bruciati dal vento, fragili, e alcuni di noi la fanno finita gettandosi
in mare. Mi domando se gli Stati sottovento soffrano.
Mi domando se il Nebraska e il South Dakota siano assaliti con
ferocia, la ferocia che possono avere le piogge acide, dalla disillusione
trasportata verso est dagli altipiani del Wyoming. Sono
i venti a descrivere i modelli di suicidio? I nostri discendenti
studieranno il loro passato e ci troveranno responsabili per i
modelli demografici della desolazione fisica? In futuro il Wyoming
verr processato? I litiganti si ritrarranno come sfortunati,
vessati abitanti di terre sottovento?
Sulla strada a doppia carreggiata che va da Belfry a Red Lodge,
Montana, si trova la piccola citt di Bear Creek: bar, ufficio
postale, una manciata di case cadenti e case su ruote. Le colline
che si alzano lontano dal torrente sono state ampiamente svuotate
del loro carbone, le miniere sono state abbandonate, le entrate
chiuse con assi. Lungo questa strada, appena fuori dalla
citt, c' un cartello malconcio in legno, che commemora il disastro
della miniera Smith. In esso viene citato un messaggio
scritto nei loro ultimi minuti di vita da due uomini intrappolati
in una sezione del sistema di gallerie crollata. Sulla targa si legge:
Walter e Johnny. Arrivederci mogli e figlie. Moriamo tranquilli.
Amore da tutti e due. State bene.
Il giorno in cui mi fermo e leggo il cartello sono stanco, sto
viaggiando, le mie emozioni tormentate vengono a galla. La
morte dei due mi colpisce come quella di un mio parente. Mi
scende qualche lacrima. Sono da solo e non cerco di fermarla.
L'immagine dei due uomini, amici, stretti e disperati nell'oscurit,
diventa cos vivida che la mia macchina pare sprofondare
nel buio, nera come una lanterna la cui fiamma  stata spenta
dal vento. Mi sento improvvisamente affondare in un raggio di
oscurit, sento la sgradevole sensazione delle vertigini, l'aria
che si ispessisce per la mancanza di ossigeno. Penso ai molti
modi in cui si muore. Penso al coraggio e alla risolutezza. Penso
che se Walter e John fossero sopravvissuti alla miniera, quel
vento, qualunque vento, li avrebbe riempiti di felicit, addolcendo
ogni momento della loro vita. Li vedo in piedi nel vento,
a masticarlo come se fosse il loro cibo. Mi asciugo gli occhi. Mi
sento intorpidito, indebolito, quasi soffocato e tutto troppo
umano. Mi dolgono le giunture. La testa mi martella.
Guido verso casa riconoscente per il dolore. Il Wyoming mi
ha insegnato a essere grato per il dolore. C' un dolore che salva
il corpo; e c' un dolore che salva l'anima. Sono in lutto per
degli estranei. Sono libero da pregiudizi e riflessioni. Sono allerta.
Non c' noia nella sofferenza. Quelli che si contorcono
nel dolore, fisico o psichico, non si domandano perch non sono
famosi, non si preoccupano perch stanno perdendo i capelli,
perch la loro macchina si sta arrugginendo. La vanit e
l'ambizione si nascondono per la vergogna.
Penso alle scelte e le riduco tutte a due: combattere o arrendersi.
Mi interrogo sulla lotta di Walter e John: sulla loro resa. La
targa sembra suggerire il raggiungimento di una pace relativa. Mi
chiedo se abbiano benedetto le loro ultime miserie come la fine
di una vita di miserie. Stavano pensando alle loro mogli e alle loro
figlie. Hanno cercato di rassicurarle. Hanno colto l'occasione
per morire. Intendevano risparmiare il dolore ai propri cari.
Li immagino, forse mano nella mano, sorridenti se era rimasta
loro forza a sufficienza, e intenti a piroettare al di sopra e
lontano dalla preoccupazione, ad appoggiarsi su un'ultima corrente
ascensionale di grazia. Mi aiuta pensarli moribondi accanto
a me.  la prima volta che riesco a considerare il vento
con gentilezza. Vorrei che a Walter e Johnny fosse stato concesso
un altro anno. Vorrei che avessero potuto dormire con le finestre
delle loro camere da letto spalancate.
Non c' un solo modo per diventare pazzi suggerisce un
amico. Adesso  un uomo vicino ai settanta, un pittore di una
certa fama. Ha imparato a dipingere durante una lunga convalescenza,
dopo che un cavallo gli  caduto addosso e gli ha fratturato
il bacino. Si chiama George. Anni fa George e io avevamo
l'abitudine di andare in macchina fino al Deserto Rosso,
nella regione centrale dello Stato, alla ricerca di giada: girovagavamo
per miglia, a testa china, a raccogliere le pietre, che ci
facevano ben sperare, facendo saltare la crosta esterna con i
nostri martelletti. Ricerche minerarie. Ricordo che ci strofinavamo
i jeans con lo zolfo per tenere lontane le zecche e ci nonostante
ogni notte eravamo costretti a bruciarne una decina
che avevano deciso di infilarci la testa dentro. C'erano serpenti
a sonagli, ma soprattutto ricordo le sfumature smeraldine e il
verde mela della giada. Non ricordo il vento. Come gli uomini
accovacciati per ore nei ruscelli di montagna ghiacciati a setacciare
l'oro, la mia avarizia superava il disagio.
 il vento la cosa che mi scioglie ammisi. Mi d la sensazione
di crollare. Sono orgoglioso del mio candore.
Mia sorella dice lui. S'interrompe per sputare. Se il vento
avesse voluto districare qualcuno avrebbe districato Monty.
Monty ti sembra terrorizzato? Siamo appoggiati con la schiena
al camion, con i sederi agganciati al bordo arrotondato del
suo portellone chiuso. Si accende una sigaretta, mettendo le
mani a coppa intorno al fiammifero. Il vento disperde e diffonde
il fumo a est. Spezza il fiammifero e lo lascia cadere ai suoi
piedi.
Quando George e io andavamo in cerca di giada, insieme a
noi c'era un anziano scapolo che si chiamava Monty. Aveva settantanni
suonati. Viveva da solo in un rimorchio appollaiato su
una piattaforma che aveva raso al suolo sul lato di una montagna
fuori da Jeffrey City. Ogni giorno riaffermava i suoi diritti
su quel lato della montagna, grattando via un sentiero con il
bulldozer e scendendo poi per verificare quale pietra era stata
scoperta. Lo specchio del suo bagno era una lastra di giada nera
cos perfetta e riflettente che mi ci ero sbarbato davanti per
due mattine prima di rendermi conto che era preziosa. Monty
era felice della compagnia come un cucciolo abbandonato; sulla
sua faccia aveva disegnato un sorriso perenne.
Era stato investito dal proprio bulldozer un decennio prima
ed era guarito storto, come un ramo di ginepro cresciuto su una
cresta esposta. Avanzava a fatica aiutandosi con un bastone stretto
in ciascuna mano, la testa calva alta e sorridente, gli occhi scintillanti,
sull'orlo del pianto. Le orecchie aperte a raccogliere la
brezza pi leggera. Era scuro come lo stronzo di un vecchio
coyote. Oltre a un occasionale viaggio in citt per acquistare
generi di prima necessit o per mangiare qualcosa, il suo unico
svago consisteva in una visita mensile ad una donna arapaho di
Riverton. Lei gli puliva il rimorchio e gli faceva il bucato. Monty
lasciava intendere che fosse un'anima tremendamente espansiva,
ansiosa di soddisfare tutti i suoi bisogni, ma George e io facevamo
fatica a immaginare quel genere di altruismo.
Lavorava sette giorni a settimana, all'aperto, lottando contro
un vento brutale. Dormiva ogni notte cullato da quello stesso
vento. Il rimorchio era assicurato con dei cavi d'acciaio di un
centimetro alla parete della montagna per evitare che venisse
rovesciato. Tutto ci senza un lamento. George riteneva che il
piccolo peccato di vanit di Monty quando accennava alla famosa
relazione poteva essergli perdonato. Viveva abbastanza
isolato dal resto dell'umanit da considerarsi magari perfino
bello. Forse  una buona idea dice George. Forse se uno
non potesse lamentarsi del vento comincerebbe a suonarle alla
propria moglie. Le metterebbe le mani addosso.
Non ti d fastidio? Mi sento imbarazzato. Sto pensando a
Monty.
Vento, acqua e vermi. Mi guarda dritto negli occhi, spalancando
i suoi per un effetto scontato. Questo me l'hanno insegnato
a scuola. Le tre maggiori cause di erosione. Immagino
che l'acqua te lo faccia tirare e magari anche i vermi.
Mi piace l'acqua. Ai vermi nemmeno ci penso. Quelle
che mi danno veramente fastidio sono le persone che rompono
per il vento. Guarda di nuovo lontano. Perch non protesti
per qualcosa che puoi cambiare?
Si spinge ancora pi indietro, seduto sul retro della macchina
con le gambe ciondoloni. Siamo tranquilli mentre lui si fuma
la sua sigaretta. Una volta ho cercato di uccidermi dice
quasi con indifferenza. Studia le ombre delle nuvole che entrano
ed escono dai canyon a nord. Non c'entrava nulla con il
vento.
Strizza gli occhi mentre si avvicina la sigaretta. Ha la faccia
solcata da rughe profonde. Sembra essere troppo parte della
terra per volerla lasciare. Getta via il mozzicone, si rimette in
piedi e lo schiaccia con la punta dello stivale. Si stira. Ho sbagliato
il primo colpo dice. Si volta verso di me, sorridendo.
Mi ero innervosito a tal punto che i successivi tre colpi sono
andati per i fatti loro, nel bosco. Si allontana, sghignazzando e
raggiungendo la cabina del camion.
Quel pomeriggio cammino lontano da casa. Cerco di godermi
il vento. Soffia da nord, alle mie spalle. L'erba rada e sottile
della prateria si piega verso sud, in disegni che si allargano nel
terreno di arenaria. Penso a Monty e a George. Scarafaggi neri
seppelliscono la testa mentre passo. Un serpente a sonagli di
uno strano verde pallido  collocato come un drappeggio su
un'escrescenza di salvia nana. Sembra una qualche primitiva
decorazione cristiana. Non si cura di avvolgersi a spirale e vibrare
un avvertimento. Si limita a voltare il muso angoloso e mi
osserva. Due alci maschi si muovono nervosi a ovest. Il vento
gli stira sui fianchi la pelle scurita dal sole. Io ho raccolto tre
sacchetti di plastica dai virgulti della salvia e me li infilo nella
tasca. La discarica municipale  a cinque miglia nella direzione
del vento. Cammino nella sua zona di scarico.
Entro in un canale secco e lo seguo, risalendo una cresta interrotta
da pini e ginepri la cui crescita  stata inibita dal vento,
ornati con monoliti di arenaria affiorati e scolpiti dalle sue folate.
Alle minime variazioni del vento la linfa muta i suoi ghirigori
sulle pietre soffici ed erette. Io abbraccio con lo sguardo l'altipiano.
Le quindici miglia che mi dividono dalla Carter Mountain
sono assolutamente terse. La montagna si staglia netta con la sua
roccia nera e i prati bianchi di neve invernale. Un Rorschach
tridimensionale. La neve viene strappata in piume, simili a piccole
nuvole che cadono dalle pareti a perpendicolo della montagna,
dalle correnti d'aria d'altura. Vento, penso di nuovo.
Mi siedo appoggiandomi a uno schienale di pietra arenaria.
Ho il vento in faccia e respiro profondamente. Mi gela fino alla
linea della cintura, dentro e fuori. La primavera qui lotta. L'unico
verde  disteso timidamente nelle depressioni che trattengono
la neve trasportata. La roccia  chiazzata di licheni: neri,
arancioni, ruggine e bianchi. Si sfalda come vernice.
La pietra arenaria a cui sono appoggiato si innalza per sei
metri ed  a forma di tazza; depressioni e buchi variamente
bassi e profondi, di diverse circonferenze: chiazze di roccia pi
debole che si sono stabilizzate pi facilmente sotto secoli di perizia
ventosa. Contro la roccia il vento suona una melodia zoppa:
un organo dell'et della pietra allorch il vento viene da
nord. Chiudo gli occhi e ascolto la melodia. Penso all'ipotesi
che il vento stesso sia il coro delle voci dei morti. Mi domando
se i morti desiderino dar voce al loro patimento. Mi domando
se debbano convincere se stessi di non avere pi bisogno di lottare
per la loro dose d'aria. Forse, dopotutto, il vento  il loro
lamento. Forse  anche la loro gioia.
Faccio uno sforzo ulteriore per ascoltare. Con gli occhi ancora
chiusi mi concentro sulle mie esalazioni forzate, le inalazioni
d'aria gelida martellate fino al fondo dei miei polmoni.
Non sento i morti. Non sento la roccia viva. Sento il mio respiro
e per un momento provo una soddisfazione completa, solo
in quei semplici momenti di concentrazione.
Quella notte sogno me stesso fuori dalla mia carne che guardo,
in piedi e distante dal mio corpo, impassibile rispetto all'azione
dei venti, studio la forma del mio sonno come se fossi
tornato in qualche vecchio quartiere e stessi in piedi davanti a
una casa senza luce alle finestre. La consapevolezza di essere
effimero come il vento mi fa sobbalzare. Sono spaventato ed
eccitato da questa capacit di movimento, spaventato dal fatto
di abitare nel mio corpo come se fosse qualche spato frantumato
di roccia, vivo come vive una scogliera, forse, ma solo una
casa nella quale sono venuto per eseguire una qualche canzone.
Separato. Eppure provo un insolito sollievo, e curiosit. Non
tanto perch ho una casa, ma perch in quel momento sono
certamente libero di lasciare la mia casa.
Mi sveglio completamente con un movimento brusco. Mi
siedo sul letto, al buio, respirando con affanno. Il mio panico 
la sola prova che possiedo che il mio sogno  concreto. Accendo
la luce. Mi ritraggo completamente dentro la mia pelle. Mi
osservo le mani, le piego. Tutto avviene cos rapidamente, dal
sentirmi trasportato lungo la superficie ribaltata del paesaggio
fino a ritornare come uomo nudo, la schiena bloccata dai crampi,
seduto su un letto nel mezzo di una notte del Wyoming. Mia
moglie dorme accanto a me. Si agita ma non si sveglia. Le tocco
i capelli. Sento il calore della sua pelle contro la mia mano. Sento
la distanza che mi separa dai suoi sogni. Il vento lavora contro
la casa. Sento la travatura del tetto gemere.
Penso di svegliarla, di fare l'amore, ma mi rendo conto che
sarebbe una sorta di atto religioso, e forse nel suo sonno non
sta pregando. Sento che le mie spiegazioni potrebbero essere
inadeguate. Certamente fare l'amore per coinvolgere Dio non 
per forza male. Sorrido e mi chiedo quante persone ci siano
che si accoppiano consapevolmente per trascendere la propria
forma. Cinquecento? Un migliaio? Certamente asceti, non libertini,
e io ho cominciato a bere da giovane.
M'infilo la vestaglia e spengo la luce. Mi siedo al tavolo della
cucina, al buio, e fisso la pianura scaldata dalla luna che si stende
davanti alla mia casa.  primavera. La luna  cos brillante
che solamente le stelle pi vicine restano visibili. La salvia
proietta ombre controvento. Le ombre si muovono come gatti
che si appallottolano nel sonno. Il nostro unico pioppo rumoreggia,
ancora senza foglie, e le sue ombre sono un gioco di linee
nere: un gioco di spada con solamente le spade. Rimango
alla finestra e penso che il punto sia risvegliarsi conservando intatto
il sogno, tornare onestamente vivo nella propria pelle. C'
una finestra aperta. La notte  calda. Le carte svolazzano. I
miei capelli si arruffano e io sorrido e ritorno pienamente sveglio,
pienamente consapevole di me, lontano dalla dimensione
onirica. Sono di nuovo un uomo, pieno di paure e di desideri
comuni. Ma non sento il vento che c' tutto intorno alla casa e
pi leggero nella stanza. Provo un certo interesse per come d
vita alle ombre, le fa danzare e piegare. Non credo che ne siano consapevoli.
...
.
...
13. CONTRACCOLPO.
...
.
...
La salvia si scolora in verde oliva, verde salvia e grigio. Il terreno
pallido  segnato da solchi: uno strato abraso di bentonite e
alcali, contorto come pasticceria vulcanica con iperbole a forma
di virgole di silicio, calce e cenere. L'erba delle praterie dell'anno
passato  sparsa a macchia di leopardo, fragile come fuscelli
secchi, spezzata dai venti, e sopravvive perenne nei pochi
punti dove esiste un minimo di nutrimento. Questa  terra d'altura,
non di pianura. L'umidit  rara e non c' nulla che la trattiene.
Se picchi per terra con il tacco dello stivale dopo soli dieci
centimetri ti ritrovi a colpire la piattaforma di arenaria sulla
quale effettivamente ti trovi. Il fico d'india, maltrattato dal
tempo, assume il colore della biancheria fornita dall'esercito,
nei punti delle ammaccature guarisce coprendosi di una crosta
scura. Dodici metri davanti a noi la pietra arenaria si solleva in
una successione di scarpate frammentate, di colore grigio marrone,
con strisce di terracotta. Un singolo ginepro vivo si erge
appoggiato a un monolito di pietra rivolto a sud come fosse
cresciuto a spalliera, come una sentinella solitaria in attesa di
giorni migliori.
Il vento soffia da nord, costante ma non minaccioso. Il cielo
ha il colore del lino stinto. Il sole ha contorni indistinti, e appare
sfuocato come un dente di leone fiorito visto attraverso una
decina di tende di garza. Non fa caldo. Fiocchi di neve colpiscono
il viso come insetti. Sono piccoli, quasi come schegge disidratate
di temprale: se ci si riempisse un secchio la resa sarebbe
di poco superiore a un cucchiaino da t.
A est le Bighorn Mountains svettano sfuocate all'orizzonte,
stordite in questo giorno di gennaio. Con questo tempo e questa
luce sembrano la prova incerta di qualche terra perduta,
irraggiungibile come le coste di Atlantide. Fluttuano nel freddo,
finalmente declinano, allargandosi verso il loro terminale settentrionale
nelle montagne minori del Pryor Wild Horse Range.
Penso ai cavalli selvatici laggi, raccolti in gruppi familiari,
via dal vento; pelosi puzzle di colore che si ritrovano per la misera
combinazione del calore che emettono: pezzato, sauro,
paint, baio, grullo e fumo. Il loro respiro si mescola alle nuvole,
i peli sul muso sono bianchi e ghiacciati, e cos le ciglia. Le teste
a martello, i nasi ad ariete, i colli sottili e incavati, i corpi avvizziti
come quelli delle capre, il fare gigione dei gatti, le code come
scope, tengono i giovani puledri al centro del branco, recintati
dai loro corpi imperfetti, perfetti, tutti loro, nella loro
incontrollata libert.
Verso nord e ovest le Beartooths e le Absarokas Mountains
si vedono solo nella mia memoria. Il margine di questo fronte
canadese  rotolato fin l e le ha ingoiate. Poi toccher a noi. La
massa artica grava su di noi come uno zombie di un'era glaciale
rilasciato sulla parola.
Guardo in basso verso il ragazzino. Non porta n cappello
n guanti. Gli era stato ricordato di portare abiti pi caldi ma
era troppo eccitato per dare retta a un consiglio. Indossa solamente
un giubbotto con una scritta semplice che pubblicizza
una squadra di baseball di Cleveland. Il giubbotto  allacciato
fino al mento.  gi una bella fortuna che si sia infilato dei buoni
stivali. Ha la faccia e le mani rosse, infuocate. Trema, ma sorride
come se si ricordasse il viso di Dio, nitidamente. Lo chiamo
il Vichingo fin da quando  nato. Per via della sua
energia, del suo stoicismo - sopporta il dolore senza il minimo
lamento, come fanno gli animali - dell'entusiasmo irrefrenabile
con cui si lancia in ogni episodio della vita.
Prova ancora gli dico.
Lui si porta il calcio del fucile sotto l'ascella, muove la testa e
appoggia la tempia contro il pollice nel punto in cui impugna
l'arma, appena sopra il ponticello; trattiene il respiro, la canna
oscilla. Ha solo sette anni, non  pi grande della sua et e fa
del suo meglio. Spara. Manca la lattina di pomodori e pi su il
terreno ruvido si solleva in uno spruzzo. Carica un'altra cartuccia
e spara di nuovo. La lattina cade, rotola fino a fermarsi contro
una salvia.  l da quaranta minuti. Colpisce un numero
sufficiente di lattine per tenere viva la sua voglia di continuare.
Mia moglie e io avevamo raggiunto in macchina la casa del
ragazzino nel tardo pomeriggio per incontrarlo quando tornava
da scuola. Avevamo ancora un'ora e mezzo di luce. Lui e suo
padre erano pronti. Avevamo sistemato nel bagagliaio della
macchina il sacco pieno di lattine vuote e un sacchetto di plastica
per l'immondizia. Siamo persone pratiche. Non ha senso cercare
un posto dove sparare alle lattine senza prima fare un salto alla
discarica. Ci fermeremo a mollare i rifiuti strada facendo.
Ho portato un fucile a pompa calibro 22. Ho mostrato al ragazzino
come controllare per essere certi che sia scarico prima
di maneggiarlo. Mi interessava vederlo mettere le mani sull'oggetto
primario dei suoi sogni. Mi sono domandato che cosa
avrebbe potuto procurare a me altrettanta gioia ed emozione.
Forse un figlio? Ma mia moglie e io abbiamo deciso di non
averne. Mi sono ripromesso di passare in rassegna una seconda
volta gli hobby, ma non sono riuscito a immaginare che tenere
in mano una mazza da golf potesse trasmettermi altrettanto entusiasmo.
Ho deciso di accontentarmi di stare a guardare il ragazzino.
La sua gioia mi rende felice come se lo fossi da mesi.
Cos'? mi chiede.
Un calibro 22.
Un Winchester?
Suo padre fa spallucce. Ne sapeva quanto me su come il ragazzino
avesse potuto imparare che esistevano diversi fabbricanti
di fucili.
 un Remington gli dico. Fa un'espressione di disappunto.
Me l'ha dato mio padre aggiungo.
Quest'ultima notazione sembra avere risvegliato il suo interesse.
Quanti anni avevi?
Circa dieci.
Fa un cenno affermativo con la testa e fa scorrere la mano
sul calcio del fucile.  allora che si  dimenticato il cappello e i
guanti. Lo stavamo tutti osservando, suo padre, mia moglie, io.
A nessuno  venuto in mente di ricordarglielo una seconda volta,
e adesso  qui all'aperto, con questo pomeriggio gelido che
gli penetra nelle ossa.
Non hai freddo? gli chiede suo padre.
Sto bene. Non si prende nemmeno la briga di voltarsi.
Suo padre e mia moglie sono alle sue spalle. Loro indossano
guanti, passamontagna, cappotti pesanti, e hanno freddo. L'unica
cosa che possiamo assorbire  la sua eccitazione. Mi tiro su
il colletto del cappotto.
Quando siamo usciti di casa il vento non soffiava. Il sole
splendeva debolmente. C'erano pozze oblique di luce da mezzo
inverno. C'erano macchie sul macadam dove il ghiaccio aveva
cominciato a sciogliersi. C'era una certa luminosit. Sul camion
avevamo abbassato le visiere. In quattro nell'abitacolo,
potevamo tenere il riscaldamento al minimo. Tutto  cambiato
tranne il fermento del ragazzino.
Io guardo suo padre. Sta battendo i piedi, il naso gli cola e
gela sul labbro superiore. Mia moglie ha infilato le mani tra i
bottoni del cappotto in un tentativo di scaldarsele.
Ancora una carica dico al ragazzino.
Mi passa l'arma e corre verso la decina di lattine che abbiamo
allineato contro il fianco della collina per controllare i buchi
dei proiettili. Io comincio a impilare le quindici cartucce
nel magazzino tubolare. Con un guanto sfilato, le dita cominciano
a irrigidirsi per il freddo. Infilo un proiettile nella camera
di caricamento e faccio scattare la sicura. Il ragazzino  tornato.
Sta battendo i denti; il sorriso gli trasforma la faccia.
Le ho beccate quasi tutte dice. Almeno una volta.
Comincio a stufarmi gli dico. Gli poso la mano contro la
guancia. La tiro indietro. La sua pelle sembra pi fredda della
canna del fucile.
Non sono stanco dice.
Io s.
Ci giriamo tutti verso il rumore del motore del camion che
viene avviato. Mia moglie si siede nell'abitacolo. Fa un segno
con la mano. Sentiamo il riscaldamento che va.
Non ho nemmeno freddo dice. Davvero.
Non sei qui da solo.
Lui annuisce e guarda verso mia moglie mentre prende il fucile
dalle mie mani. Quando ho sparato tutti questi, basta.
Non si sta lamentando, sta solo controllando una seconda volta
l'informazione.  una sua modalit. Garantisce agli adulti la
prerogativa di cambiare idea nel suo interesse.
Sto pensando alla cena gli dico. Questo tempo brucia le
BTU.
Fa ancora cenno di s con la testa. Non chiede cosa significhi
BTU. Tiene il fucile alto tra il braccio e le costole, piega la testa
per vedere e cammina metodicamente verso le lattine sparando
il pi rapidamente possibile. Le carcasse delle cartucce esplose
formano un arco alla sua destra, lampeggiando debolmente
nell'aria ghiacciata. Quindici colpi. Tre lattine gi. Il fianco
della collina segnato in dodici altri punti,. Ho troppo freddo
per cercare di interferire con il suo entusiasmo. Lui rimette la
sicura e si volta. Tiene il fucile con le mani nude, sorridendo
eroicamente: un bambino-manifesto per spiegare com' possibile
convincere i giovani ad andare in guerra. Ha attaccato ed 
rimasto illeso. Il nemico  in rotta.
Gliel'abbiamo fatta vedere dice. Le sue fantasie marziali
gli ravvivano lo sguardo. In questo ragazzo, il Vichingo, c'
qualcosa che ricorda i grandi guerrieri.  una fortuna che sia
nato da genitori pazienti e ragionevoli.
Quello che ho visto  che hai bisogno di un'altra lezione
per imparare a tenere il fucile.
Ma non ho fatto fuori niente.
Dillo alle lattine.
Sono lattine dice, seriamente perplesso.
Cos'erano un minuto fa?
Guarda il fucile, e poi di nuovo me. Si fida di me, e non  un
ragazzino falso. Il nemico sussurra. Conosce la differenza tra
la brutalit della vita reale e la brutalit del divertimento. Sa di
essere appena entrato e uscito da un fumetto. Non vede la ragione
per nascondere il piacere che ha provato.
Mi passa l'arma e aiuta il padre a raccogliere le lattine sparse
nel sacchetto marrone della rosticceria.
 l'ultimo ad arrivare al camion, lentamente, esaminando le
lattine nel sacchetto, tirandole fuori una alla volta, reggendole
davanti a s e sbirciando nei buchi lasciati dai proiettili. Quando
mi volto per lasciarlo passare sul sedile posteriore lascia andare
il sacchetto .e mi abbraccia. Una guancia contro la mia cintura,
le braccia strette intorno alle mie cosce. Dice: Grazie.
Le sue orecchie e il suo naso sono diventati paonazzi come
quelli di un clown.
Durante il viaggio di ritorno a casa si siede sulla panca che si
tira gi dietro il sedile di guida nella cabina del camion. Mia
moglie  seduta al suo fianco. Si  tolta il cappotto e glielo ha
avvolto intorno alle spalle. Il caldo all'interno del camion sospinge
pi in profondit il freddo nei suoi muscoli intorpiditi,
raffreddandogli il cuore. Trema. Per lui non  una sofferenza.
La sofferenza per lui  stata abbandonare il suo sport. Quando
alza lo sguardo e mi scopre ad osservarlo dallo specchietto retrovisore
sorride di nuovo. Il naso gli cola, e la mano di suo padre
gli allunga un fazzoletto. Mia moglie gli copre le orecchie
con le sue mani calde. Lui si soffia il naso.
Niente sembra vivo nel paesaggio tranne il vento montante,
la neve. E poi passiamo sotto un ferruginoso falco appollaiato
sulla punta di un palo del telefono. E un uccello grande, alto
oltre mezzo metro. La sua testa rotea, gli occhi gialli seguono il
nostro passaggio. Il piumaggio del petto si arruffa e si riposa
nel vento. Spera che la fortuna lo assista, mentre scruta alla ricerca
di roditori vaganti dell'ultimo minuto, prima che il temporale
che si sta avvicinando si scateni sopra di noi. Il riscaldamento
sta andando al massimo e appanna i vetri. Io li pulisco
con la manica del giubbotto.
Mio padre era un cacciatore. A casa c'erano armi dappertutto
e gente che sapeva come usarle. Io ho un vecchio album pieno
di fotografie in bianco e nero sbiadite che mi ritraggono in
posa a fianco di orsi, cervi e alci morti. Nella maggior parte delle
fotografie reggo il fucile a mio padre, come un portamunizioni
nano: un apprendista. Lui mi posa una mano sulla testa;
mio fratello  a cavalcioni sulle sue spalle.
Nello specchietto laterale guardo il falco aprire le ali, mollare
la presa sul palo, e lasciarsi trasportare dal vento in direzione
sud. Ricordo che aiutavo mio padre a spennare gli uccelli che
portava a casa dalla caccia in autunno. Ricordo gli sguardi attenti
dei nostri cani, con i larghi occhi marroni che ci osservavano
come se stessimo ricreando la magia del volo anzich
smembrarlo, le nostre mani brillanti di sangue, le piume appiccicate
su polsi e avambracci, l'aria che odorava di sangue, il
buono, ricco odore degli uccelli aperti. Ricordo che sputavo i
pallini nel piatto durante le cene autunnali. Anche adesso preferisco
il fagiano al pollo, il forte sapore della cacciagione a
quello blando del manzo.
Avevo tediato mio padre con costanza - come questo ragazzino
con il suo - perch mi facesse provare un'arma. Ero stato
istruito nel maneggiare le pistole, nel tenerle in ordine, ma non
ne avevo mai usata una; volevo davvero migliorare la mia immagine
nelle fotografie. Mio padre finalmente acconsent.
Quale vuoi? chiese. Io non sapevo bene che cosa rispondere.
Qualsiasi cosa fossi in grado di maneggiare. Non volevo trattamenti
di favore.
Fa' tu risposi.
Era dopo cena, d'estate e lui era stanco perch aveva lavorato
tutto il giorno. Avevo dimenticato che mi aveva insegnato a
nuotare gettandomi in un lago, che mi aveva insegnato a bere
servendomi un bicchiere d'acqua pieno di bourbon. Si limit
ad annuire, tir fuori dalla custodia un fucile da caccia calibro
12, riemp la tasca della giacca di proiettili e si avvi gi per
una stradina polverosa che portava a uno stagno ai margini
della fattoria. Io trotterellavo al suo fianco. Era un anno o gi
di l prima che ci spostassimo nel Wyoming. La fattoria si trovava
nella Pennsylvania occidentale e lo stagno era piuttosto
piccolo, il suo emissario era intasato dal limo, paludoso e
pieno di tifa, il lato alimentato dal torrente quasi piatto e ridotto
a una superficie spugnosa e segnata dagli animali che venivano
ad abbeverarsi. Il posto mi piaceva. Mi nascondevo
lungo le sponde per osservare il topo muschiato, i tuffi nell'acqua
dei passeracei.
Era il crepuscolo. Le lucciole avevano appena cominciato a
punteggiare l'aria con le loro scintille. Una nebbia leggera si alzava
dalla superficie dell'acqua. L'aria sopra la nebbiolina era
ravvivata da pipistrelli che scendevano in picchiata e riprendevano
quota, abbuffandosi di insetti estivi. La terra sembrava
mormorare con i friniti delle cicale. Di tanto in tanto un pesce
emergeva in superficie, increspando l'acqua che catturava l'ultima
luce del giorno. Immagino che anche le nostre facce debbano
avere colto e trattenuto quella luce, la nostra pelle si sar
colorata di rosa, morbidamente luminoso, affascinante.
Guardo di nuovo nello specchietto retrovisore. La testa del
Vichingo dondola assecondando il ritmo del camion. Sta cominciando
a scaldarsi, ad arrendersi alla fatica. Tiene il fucile dritto
tra le gambe, stringendo la canna con le mani. La sua testa cede di
colpo e lui rinserra la presa.  cos concentrato sull'obiettivo di
imparare a sparare tenendo l'arma nella posizione corretta che la
regge come se stesse tenendo un manganello o un crocifisso, con
lo stesso tipo di vigile attenzione. Si  dimenticato che stiamo
tornando a casa, che mangeremo, che verr messo a letto. 
completamente assorbito da questo momento della sua vita. Lo
guardo di nuovo e vedo chiaramente l'immagine di mio fratello
minore, quando era anche lui un ragazzino. Non  un'allucinazione.
Aveva lo stesso spirito d'avventura di questo ragazzino, la
stessa gioia irrefrenabile, la stessa passione per tutte quelle attivit
che lo trasportavano nella fantasia. Avevamo soprannominato
mio fratello Mangusta, per la sua capacit di catturare regolarmente
i serpenti a sonagli con le mani. Nemmeno lui conosceva
la paura, non si fermava un istante, sicuro che la vita non
potesse fargli male. E come il Vichingo era attirato dalla violenza
spontanea delle armi da fuoco.
Torno a guardare la strada. La neve danza sulla sua superficie
gelata. La luce  quasi scomparsa dal cielo. Accendo gli
anabbaglianti e ricordo mio padre che camminava nella foschia
in riva allo stagno, caricando l'arma con i proiettili. Un Browning.
Mi ero informato. Senz'alcuna esitazione si piazz il fucile
sulla spalla, fece fuoco due volte e io vidi due pipistrelli cadere
a spirale in acqua, uno dei quali si dibatt prima di
affogare, rimanendo infine immobile e allargato sull'acqua. Il
rumore dei colpi si gonfi e riecheggi nell'aria umida.
Mio padre infil i proiettili che erano rimasti nella camera di
caricamento e mi fece cenno di raggiungerlo. Mi pass il fucile,
scivol alle mie spalle e disse: Prendi un pipistrello.
Ero un ragazzino - grande come quello seduto dietro, di
fianco a mia moglie - e l'arma era troppo pesante per me perch
potessi rimanere stabile, ma provai. Il mio desiderio si era
avverato. Ero emozionato alla prospettiva di sparare con quella
cosa, ma anche preoccupato di poter deludere mio padre. Nell'aria
c'erano cos tanti pipistrelli che sembrava impossibile potersi
sbagliare. La cosa mi dava coraggio. Appoggiai il calcio
sulla spalla, il braccio destro lungo a sufficienza per arrivare a
premere il grilletto, mi piegai all'indietro per sollevare la canna
e feci fuoco. Il contraccolpo mi fece girare su me stesso nel fango,
lasciandomi lungo disteso sulla schiena. Come il pipistrello
affogato.
Mio padre mi raggiunse nel punto in cui giacevo e mi port
via il fucile. Forse  meglio aspettare ancora un anno per questo
disse.
Ho ucciso un pipistrello?
No.
Ho beccato qualcosa?
Hai fatto un buco nel cielo.
Il tragitto per tornare a casa fu particolarmente lungo. Il
mattino dopo mi svegliai con la spalla gonfia, violacea e gialla.
Per una settimana mi fece male sollevare il braccio. Esibivo volentieri
il danno come un trofeo per i miei compagni di scuola.
Un fucile spiegavo loro. Ne era valsa la pena.
Parcheggio il camion e il padre del ragazzino e io rimaniamo
a osservare mentre il ragazzino entra in casa. Cammina faticando
a tenere l'equilibrio, e questo  insolito.  sfinito, non ha
pi nemmeno la forza di reggersi sulle gambe. Suo padre mi
stringe la spalla come fanno gli uomini quando si vogliono bene.
 un uomo gentile, deciso, un pittore, un caro amico. C'
una parte di lui che  rimasta sorpresa dall'attrazione di suo figlio
per le armi. E un padre molto attento. Il figlio  stato con
lui in studio fin da bambino. Il primo giocattolo che gli ha costruito
 stato un cavalletto. Gli ha insegnato ad apprezzare i
colori e la composizione, la bellezza, e ci nonostante, per anni,
il ragazzino ha voluto sparare con un fucile.
Sappiamo che il ragazzino non ha un'idea precisa della morte;
cos come certamente non ha un'idea della sua possibilit di
fare del male. Non andiamo pi a caccia, ma quest'uomo e io
siamo stati allevati con le armi, siamo andati a caccia quando
eravamo pi giovani, e concordiamo sull'opportunit di insegnare
a suo figlio che cosa pu significare maneggiare armi, fargli
vedere il danno che possono causare. Questo  ci che ci diciamo
ad alta voce l'uno all'altro. In cuor nostro desideriamo
semplicemente compiacerlo. Lo adoriamo. Il ragazzino mi
chiama zio e io gli voglio bene. Mi ha adottato come un cucciolo di lupo adotta un adulto maschio senza prole. Confida che
darei la vita per lui.
Oggi lo abbiamo portato fuori con il freddo per poter vedere
l'espressione di piacere sul suo viso. Io ho portato il fucile.
Speravamo che riuscisse a colpire almeno una lattina. Eravamo
soddisfatti per la sua gioia. Ci chiediamo se si sarebbe potuto
fare in un modo migliore.
Ti adora. Mi dice il padre del Vichingo. Mi stringe la spalla
ancora pi forte.
 una cosa che mi riempie di orgoglio dico. Sono sincero.
L'affetto del ragazzino  una delle poche cose degne che conosco.
Suo padre annuisce. Attraverso la finestra vediamo il ragazzino
raccontare alla madre della sparatoria. Gesticola selvaggiamente.
Quando tocca a me, aggiungo: Sono ancora pi
orgoglioso del bene che gli voglio io. Non me l'aspettavo. Non
 una cosa che mi sono meritato. Un soffio di vento solleva in
mulinello la neve tra di noi. E una grazia dico. Un dono.
Le nostre facce illanguidiscono.
Il cibo rivitalizza il ragazzino. Gli torna l'energia, ma placida.
Quando gli altri hanno ripulito i loro piatti, chiede: Tu vai
a caccia? Sta cercando di mettere le basi per una futura occasione,
in modo da potersi godere in anticipo il sapore della cosa.
Pensa che un giorno gli potrebbe piacere andare a caccia.
Al tavolo siamo rimasti solo noi due.
Non pi gli rispondo.
Ma una volta ci andavi?
S.
Cacceresti mai un uccello? Sta verificando se ci sono gerarchie
nei miei pregiudizi. Non chiede se vado a pescare. D
per scontato che le mie convinzioni siano cos inconsistenti che
tirare un pesce in aria fino a farlo morire difficilmente sarebbe
considerato un crimine.
Andare a caccia di uccelli non mi creerebbe alcun problema.
Intendo calmarlo. E allentare la pressione. Passeranno almeno
altri sette anni prima che lui possa davvero andare a caccia.
Il doppio degli anni che ha adesso. Nessuno di noi pu sapere
che cosa sar diventato lui tra sette anni.
Cacciare uccelli  comunque cacciare.
Lo capisco bene.
Perch non cacci cose pi grosse?
Perch non mi piace vedere gli animali morire. Parlo debolmente.
Lui ha gi stabilito che le mie affermazioni sono relative.
Mi lascio andare indietro sulla sedia. Mi domando come
proseguir. Ho parlato a sufficienza per potere esser incriminato
per il massacro di piccoli uccelli.
Tu mangi la carne dice. I bambini per fortuna non soffrono
d'ipocrisia.
Sono stato vegetariano per cinque anni. Prima ancora di
averla conclusa, mi rendo conto che l'affermazione  zoppa.
Lui sorride e prende l'osso della bistecca dal mio piatto.
Non pi adesso dice. E un ragazzino raro che ha le mani ruvide
e muscolose di un uomo. Mani che sembrano fatte apposta
per tenere un osso.
Quando sarai grande abbastanza ti porter a caccia di uccelli.
Sei sicuro?
Sono sicuro.
Non ti dimenticherai?
No, se qualcuno me lo ricorder.
Sorride. Ti va di vedere Sarge? mi chiede.
Il Vichingo possiede un geco che ha la pelle simile a quella di
un leopardo e che ha battezzato Sarge. La lucertola  giovane,
lunga solo dieci centimetri, con il corpo spesso, e agita la coda
come un qualsiasi stupido serpente. Mangia grilli a volont e
vive in un acquario riconvertito vicino alla testa del letto del Vichingo.
Lo seguo lungo il corridoio fino in camera sua. Lui si
siede sul bordo del letto e io su un comodo sgabello treppiede
di fronte alla vasca. Sarge  immobile su una pietra di ceramica
riscaldata. Ha l'aspetto pasciuto di chi ha sempre qualche grillo
da mettere sotto i denti.
Vuoi tenerlo in mano?
No.
Ti fa paura?
Non mi piacciono i serpenti.
 una lucertola.
 un serpente con le zampe.
Il Vichingo sorride e tira fuori Sarge dalla vasca. Lo tiene
con una mano e gli accarezza la testa con un polpastrello. Non
sono preoccupato che mi possa lanciare addosso la lucertola.
Gli basta che io sia spaventato e lui no.  sufficiente. Lo guardo
mentre consola la bestiola.
 un ragazzino ostinato, leale, facile preda di frustrazione allorch
non viene capito, indagatore, intuitivo, naturalmente
gentile, mutevole, osservatore, fiero, generalmente corretto. A
volte, quando rimango solo con lui, mi ricorda a tal punto mio
fratello che spesso mi dimentico di avere gi l'et per guidare.
Diventiamo soltanto due ragazzini indipendenti seduti nella
stessa stanza, che si trovano bene insieme, innocenti. Legati pi
stranamente di quanto chiunque di noi possa spiegare.
Tuo fratello Sarge lo teneva senza problemi dice. L'affermazione
non vuole essere una sfida.
A mio fratello piacciono i serpenti.
 per questo che lo chiamate Mangusta? Lo sa. Mio fratello
gli ha preparato un amuleto fatto da lui con ossa e pelle di antilope,
gli ha dato la punta di una freccia e un dente di squalo preistorico.
Gli  consentito di chiamare mio fratello Mangusta.
Raccontami delle pelli del serpente a sonagli. Il Vichingo
chiede storie come alcuni bambini chiedono di sentirsi leggere
determinati libri pi e pi volte. Rimette Sarge sulla roccia riscaldata
e si abbandona sul letto. Sarge non ha ventose ai piedi
dice. Non pu arrampicarsi fuori. Non vuole che mi
preoccupi troppo per la lucertola e mi trovi in difficolt nel
raccontargli storie.
Gli racconto di come mio fratello inchiodava le pelli di serpente
alle assi di legno, rovesciate per seccarle. Che prendeva
della tela a smeriglio e scartavetrava il muscolo secco, la membrana
indurita. Gli spiego la pazienza che occorre per far filtrare
la glicerina nella pelle, massaggiando fino a renderla soffice
come flanella.
E poi cosa ci faceva con quelle?
Ci faceva bande per cappelli e cinture. Una volta incoll la
pelle di serpente a un paio di scarpe di nostra madre.
E i sonagli?
Li teneva in una scatolina.
Il Vichingo sorride. Mio fratello gli ha dato un sonaglio. Il
padre del Vichingo mi ha raccontato di come il ragazzino se lo
porti dietro quando  il momento di mangiare, scuotendolo
con tutta la sua forza sotto il tavolo, sperando di spaventare la
sua famiglia, e infine deluso di non poterlo scuotere abbastanza
velocemente da produrre un ronzio credibile.
Non credo che Sarge sia abbastanza grande da farci una
cintura dice. Dimmi come mai Mangusta non aveva mai le
sopracciglia o i capelli sulla fronte.
Non era nato cos.
Lo so. Dimmi della polvere nera.
Gli racconto di come mio fratello teneva chiusi nel suo armadio
due battaglioni di soldati di plastica verde. L'armadio
era piccolo, attrezzato con scaffali, costruito sotto la grondaia
della casa. Gli racconto di come Mangusta schier i soldati su
due fronti opposti e poi incendi un fiammifero di legno con il
getto di un deodorante spray. Il Vichingo ha sentito questa storia
decine di volte.
Come una specie di lanciafiamme? chiede.
Uno molto piccolo.
Dove aveva preso il deodorante?
Era di nostro padre.
Li fanno ancora?
Non lo so mentii.
Gli racconto come si sciolsero i soldati, ritirandosi in forme
simili a candele sfigurate. Di come mio fratello mise da parte la
sua paga per comprare rinforzi.
E la polvere nera?
L'aveva messa in un piattino dentro l'armadio e a volte ci si
avvicinava troppo. Fu un lampo.
Con il lanciafiamme?
S, ma i capelli glieli ha portati via il lampo della polvere.
Ma com' potuto succedere pi di una volta?
Anche i miei genitori se lo chiedevano. Non gli dico che le
pozze di polvere nera erano usate per mettere fuori uso i carri
armati nemici.
Mi dici anche dell'arma dell'agente segreto?
Questa per  l'ultima.
D'accordo.
Mangusta aveva una calibro 22.
Come quella con cui ho sparato oggi?
Una diversa. Con l'otturatore manuale. Aveva avvolto l'estremit
della canna con del nastro isolante nero. Tolse il silenziatore
dalla falciatrice e lo fiss sulla canna, in modo che la filettatura
facesse presa nel nastro.
E quando spar non fece alcun rumore?
Riemp il silenziatore di lana di vetro.
Ma non ci fu nemmeno un rumore?
Solo uno piccolo.
Tipo?
Come far schioccare le nocche.
Wow!
Penso che forse non gli dir mai che quando la mia famiglia
si spost in citt per l'inverno e lasci la valle di Wapiti, Mangusta
compr un periscopio portatile all'Army Surplus Store e
lo nascose nei bidoni della spazzatura da cinquantacinque galloni
nel vialetto dei vicini di casa. Stava con l'orecchio teso al
canto degli uccelli, li localizzava con il suo periscopio, tirato
fuori dai bidoni insieme alla sua pistola silenziata, e ne fece
fuori decine e decine prima che la polizia riuscisse a catturarlo.
Furono i vicini a vederlo. Non voglio che il Vichingo scopra
che espressione aveva disegnata sul viso mio fratello, da solo
sul sedile posteriore dell'auto della polizia. Delle botte che si
prese da nostro padre.
Aspetter un altro momento per raccontargli di quella volta
che per incoscienza sparai a un'incudine e che parte dei frammenti
del proiettile penetr nel fianco di mio fratello. Gli insegner
cosa significa rimbalzare, ma non voglio fargli l'elenco
delle mie stupidaggini.
Aspetter anche a raccontargli di quella sera in cui mio fratello
e io litigammo e di come Mangusta mi spar dall'anca facendomi
partire il tacco di uno stivale, mentre scappavo da lui.
Come spiegargli che avevamo ricevuto le migliori istruzioni
possibili, che avevamo fatto pratica con quelle istruzioni e che
tuttavia consideravamo un miracolo non esserci sfigurati o uccisi.
Forse avevamo troppa confidenza con le armi. Sapevamo
cosa avevamo tra le mani, ma eravamo ragazzi.
E c' la storia dell'antilope che uccisi l'autunno dei miei quattordici
anni. Era il mio primo anno di caccia. Il primo anno che
potevo farmi fare una foto mentre mangiavo la carne che io stesso
avevo procurato per cena. Potr mai perdonarmi il Vichingo
di avere sparato un miserabile colpo solo per azzoppare un
animale, un animale veloce e slanciato, diventato imprudentemente
curioso e fermatosi giusto un istante per guardarmi
meglio? Potrebbe apparire impietoso spiegare come mio fratello
e io, insieme a un amico di un ranch sulla South Fork, trasportammo
la bestia ferita in un burrone profondo come uno scivolo
di carico. Come descrivere il nostro panico e la nostra vergogna?
Come descrivere l'ansia di porre fine alla sua sofferenza, alla
nostra sofferenza? Temo le immagini che si delineeranno nella
sua mente in una narrazione rivoltante, se gli dico che stavamo
tutti in piedi sopra quell'essere tremante marrone chiaro e bianco,
sollevando le pietre pi grosse che riuscivamo ad alzare,
portandole sopra le nostre teste, lasciandole cadere come preistorici
uomini delle caverne fino a cancellare dalla sua mente l'ultimo
terrorizzato combattimento. Il pensiero di quel pomeriggio
mi stordisce ancora. Non so come imitare i tonfi delle rocce
lasciate cadere contro ossa e carne. E il belato gutturale  al di
sopra delle possibilit delle mie corde vocali. Non ho mai dovuto
esprimere con un suono quel genere di paura e di dolore, supplicare
misericordia in una lingua straniera. Come spiegare che non
siamo noi a poter dare misericordia? Se racconto la storia al
Vichingo lui mi chieder come va a finire. Sar obbligato a dirgli
che ci siamo abbassati tutti e tre sulla schiena dell'antilocapra,
che mio fratello ha afferrato le sue corna ricurve e le ha tirato
indietro la testa scoprendole la gola. Dovr dirgli che l'animale
non emetteva pi alcun suono. Che i suoi occhi si erano arresi.
Che stava pregando il suo dio. E mi verr chiesto di alzarmi e di
mostrare come ho pugnalato la bestia impotente pi e pi volte
finch non smise di lottare e io ebbi concluso il lavoro iniziato
con un'arma prestatami. Forse non avr bisogno di dirgli che
non fu divertente.
Se gli racconter mai la storia, lo far quando sar pi grande.
Quando lo porter a caccia di uccelli. Fermer il camion al
lato della strada. Racconter la storia senza censure. Sar terribile.
Non avr bisogno di esagerare.
Sai che cosa farei se fossi un cane? mi chiede.
La sua domanda mi sorprende. Abbasso lo sguardo su di lui.
 sdraiato con le mani allacciate dietro la testa. Sbatte le palpebre
lentamente, come se fosse sul punto di addormentarsi.
Cosa?
Sorride. Scodinzolerei.
Gli tiro su la coperta fin sotto il mento. Lo bacio. Mentre
esco dalla sua stanza spengo la luce.
Quella sera nel mio letto non riesco a prendere sonno. Non
vorrei aver messo il ragazzino sulla strada sbagliata. Non vorrei
aver fatto scattare qualcosa dentro di lui, che magari tra
anni, collider negativamente con il mondo. Mi consolo pensando
a chi , alla sua dolcezza, a chi  mio fratello, un uomo
molto pi compassionevole di quanto io non sia mai stato
capace di essere.
So che sono le mie paure a tenermi sveglio. Le mie colpe.
Penso a quanto poco mi fido in questo mondo. Ricordo che anni
fa, appena entrato nell'et adulta, anche dopo avere smesso
di andare a caccia, continuavo a dormire con un'arma sotto il
letto. L'ultima prova di una vita con le armi? O qualcosa di
pi? Forse la prova della certezza del pericolo, addirittura del
male. Una pistola per aiutare un uomo a dormire?
M'ingarbuglio nelle coperte. Mi viene in mente un'amica,
una psicologa, che lotta per intravedere la pace di cui percepisce
la presenza dentro di s. E un'attivista di Amnesty International.
Dato che  una donna di animo gentile, e parla un ottimo
spagnolo, trascorre le sue estati in America Centrale
aiutando i sopravvissuti alle torture. E una donna coraggiosa e
candida. Non possiede un'arma. Medita. L'anno scorso ha
viaggiato fino a un ashram straniero per ricevere la darshan da
un santo vivente. Mi dice che  convinta che le azioni sbagliate,
in qualunque forma, siano semplicemente un'espressione di
ignoranza: comportamenti nascosti dall'unica luce di Dio. Sono
d'accordo con lei. Voglio esserlo.
Questo autunno mi ha chiamato. La sua voce s'impennava e
si abbassava, lacerata come una cosa moribonda. Era appena
tornata da una conferenza di Amnesty International a Washington
DC. L'argomento era stato la tortura; gli esempi globali,specifici e terribili. Il peso accumulato delle testimonianze le
 improvvisamente apparso malvagio, e volontariamente tale.
Sembrava andare oltre l'ignoranza. L'ha spaventata gravemente.
Ha fatto traballare le sue convinzioni.
 una persona abbastanza risoluta da non temere per la
propria vita. Teme per la vita delle proprie convinzioni. La meditazione
non sembra sufficiente. Le atrocit sono in agguato nelle
sue visioni. Le si  spezzato il cuore a trovare le prove di come
tanti ricavassero un autentico piacere dalla sofferenza delle loro
vittime. Si sentiva con le spalle al muro. Ha pianto. Ha pregato.
Eppure continua a non sentire la necessit di avere un'arma.
Ci siamo incontrati per un caff, e le ho ricordato che
Gandhi non segu l'esempio dei colonizzatori della sua nazione.
Le ho ricordato che ci sono monaci tibetani che implorano
il Divino affinch i loro torturatori cinesi raggiungano l'illuminazione
prima di loro. Lei ha sorriso e mi ha abbracciato, ma
non era sufficiente.
Mi giro da una parte all'altra del letto. Sto sudando. Le lenzuola
mi si attaccano addosso. Sento il petto martellare. Al
chiaro di luna vedo la vita di questa donna, le vite di un ragazzino
e di un fratello che adoro, intrecciate in una, e mi aggrappo
a quella per tirarmi su nel mio letto. Mi chiedo se la presenza
di un'arma attiri la violenza. Possedere un'arma significa
dichiararsi vittima? Mi chiedo se sono un uomo disattento. Se
sono capace di cambiare.
Non tanto tempo fa mi sono portato a casa dal bacino dell'Amazzonia
una cerbottana. Avevo trattato con un membro di
una trib per avere quell'oggetto perch lo trovavo simpatico.
L'ho mostrata al Vichingo. Lui se la  rigirata tra le mani. Poi
ha soffiato conficcando una freccetta nello schienale del divano
dei suoi genitori. Gli brillavano gli occhi. Gli ho detto degli uomini
che le usavano per procurarsi da vivere. Ho cercato di mimare
la loro caccia. Ho descritto gli animali che con la loro vita
garantivano la sopravvivenza della gente.
Suo padre mi ha detto che a letto quella notte il ragazzino
aveva cominciato a piangere senza che niente e nessuno riuscissero
a consolarlo. Uccidono le scimmie! aveva gridato. Aveva
fatto un collegamento e questo lo aveva spaventato. Non mi
chiese pi di vedere la cerbottana. Forse la sua anima  troppo
retta per me perch io mi pieghi con le mie indulgenze verso i
suoi capricci?
Quest'inverno sono andato a prenderlo alla scuola elementare.
Suo padre mi aveva chiamato da una riunione che stava andando
per le lunghe. Il Vichingo e io siamo stati contenti di vederci.
Mi ha raccontato com'era andata la giornata, e io ho
fatto altrettanto, raccontandogli della mia. Tra noi c'era ormai
una certa confidenza. Lui  un ragazzo che si esprime molto attraverso
l'espressione del viso e i gesti. Sono rimasto sorpreso
allorch ha interrotto la nostra piccola conversazione per dirmi
che mi voleva bene: un regalo inaspettato.
Pap dice che siamo molto simili. Che da piccolo eri come
me.
Credo che tu sia un ragazzo migliore di com'ero io gli rispondo.
Perch?
Perch ti hanno spiegato pi cose. E capisci pi di quanto
capissi io.
Credo di assomigliare anche a Mangusta dice.
Credo che tu abbia ragione. Lo guardo. Sulla sua faccia
c' il sole. Ha una faccia senza rughe, i capelli sono spessi e folti
nella luce, gli occhi chiari, la pelle levigata e scurita dal gioco.
 la stessa faccia che aveva anche mio fratello. Lui conosce
Mangusta solo come un uomo con le punte delle frecce e il
dente di uno squalo. Dell'adolescenza di mio fratello conosce
alcune delle mie storie preferite. Non ha modo di conoscere
mio fratello da ragazzino.
Non sa che mio fratello ha frequentato la facolt di legge, si
 laureato senza problemi e che, preferendo alla sbarra il bancone,
si  messo a gestire un bar. Non sa che mio fratello ha vissuto
con mia madre fino a tre anni fa. Che fa la spesa per lei,
cucina, le spazzola i capelli e che per placare i suoi sudori notturni
le spreme limoni e schiaccia la menta nell'acqua calda per
poterla detergere davanti e dietro.
Ha fatto visita a mia madre con il padre e l'ha vista sempre in
pigiama, la faccia divisa, incorniciata nel tubo trasparente che
le porta l'ossigeno. Ha sentito il mormorio della macchina che
distilla l'ossigeno dall'aria. L'ha sentita tossire. Il Vichingo si 
seduto con lei al tavolo della cucina. Non sa che  mio fratello a
sostenerla quando passa dal letto alla cucina; fino al termine
delle sue intubazioni, della sua pastoia.  di nuovo indietro allorch
i visitatori se ne sono andati.
Non sa come viene rastrellato il giardino, come viene scopato
il vialetto, come vengono pagati i conti.  troppo giovane
per considerare strano che un uomo di mezz'et viva con la
madre. Non ha letto le poesie che mio fratello scrive la sera, e
la notte, e la mattina presto mentre il caff bolle sul fuoco. Non
sa che in quelle poesie si parla di speranza e redenzione, che
rievocano le donne che mio fratello ha amato. Un giorno sapr.
Un giorno capir la dolcezza e il pudore degli uomini di cui
condivide le caratteristiche.
Gli passo una mano tra i capelli. Lui tiene la testa immobile.
Mi guarda carico di aspettative. Avete tutti e due un cuore
grande, tu e Mangusta gli dico. E siete tutti e due quasi senza
paura. Sorride. Si raddrizza sulla sedia. Riporto la mano sul
volante. E aggiungo: Cerca solo di non avere troppa fiducia
nella giustizia.
Aggrotta le sopracciglia. La sostanza dell'affermazione non
gli sfugge, ma l'ha turbato. Apre la bocca per parlare, e poi rinuncia.
Grazie a Dio questo  un ragazzino che ha visto solo
quello che una pallottola pu fare a una lattina. Il sole gioca attraverso
il parabrezza investendoci di luce. Sentiamo le voci dei
bambini che giocano, il rumore stridente del traffico. Il mondo
non  sempre giusto gli dico. Tu te ne renderai conto meglio
di molti di noi. Mio fratello lo ha fatto.
Lui fa segno di s con la testa. Si guarda in grembo. Gira le
mani e le apre tenendo i palmi rivolti verso l'alto.
...
.
...
14. LA PULITURA DEL CANALE.
...
.
...
Io sono legato all'acqua. Discendo dal suo rumore e dal suo
movimento. Sono parte di una stirpe intorbidata. Se piego un
orecchio verso una spalla sento il risucchio e l'onda lunga e il
sibilo di un torrente di montagna. La mia anima si  nutrita da
capezzoli liquidi. Come il colostro passa dalla madre al figlio,
cos la storia vitale dell'acqua  entrata dentro di me. L'acqua
mi d gioia. Temo che un giorno possa uccidermi. La mia vita 
in equilibrio tra la minaccia e la clemenza.
Tutto ci che per me significa casa  un sottoprodotto della
North Fork dello Shoshone. Il fondovalle di Wapiti  una cascata
graduale di rocce levigate dall'acqua. Le sue creste vulcaniche
e casuali rotolano nel fiume, rotolano con il flusso dell'acqua,
reso ogni anno impercettibilmente pi basso e pi
frastagliato dal deflusso delle acque dei temporali e delle nevi
disciolte. Il fiume e i suoi affluenti sostengono i prati e i fiori
selvatici che entro la met dell'estate crescono fino a carezzare
le pance dei cavalli al pascolo. Ci sono gli abeti di Douglas, gli
abeti odorosi, variet di pini, qualche ginepro, qualche pioppo
tremulo e, lungo le rive del fiume, pioppi deltoidi ubriachi
d'acqua. Gli alberi perdono gli aghi, i coni, le foglie, stratificando
il terreno boschivo, ispessendo ulteriormente a ogni stagione
il pacciame di depositi silicei. Allo Shoshone si abbeverano
orsi, alci, pecore di montagna, linci, coyote e puma. Si cibano,
brucano, muoiono e si accoppiano nella foresta selvatica che il
fiume prosciuga. Se la North Fork fosse in qualche modo ritirata,
recisa, come una vena viene strappata dal muscolo, la terra
si seccherebbe, la vita selvatica perirebbe e quella parte di
me che vive senza paura perderebbe vigore. Io mi aggrappo al
rumore dell'acqua per essere coraggioso nel mondo. Mi rivolgo
al rumore dell'acqua per ricordare che Dio non  muto.
C' una fotografia di mia madre, mio fratello e me.  in bianco
e nero. Siamo in piedi sulla North Fork, in equilibrio sui massi
rotondi ai bordi dell'acqua, che alle nostre spalle appare come
una superficie lustra gravemente ammaccata e corrugata. La fotografia
 datata settembre 1963. Io ho undici anni, mio fratello
ne ha appena compiuti dieci, mia madre trentanove. I jeans di
mio fratello hanno il risvolto. Sono nuovi e sono stati acquistati
lunghi, cos far in tempo a consumarli prima che gli diventino
stretti. Siamo tutti vestiti con jeans, stivali da cavallerizzo e camicie
a quadri aperte sul collo.
Sulla riva lontana crescono pini e abeti e una parete montuosa
si alza dolcemente, mostrandosi in macchie di pascoli e formazioni
rocciose. Ci sono isole di pini cadute sotto le ombre
delle nuvole, che appaiono pi scure.
Mio fratello  alla destra di mia madre, io alla sua sinistra.
Con la testa le arriva alla gola, io alle sopracciglia. Nella foto
non si vede, ma abbiamo tutti gli occhi grigio-azzurri. Io ho i
capelli biondi, quasi albini. Quelli di mia madre e di mio fratello
sono quasi neri. Stiamo sorridendo. Mia madre tiene le mani
infilate in tasca.  in piedi con le gambe divaricate. Mio fratello
e io abbiamo il braccio pi vicino a mia madre piegato, le mani,
tenute alte, stringono le estremit di un robusto spago. Lo spago
scende dalle nostre spalle in una curva carica di pesci, davanti
alla cintura di mia madre. Sullo spago sono infilate quindici
trote. Si tratta soprattutto di salmerini di fiume. Alcuni
sono nativi. Le ombre nere e alate delle loro pinne caudali si
proiettano sotto, sulle cosce di mia madre. Pi in basso dei pesci.
Il sole  alto di fronte a noi. Con le mani libere, mio fratello
e io teniamo canne da pesca, di quelle con le mosche artificiali,
canne da pesca che funzionano come parentesi che racchiudono
l'equazione delle variabili che noi tre rappresentiamo. Mia
madre ci ha portato al fiume per incrementare la nostra istruzione.
Non ci  mai passato per la mente di domandarci perch
lei sappia pescare.  nostra madre.  lei che ci insegna come
stare al mondo. Noi guardiamo le sue mani levigate afferrare il
sughero della canna sopra il mulinello. Osserviamo il ritmo delle
sue braccia mentre disegnano archi sul fiume con la lenza.
Seguiamo l'ultima presentazione della lenza e buttiamo fuori il
respiro mentre la mosca si adagia sulla superficie dell'acqua. Se
non fosse nostra madre saremmo storditi dalla sua bellezza. Litigheremmo
per starle vicino. Diventeremmo nervosi al profumo
della sua pelle pulita e riscaldata dal sole. Non avremmo
imparato a pescare.
Le Absarokas si staccano dal fiume bruscamente, la roccia si
frantuma in ghiaia, in lingue sabbiose, le pareti pietrose della
montagna fanno rimbalzare i suoni del fiume in armonie sovrapposte.
 in questo coro che vivono le mie memorie. Sono
un uomo ancorato alle montagne da un coro di acque. Sono
soltanto la memoria di me stesso. Occasionalmente mi staglio
nitido contro il rumore dell'acqua che scende dalla collina.
In primavera viaggiavamo fin dove il fiume ci permetteva di
arrivare. La profondit dell'acqua veniva valutata in base al livello
che raggiungeva sul corpo di un cavallo. Profonda fino al
petto? Profonda fino alla spalla? Una primavera guadai l'Eagle
Creek alla foce, quando ribolliva rumoroso e marrone. Legai
gli stivali e i gambali dietro la sella e convinsi il mio cavallo a
proseguire nella corrente. Mi aspettavo che tutti e due fossimo
costretti a nuotare. Mi rendevo conto che avremmo potuto morire
entrambi. L'acqua m'impregn fino alle cosce. Mio padre
mi aveva detto che se fossimo stati trascinati via avrei dovuto
scivolare indietro, afferrare la coda del cavallo e fidarmi delle
sue capacit di trarre in salvo entrambi. Ma quando fummo in
mezzo alla corrente capii che se fossi andato indietro molto
probabilmente mi sarei attorcigliato e sarei rotolato nei flutti,
come rotolano i tronchi dei pini allorch vengono trascinati
dalle rapide. Ci saremmo lavati nello Shoshone ed esso ci
avrebbe centrifugato a morte sbattendoci sul suo letto irregolare
di rocce prima di affogarci. Ero spaventato, eccitato, eppure
pacatamente consapevole di ogni rumore e sollevamento nell'acqua,
completamente rivitalizzato, al punto di immaginare di
poter prendere fuoco. Per l'intera traversata rimasi in attesa di
incendiarmi e di essere scaraventato gi dal mio cavallo. Quando
guardavo nell'acqua mi aspettavo di vedere me stesso laggi,
rosso, arancione, bianco incandescente, prigioniero della
corrente, sfrigolante sulle rapide: un ragazzo di fuoco sulla cresta
dell'acqua.
Ricordo mia madre negli accampamenti che approntavamo durante
le nostre escursioni a cavallo. La ricordo che ritornava alle
tende dalla sorgente in precario equilibrio, con le braccia cariche
di due secchi pieni d'acqua, i tendini del collo tesi nello
sforzo di reggere i pesanti secchi lontano dalle gambe, sorridente,
il sorriso bianco che risplendeva nel sole. Ciascuno dei
secchi conteneva venti litri d'acqua che pesavano altrettanti
chili. Quaranta chili in tutto. L'erba del pascolo le arrivava alla
cintura. Lei non riusciva a tenere i secchi al di sopra dei fili
d'erba ondeggianti.
Prima di tornare all'accampamento si era bagnata il viso.
Aveva i capelli bagnati. Alcune ciocche folte e castano scure le
si erano appiccicate alle tempie. La sua pelle scura era abbronzata
dal sole estivo. Le gocce d'acqua le imperlavano il viso,
tremolando nel sole con lampi viola, rosa e indaco.
Con l'ultimo briciolo di energia rimasta usciva dall'erba alta,
chinava le spalle, e appoggiava i secchi ai suoi fianchi. Scuoteva
le braccia e rideva. Le sollevava sopra la testa e accennava qualche
passo di danza.
Io m'inginocchiavo insieme a lei vicino ai secchi. Raccoglievamo
le cavallette che ci erano finite dentro saltando dagli steli
e dalle capocchie dei fili d'erba selvatica. Gli specchi rotondi
dei secchi d'acqua proiettavano lampi bianchi sulle nostre facce
ogni volta che ci muovevamo dentro e fuori dal loro fascio.
Io ci affondavo dentro un mestolo e bevevo lasciandomi scorrere
l'acqua sul mento, dentro il colletto della camicia e sopra il
torace.
Mi alzavo e portavo i secchi d'acqua nella tenda. Ammonticchiavo
carichi di legna sotto la stufa. Mi caricavo in spalla un'unica
pastoia legata all'estremit di una corda di canapa di una
decina di metri e ritornavo nell'erba, conficcavo nel terreno un
palo di pino verde e ci legavo il mio cavallo perch ci pascolasse
la notte.
Quando tornavo alla tenda mia madre aveva gi scaldato una
bacinella d'acqua sulla stufa d'acciaio pieghevole. Il flusso di
calore s'ispessiva e brontolava nella canna fumaria. Io mi lavavo
la faccia e le mani, sporche di resina, terra e forfora di cavallo. Lei
mi metteva a pelare patate, affettare cipolle e sbattere la pastella
in una scodella. Lei e mio fratello erano i cuochi. Io il loro aiutante.
Una volta mio fratello entr nella tenda traballando e lamentandosi
come un qualche mostro ferito del cinema. Era stato
nel prato, a pescare sulla riva del torrente. Aveva messo gi la
sua canna e si era messo a caccia di natrici, afferrandole dietro
la testa e giocherellando con la punta delle dita sulle loro bocche
sdentate. Non potevano liberarsi. Le loro mascelle erano
aperte quasi al punto di slogatura. Lui agit le mani verso di
me e rise. Quattro serpenti in una mano. Tre nell'altra. Tutti
flessuosi, sottili, grigioverdi. Nessuno superava i venti centimetri.
Io avevo paura dei serpenti. Arretrai inciampando su un paniere
e caddi, e mi allontanai da lui gattonando.
Mia madre s'inginocchi insieme a lui sotto il telo aperto
della tenda. Aiut i piccoli serpenti a sciogliersi e staccarsi dalle
sue dita. Rimasero sparsi sull'erba. Stava ridendo anche lei.
Adoravo vedere mia madre e mio fratello insieme. Le loro risa
si confondevano come torrenti che s'intrecciano e si gonfiano.
Amo e temo l'acqua in ugual misura. In nessun altro caso ho riscontrato
il medesimo equilibrio nella mia vita. Ho paura dei
serpenti, e non provo sollievo al pensiero di tenerne in mano
uno. Amo il profumo di pino, e non c' nulla del suo odore che
mi metta a disagio. E alberi e serpenti non sono ricorrenti nei
miei sogni. Invece sogno spesso l'acqua e spesso, nei miei sogni,
affogo. Mi risveglio dai miei sogni d'acqua con una sensazione
di benessere, come lievemente intossicato e senza desideri.
Sono sempre sogni attivi, che si dipanano al limitare del
sonno, permettendomi di partecipare nello stato cosciente cos
come in quello incosciente.  un dono dell'acqua. L'acqua mi
ha scelto come accolito. L'acqua mi permette di vivere il mio
destino inevitabile.
Una primavera i proprietari di un lodge a diverse miglia dal
nostro - un uomo e sua moglie - scomparvero. I cavalli fecero
ritorno ai loro recinti senza cavalieri. La valle, dall'ingresso
orientale del parco di Yellowstone fino a Cody, Wyoming, 
lunga solo cinquanta miglia e all'epoca i suoi abitanti non erano
sufficienti a riempire uno di quei piccoli ristoranti a forma
di vagone. Partimmo a coppie e risalimmo i corsi d'acqua superiori
nella speranza di ritrovare la coppia scomparsa. Il secondo
giorno li trovammo. Li trovammo senza vita, imprigionati in
una risacca dello Shoshone.
L'ipotesi pi accreditata fu che i loro cavalli fossero affondati
mentre cercavano di guadare. Magari abbattuti dal tronco di
un albero. Forse il cavallo dell'uomo era caduto e sua moglie si
era tuffata dal suo, si era gettata nel fiume in un tentativo disperato
di soccorrerlo. Non m'interessava il modo in cui il fiume
li aveva presi, ma mi turbava che la loro morte non ne avesse
alterato il flusso. Studiai il tratto di fiume in cui erano
affogati. Non c'erano nuove rapide, le barre di sabbia si gonfiavano
vicino alla sua superficie nello stesso punto in cui si trovavano
la settimana precedente, l'acqua lampeggiava come aveva
sempre lampeggiato: nera, smeraldina, argentea e nei toni delle
mele. Il fiume si misurava con il sole senza timore, come qualsiasi
predatore astuto e poderoso. Soddisfatto. Satollo. Innocente.
Mi domandai se avessero o meno ricevuto il dono di sognare
la loro morte. Pregai che fossero in qualche modo preparati.
Ricordo mia madre troppo occupata per essere annoiata. La ricordo
offesa, insultata, arrabbiata. Raramente la ricordo triste.
Nelle poche occasioni in cui l'avevo vista assorta era seduta nei
pressi dell'acqua.
Una volta la raggiunsi alle spalle nel punto in cui si era seduta
in un'ansa boschiva dello Shoshone. Era sotto il lodge, sotto il
punto in cui il Libby Creek si rovesciava nel fiume. C'era una
lingua di sabbia a mezzaluna che fuoriusciva dall'acqua costringendola
in una pozza profonda contro la riva opposta. Lei non si
accorse della mia presenza. Mi dava la schiena, con le ginocchia
raccolte al petto. L'autunno era appena cominciato. Era una
giornata calda impiastricciata dalle nuvole. Pensai che se la stavo
guardando io, qualunque altra cosa lo poteva fare. Qualunque
altra cosa poteva guardare me. Mi tirai su dall'erba alta fino alle
cosce, mi guardai alle spalle e intorno e tornai a sedermi. Ero
soddisfatto che non fossimo soli, ma che fossimo al sicuro.
La riva pi distante dall'altra parte della pozza si alzava in
una protuberanza di roccia vulcanica. La superficie di quella
roccia era scura, segnata dalle nodosit delle variegate erosioni
delle sue parti inconsistenti: una rupe definita dall'agglomerato
di pietre fuse insieme milioni di anni fa. La sporgenza della rupe
proiettava un'ombra sulla pozza. Il fiume scorreva smeraldino
sotto il sole, nero alla base della rupe. Pensai all'acqua pi
fredda in quel punto. Alle grandi trote allineate contro la corrente,
i loro corpi lisci e maculati che si flettevano pigramente
contro il basso, chiaro, fiume autunnale.
Mia madre allung le gambe e si mise una pigna in grembo.
La spogli lentamente, una scaglia alla volta, lanciandole sulla
superficie dell'acqua. Era seduta sul bordo della lingua di sabbia,
i piedi quasi nell'acqua. Quando ebbe finito di tormentare
il cono pieg di nuovo le gambe appoggiando la testa sulle rotule.
Cinse le ginocchia con le braccia afferrandosi gli avambracci
e rimase immobile. Si dondolava. Il sole le cadeva sulla
curva della spina dorsale. Dovevo osservarla con la massima
concentrazione per accorgermi del suo movimento impercettibile.
Non emetteva alcun suono. Sembrava che fosse sempre
stata l, in bilico, levigata dal fiume, a forma d'uovo; un monumento
liscio contro cui l'acqua alta si divideva. La luce macchiettava
la superficie della pozza, punteggiandola con tocchi
argentei. Le trote si sollevavano, arretravano, rimanevano sospese
nella corrente ombreggiata.
Arretrai lentamente strisciando sul ventre nell'erba alta. Rimasi
in attesa senza emettere suoni e poi mi alzai di colpo cercando
la foresta alle mie spalle, cercando gli occhi che sentivo
mi osservavano. Mi ero alzato troppo rapidamente. Provai una
sensazione di capogiro e mi ritrovai in ginocchio, accecato dalle
vertigini. Il bosco pulsava verde, con ombre di verde pi scuro.
Una quantit sparsa di gobbe cenerine di massi si liber
dall'ombra mentre il vento sollevava e lasciava cadere la distesa
inferiore di rami di pino. Le grandi rocce erano macchiate di licheni,
scavate, coperte di ciuffi e chiazze di muschio diradate
dal tempo. Sembrava stessero tutte lentamente spostandosi
verso il fiume. A osservare.
Il Red Creek rompeva gli argini con una tale violenza che riuscivo
a sentirne il ruggito a un quarto di miglio di distanza. Il
mio cavallo raddrizz le orecchie e aument l'andatura. Pensai
fosse incuriosito dal rumore, ma quando arriv alla riva del fiume
batt con gli zoccoli sul terreno, fece qualche passo e tent
di voltarsi.
Il Red Creek si presentava come un canale irregolare di
schiuma bianca e crepitante. Spronai il cavallo, lo frustai con le
redini, lui sbuff e ci entr, esit e incespic nel corso d'acqua
e infine si blocc. La corrente gli premeva sul fianco, appena
sotto il mio ginocchio, e lui non sollevava la gamba. Fece appello
a tutto il suo coraggio sotto il martellamento rifiutando di
muoversi. Rimase semplicemente l con le gambe divaricate, a
gemere, lenendo le labbra soffici contro la superficie dell'acqua,
le narici dilatate, a inalare gli spruzzi.
Sapevo che si sarebbe indebolito. Sapevo che l'acqua gli
avrebbe anestetizzato le gambe, che lui avrebbe dimenticato la
sua lotta e avrebbe ceduto. Pensai ai miei vicini annegati. Per
un momento immaginai di poter scivolare sulla superficie
schiumosa per essere scaricato pulito su una riva. E poi capivo
che il pensiero mi si stava anestetizzando come le gambe del cavallo,
e mi colse un panico fiero come il corso d'acqua che ci
tratteneva. Maledissi il cavallo. Lo frustai con le redini. Lui non
si mosse. Non ebbe nemmeno un sussulto. Cominciai a dondolarmi
avanti e indietro sulla sella. Non perch ritenessi che la
cosa potesse aiutarci ad attraversare. Non era uno sforzo per
salvare me stesso, ma semplicemente una sorta di contorsione
primitiva, dondolavo perch ero giovane e troppo inesperto
per sapere cosa fare. E poi il cavallo cominci a dondolare con
me. Leggermente. Timidamente. Inizialmente pensai stesse cadendo.
Una volta, due volte, e poi incredibilmente, mentre io
stesso mi spostavo in avanti sul suo garrese lui fece scivolare
uno zoccolo, solo pochi centimetri, ma di nuovo, mentre rotolavo
verso la sua testa, lo fece scivolare. E ancora. Ci mettemmo
quasi mezz'ora ma riusc a pattinare fuori dall'acqua e io a
ritrovarmi tremante sulla riva.
Smontai ritrovandomi piegato sulle ginocchia, mi tirai su aggrappandomi
alle cinghie della sella, slegai il giubbotto di jeans
legato dietro l'arcione posteriore e mi piegai di nuovo sulle ginocchia.
Ero troppo spaventato e debole per restare in piedi.
Mi accovacciai di fianco a lui e gli sfregai le gambe finch non
si allontan da me, guard indietro l'acqua e sbuff. Io risi. Poi
cominciai a piangere. Sapevo che prima o poi, quello stesso
giorno, avrei dovuto guadare nuovamente il fiume in quel punto,
con lo stesso cavallo.
Ricordo mia madre nel suo giardino. Fu dopo che lei e mio padre
vendettero l'Holm Lodge e si trasferirono in una casa
quindici miglia pi in basso lungo il fiume. Su un terreno trasferito
con atto legale. Lei si tenne un acro di giardino di fronte
alla casa, tra il prato e un pascolo irriguo, in pendenza verso
sud, esposto al sole. La Grizzly Ridge si innalzava bruscamente
a ovest. In inverno il sole disegnava un arco basso nel cielo,
proprio davanti alla catena montuosa, e la loro casa e il giardino
prendevano gli ultimi ritagli di luce della sera. D'estate la
catena riceveva il sole pi alto sulla linea dell'orizzonte e nascondeva
la loro casa nell'ombra mentre il tratto di valle che si
estendeva a est continuava a essere riscaldato.
Ricordo che nelle sere d'inizio estate mi sedevo sulla veranda
di mia madre a osservarla mentre curava il giardino. Dietro a
lei, sulla media distanza, la terra scendeva nello Shoshone e ne
usciva ai piedi della parete smottata di una rupe che, sotto il sole,
assumeva contorni secchi e tonalit malva e ocra, proiettando
ombre a forma di lingue nere, lunghe una trentina di metri.
In campo lungo, sull'orizzonte, la Ptarmigan Mountain si staccava
dalle Absarokas pi basse di un buon centinaio di metri,
mostrando i suoi campi innevati nonostante fossimo in pieno
agosto. Mia madre stava in giardino, sorridente, agitando il
braccio in segno di saluto. Io le rispondevo.
La ricordo camminare tra i filari, con le caviglie che sprofondavano
nei solchi che li separavano. Piegata in due. A strappare
le erbacce. A sfoltire la vegetazione in eccesso. A riscaldarsi
al sole. In piedi. A stirarsi per sgranchirsi la schiena. A passarsi
un avambraccio sul sopracciglio. A pulirsi le mani sui fianchi.
Ricordo i solchi riempiti con il flusso metodico dell'irrigazione.
I filari che si scurivano con l'acqua. Le esplosioni verdi intervallate
di broccoli, cavolini di Bruxelles, pomodori, barbabietole
e patate.
La ricordo nell'aria frizzante del mattino. S'infilava una felpa
e gli stivali di gomma neri, procedendo lateralmente tra i solchi,
con l'acqua che le arrivava alle caviglie, e i solchi illuminati
dal primo sole sembravano pieni di liquido argenteo, come se
avessero versato metallo fuso, linea dopo linea, a raffreddarsi
sulla terra.
La ricordo in cucina nell'ultimo mese d'estate prima di una
gelata. Una casa gi calda resa ancora pi calda dalle bacinelle
d'acqua bollente piene di vasetti di conserve. La stanza trasformata
in una sauna.
Trascorrevamo le giornate a scottare i pomodori, a pelarli, a
sgranare i fagioli e sgusciare i piselli. Ricordo gli schiocchi dei
tappi dei vasetti che si raffreddavano e sigillavano. Barattoli da
un litro. Barattoli da mezzo litro. Quando tutti i barattoli erano
pieni e scaffalati nella dispensa, lei prendeva le piantine di pomodoro,
le batteva per togliere la terra dalle radici e le appendeva a
testa in gi alle travicelle del soffitto. Fino a gennaio quelle pianticelle
le fornivano i frutti freschi e rossi di cui aveva bisogno.
In ottobre arrivava il momento di dissotterrare patate, barbabietole,
carote, rape, cipolle. Io spingevo la carriola per lei.
Pulivamo le radici commestibili e le impacchettavamo dentro
scatole con giornali appallottolati o bidoni con il fondo ricoperto
di segatura. Mia madre lavorava per lunghe giornate fino
all'arrivo della neve. Lavorava contro i mesi freddi, d'acqua
ghiacciata e bianca che sarebbe arrivata e rimasta.
Ci sono persone del vento. Stirpi che appartengono alle altitudini,
alle paludi, ai vulcani, ai ghiacciai e ai deserti. Non hanno
bisogno di stare attenti all'acqua come faccio io. Il mondo li tutela
diversamente. C' una differenza negli agi di cui godono e
nei pericoli che corrono.
Ricordo che a febbraio camminavo sul fiume con mia madre.
Camminavamo sotto il lodge, sullo Shoshone. A riva c'era una
rampa malmessa costruita con dei pali. Era l dove la coppia
che gestiva l'Holm Lodge all'inizio del secolo era solita tagliare
i blocchi di ghiaccio, per poi trascinare i cubi chiari e pesanti
fuori dal fiume con punte, ceppi e carrucole, e issarli sulle slitte.
Poi facevano filare la loro squadra attraverso la neve - il
ghiaccio legato con una corda su una slitta trainata da un cavallo- fino alla ghiacciaia costruita all'ombra di una macchia di
pini dietro il lodge. Le pareti della ghiacciaia erano senza finestre,
spesse una ventina di centimetri, riempite di segatura. Il
pavimento era sudicio. Per tutto l'inverno immagazzinavano il
ghiaccio, impilandolo contro il ritorno del sole. In estate ci appendevano
la carne, scaffalavano le verdure e gli ortaggi, piazzavano
il vasellame con dentro latte e burro contro i scivolosi
cubi giganti che si rimpicciolivano con il passare del tempo e
ringraziavano Dio per la variet delle stagioni.
Sul fiume c'erano trenta centimetri di neve. Sotto il manto di
neve il ghiaccio era liscio e spesso e chiaro. Mia madre e io ci
mettevamo le racchette ai piedi, procedendo senza sforzo gi
per il fiume. I tronchi rossicci e spogli dei salici crescevano fitti
lungo le rive, fragili stalagmiti nel freddo, che scricchiolavano
se ci passavamo sopra le mani guantate. L'aria era gelida e lampeggiante,
animata dai cristalli di ghiaccio grandi come mosche
che volteggiavano tutt'attorno. Avevamo le narici completamente
congelate. Le ciglia e le sopracciglia spruzzate di ghiaccio.
Il nostro respiro condensato in sbuffi di nebbia che cadevano
lontano dalle nostre bocche.
Ci fermammo sotto la rampa di pali. Grattammo lo strato di
neve con la rete di pelle non conciata delle nostre racchette fino
a trovare il ghiaccio liscio del fiume. Dentro al ghiaccio si
vedevano le bolle di ossigeno congelate. Potevamo vedere l'acqua
che si muoveva sotto i nostri piedi. Potevamo sentire l'acqua
sussurrare: inverno, inverno, inverno, inverno. Non c'era
vento. Non c'era condensa. Potevamo sentire nell'aria spessa e
immota il battito ritmico delle ali di un corvo che si stava avvicinando,
nonostante fosse duecento metri sopra il fiume. E poi,
a un tratto, ci fu uno schianto secco, inatteso e penetrante come
di uno sparo. Ci fissammo l'un l'altra. Abbassammo lo
sguardo sul ghiaccio. Senza muoverci. Cercavamo fratture, fessure
nella neve. Diventammo cauti come sono cauti i cervi. Sapevamo
che era quello il modo in cui la vita cambia. Senza avvertimenti.
All'improvviso.
Ritornammo sulla neve trascinando i piedi fino alla riva del
fiume e poi seguimmo il corso della corrente, girando intorno a
una piega, controllando i nostri movimenti. Il rumore dell'acqua
era pi forte. Ci domandavamo se fossero la curiosit e la paura
ad affinare il nostro udito. Andammo verso il rumore e ci
fermammo ad ascoltare, quindi ci muovemmo di nuovo.
Trovammo il punto in cui una piccola sorgente si rovesciava nel
fiume tenendolo aperto vicino alla riva. La neve e il ghiaccio si
assottigliavano fino a un semicerchio dentellato di fiume aperto e
veloce. L'acqua era quasi nera e fumante. Di fianco alla sorgente
c'erano uno scivolo e la tana di un castoro costruita sulla sponda.
Lo Shoshone  troppo largo perch i roditori vi possano costruire
una diga, e i castori che non frequentano i ruscelli affluenti
edificano le loro case in alto, contro le sponde. Sulla superficie
gelata del loro scivolo c'era un ciuffo di peli marroni ghiacciati.
Mia madre cominci a ridere. Ci rendemmo conto nel medesimo
istante che il rumore che avevamo udito era lo schiaffo sull'acqua
dato con la coda da un castoro che si tuffava. Lei non riusciva a
smettere. La sua risata si vaporizz, si congel e cadde nel fiume,
infine venne trasportata sotto il ghiaccio, custodita l sotto con
maggior cura, per un tempo pi lungo di quanto ci avrebbero
permesso i nostri ricordi di quella mattina.
Quindici anni dopo mi ritrovo su questo stesso fiume con un
paio di sci ai piedi mentre attraverso la campagna e i boschi scivolando
sullo strato di neve di trenta centimetri sostenuto dal
ghiaccio. Sono diventato un uomo. Ho un bungalow sull'Half
Mile Creek. Trovo una piccola sorgente sulla sponda che scalda
l'acqua che picchia contro la lastra di ghiaccio, e penso a mia
madre.
Salgo con passo a scala i sei metri di sponda ripida a fianco
della sorgente. Lo scivolo dei castori non c' pi. Arrivato in
cima faccio qualche passo e mi piazzo su una cornice per godermi
una vista migliore, la mensola rocciosa si spezza e io faccio un
volo di sei metri, finisco nel pozzo d'acqua aperta e sotto il ghiaccio.
Mi ferisco il polso con la striscia di cuoio della sua impugnatura.
Resto imprigionato nel flusso e nel risucchio del fiume, la
faccia rivolta all'ins, il naso pressato contro la parte sottostante
dello strato di ghiaccio. L'acqua  veloce e forte. Non mi faccio
prendere dal panico. Per un istante rimango immobile ad ascoltare.
Ho come l'impressione di sentire la risata di mia madre.
Mi occorrono solo pochi minuti per raggiungere con la mano
libera gli sci, sganciarli e rimetterli sulla neve. Solo pochi altri
istanti per uscire io stesso dall'acqua. Conservo la calma e sono
davvero fortunato. Ci sono trenta gradi sotto zero, i miei vestiti si
gelano immediatamente e mi tengo vicino alla pelle il calore del
mio corpo. Riaggancio gli sci e raggiungo in un batter d'occhio il
mio bungalow. Non ho nemmeno patito il freddo.
Mentre sono immerso in una vasca d'acqua calda dico a mia
moglie che ha sposato un uomo imprudente, certamente stupido.
Lei sorride ed esce dal bagno per andare a preparare un t.
Io mi lascio andare ancora pi gi nella vasca e lo sento di nuovo:
un rumore leggero, liquido, da ragazza, e mi arriva l'inconsolabile
gioia di vivere di mia madre.
Quando ho trentasei anni mia madre divorzia da mio padre.
Non  una sorpresa. Lei ha sessantaquattro anni. Mio padre si
trasferisce a Las Vegas. Mia madre deve sottoporsi a un intervento
chirurgico per la sostituzione dell'anca. Compra una casa
a Cody e mi chiede di darle una mano a traslocare.
 convinta che potrebbe piacerle la possibilit, una volta
nella vita, di telefonare e ordinare una pizza e vedersela consegnare
sulla porta di casa. Questo  quel che dice.
Tra la montagna di rifiuti che ho tirato su dalla sua cantina e
che ha richiesto dodici viaggi alla discarica con il pick-up ci sono
un frigorifero e un asciugabiancheria pieno di tagli di moquette.
Sono di almeno venti colori e venti diverse lunghezze di
fibre. I pezzi vanno dai trapezi di dieci per venti centimetri alle
strisce lunghe da cinque centimetri a quattro metri. Mia madre
 sulla veranda, incuneata tra le sue stampelle, e mi prega di
non buttare via le sue cose. Ma questa  la terza volta che l'aiuto
a traslocare. Ci sono centinaia di bricchi per il latte da un litro
che ha messo da parte in previsione di un attacco nucleare.
Sono legati a gruppi di dieci come grossi grappoli di plastica
trasparenti. Ha in mente di riempirli d'acqua incontaminata.
C' un congelatore con il motore bruciato che conserva come
dispensa. Cassettiere che ha comprato a metri, che hanno solo
bisogno di farsi costruire intorno un mobile.
Non posso credere che tu voglia portarti dietro questi pezzi
di moquette le dico. Lo dico da una distanza di sicurezza.
Se non li volessi non li avrei tenuti in cantina. Non ce li
hanno certo messi gli extraterrestri.
Cosa pensi di farne? Ho il pi grosso dei due elettrodomestici
caricato sulle spalle e sto cercando di farlo scivolare sul
cassone del camion.
Tenerli.
Per quale ragione?
Mi lancia un'occhiata con la quale esprime tutta la sua amarezza
per aver allevato uno sprecone. Se arrivassero brutti
tempi potrei cucirli insieme e fare un grande tappeto.
La casa nuova ha la moquette sui pavimenti e sulle pareti
le dico. Ho sistemato l'elettrodomestico sul camion. Chiudo la
ribalta.
Non tutte le case sono cos. Avr pure dei vicini.
Non li conosci i tuoi vicini dico. E i bricchi del latte?
Per l'acqua di sorgente dice. Sorride. Non penserai mica
che sia disposta a bere l'acqua che esce dal rubinetto in citt,
vero? Si avvicina alla ringhiera della veranda. Vero? mi ripete.
Carico i bricchi del latte piazzandoli sopra i tagli di moquette
e porto tutto nel suo nuovo garage.
Quella stessa primavera anche mia moglie e io ci separiamo. Il
divorzio arriva un anno dopo. Abbiamo trascorso gran parte
della nostra vita adulta insieme e il divorzio  un passo che ci
lascia come trottole. Vendiamo il nostro bungalow sull'Half
Mile Creek e abbandoniamo la valle di Wapiti.
Lei va nell'Idaho. Io non sono abbastanza coraggioso per
cambiare Stato. Trasloco in una citt a cinquanta miglia verso
est, via dalle montagne e sulla prateria del Bighorn Basin. Trasloco
in un posto chiamato Powell.
Sullo Shoshone, a ovest di Cody e dove la terra si estende a est,
hanno costruito una diga, il corso del fiume  stato indirizzato
verso i terreni coltivati. La propriet che costeggia il fiume e i
canali d'irrigazione che curvano allontanandosi dal fiume per
poi tornarci, conferendo alla terra un colore verde innaturale -
almeno per parte dell'anno - sostengono campi di barbabietole,
orzo e diverse variet di fagioli. Powell  una comunit agricola.
Lontano dalle terre irrigue c' soltanto l'altipiano desertico.
Dall'aria la terra rotola marrone e grigia, gi dalle alture delle
Absarokas e Beartooth Mountains vaga tra gli arbusti di salvia,
bruschino, cactus, tutti finiti sotto le brutali raffiche di vento.
La nuova casa di mia madre a Cody si trova a met strada tra
quella che ha venduto sulla North Fork e il mio appartamento
di Powell. Riesco ad andare spesso a trovarla. Di tanto in tanto
mangiamo un boccone insieme. La porto fuori a mangiare. Ma
non andiamo mai a pescare. Non camminiamo lungo il fiume.
Non siamo mai stati sorpresi insieme dalla pioggia.
Un giorno mi trovo da lei a prendere un caff. Siamo seduti
al tavolo della sua cucina. Lei ricorda un autunno quando tutti
gli uomini erano fuori al campo di caccia ed era rimasta sola al
lodge. Era uscita nel mattino e aveva trovato l'aria cos satura
di fumo che allontanatasi di soli sei metri dal suo bungalow
non riusciva pi a vederlo. Ellissi di cenere lunghe come fiammiferi
di legno piroettavano nell'aria ispessita dal fumo e coprivano
il terreno, raggiungendo in alcuni punti diversi centimetri
di altezza. La cenere si sparpagliava al suo passaggio. Ritorn al
bungalow procedendo a tentoni, bagn un asciugamano nel lavandino,
se lo avvolse intorno alla testa e part in perlustrazione
dei vari bungalow, tastandone le pareti, certa che suo marito e i
suoi figli al ritorno avrebbero trovato un canale carbonizzato e
distrutto dalle fiamme. Le lacrimavano e bruciavano gli occhi.
Il naso e la gola erano secchi.
Quando raggiunse il lodge si mise le mani a coppa sulle tempie
per cercare di vedere all'interno attraverso le finestre. Appoggi
i palmi delle mani contro le porte. Quando entr trov
l'aria fresca e limpida. Ricontroll ogni singolo bungalow. Corse
al fienile e poi alla selleria. Era sicura che sarebbe rimasta ad
aspettare all'ombra delle rovine, e rimase confusa nel non trovare
la minima traccia di fuoco.
Un'ora pi tardi sopraggiunse il ranger del distretto che le
comunic che si era sviluppato un incendio due torrenti controvento.
Cinquecento acri di foresta erano andati in fumo.
Disse che l'incendio era sotto controllo. Disse che la radio
quella sera aveva previsto un fronte: venti, e neve bagnata. Mia
madre abbracci l'uomo e rimase nella luce diffusa dai suoi
anabbaglianti in una posizione di ringraziamento. Sorrideva attraverso
un lembo penzolante dell'asciugamano bagnato. Disse
ad alta voce che si sentiva fortunata.
Chiedo a mia madre se le manca il suono del Libby Creek. Lei
dice che quando il suo livello si alzava temeva che potesse uscire
dagli argini e trascinare nel fiume tutto quello che le era caro, e
che il fiume potesse gonfiarsi e spargere la sua vita lungo il corso,
per miglia, nel bosco, nella campagna che non conosceva.
Le dico che sogno l'acqua, quasi ogni notte. Lei dice che le
manca la verzura che porta l'acqua, che trascorre i momenti
quieti dell'inverno a pensare alle foglie nuove. Versa a entrambi
una seconda tazza di caff. Mi dice che anche lei sogna l'acqua,
ma ogni tanto, tre o quattro volte all'anno. Dice che  abbastanza:
che il rumore dell'acqua  nei suoi sogni.
Powell ha cinquemila abitanti ed  industriosa come lo sono le
isole, confinata nella sua striscia alluvionale di agricoltura, nella
sua linea costiera verde costeggiata su tutti i lati da fitte macchie
di salvia, rupi di bentonite, vene martoriate di arenaria.
Non ho pi cavalli da tempo e non mi sono mai abituato a vivere
in una citt, indipendentemente dalle sue dimensioni. Mi
sento intrappolato, piuttosto confuso, fuori dal mio elemento.
Sono stato sposato per tutti i miei trentanni, e gran parte dei
venti. Mi manca l'acqua selvaggia.
La citt  costruita lungo un canale d'irrigazione e le sue terre
coltivabili sono circondate da reti infinite di fossati, l'acqua
viene forzata a passare attraverso le paratoie, sospinta nei campi
e di nuovo canalizzata e drenata.  un paesaggio d'acqua addomesticata.
Quando ero un ragazzino i miei genitori attraversavano con
l'automobile questa parte del bacino ogni volta che decidevano
di portare la famiglia nel Montana. La terra non mi sembrava
mai reale. Pi simile a una qualche prigione desolata. E la terra
coltivata era come qualche grasso idiota ordinario, incatenato
al fiume.
Vado a spasso per le strade. Parlo con gli amici che mi sono
fatto, ma non ascolto la nostra conversazione. Non sono del
tutto convinto di vivere la mia vita. Ho come la sensazione di
muovermi in un intervallo di tempo tra quel che ho fatto e quel
che un giorno far. Penso che se fossi riuscito a individuare un
altro posto dove andare ci sarei andato, ma non sono disposto
ad andare troppo lontano dal mio passato.
Questo  quel che non so. Questo  il luogo in cui l'acqua 
uscita dalla mia memoria e dalla mia immaginazione. Questo 
il punto in cui entra nel mare e si placa, e diventa salata come i
nostri corpi vivi.
Non so che dopo vent'anni in Florida, nel giro di cinque anni,
mio fratello torner nel Wyoming. Mi dir che  intenzionato
a cambiare vita. Intende ritornare nel posto in cui  cresciuto.
Dir che gli manca l'aria asciutta e tagliente dell'autunno.
Le montagne. Controller se ci sono buchi nei suoi stivaloni di
gomma. Arrotoler una nuova lenza e delle bave sui suoi rocchetti
con la mosca. Parler delle grandi trote che lo hanno
aspettato, resistendo pazientemente all'acqua chiara e veloce
dello Shoshone. Andr a stare provvisoriamente da mia madre
fino a quando non trover un posto da affittare.
Non so che a lei sar diagnosticato un enfisema. La sentir
ansimare. Tossire. La vedr stancarsi facilmente. Ma non so
che i suoi polmoni diverranno fradici per la malattia, come se
fossero due secchi di membrana che si porta dietro, mezzi pieni
d'acqua malsana. Che avr bisogno di ossigeno supplementare.
Che una macchina che produce quell'ossigeno verr piazzata
in casa sua con dodici metri di tubo trasparente. Che lei
sar attaccata a un'estremit di quel tubo, che le fisseranno intorno
alle orecchie gli occhielli di una cannula nasale e che sar
costretta ad aspettare la morte reclusa in casa. Non so che non
sar pi in grado di raggiungere la sua cassetta della posta, la
sua macchina, di camminare sotto il sole.
I medici ci diranno che l'enfisema  un soffocamento graduale.
Ci diranno che il corpo di nostra madre gallegger sulla superficie
della propria morte molto pi a lungo di quanto lei non
voglia. Ci diranno che ci sono modi migliori per andarsene.
Non so che quando mia madre sar sola con mio fratello e
me ci dir che non vuole un funerale. Ci dir che  contraria alla
celebrazione della morte, che ha sempre guardato con sospetto
le cerimonie.
Il mio primo inverno a Powell  dedicato al trasloco. Ho affittato
un appartamento in una strada residenziale, l'arteria principale 
a un solo isolato di distanza. Cerco di abituarmi ai rumori del
traffico, all'abbaiare dei cani dei vicini, al bisbiglio monocorde
degli apparecchi televisivi degli altri inquilini. Soffro di claustrofobia
e mi sento vagamente disperato. Mi sento sommerso.
Ogni giorno mi spingo con la macchina a nord per una decina
di miglia fino a un punto dove posso camminare per ore e
guardare verso le montagne. Di tanto in tanto trovo dei fossili e
li stringo nella mano finch non mi lasciano impronte sui palmi.
Mi ci riempio le tasche, portando con me la prova dell'acqua
antica, camminando di proposito, per cercare di ascoltare
le memorie dell'acqua. Ma la terra non sembra completamente
viva. Si offre onestamente come un paesaggio abbandonato.
Qualcosa su cui un tempo riposava un oceano. Adesso indifesa.
Mi sorprender vedere che  mio fratello che si prende cura di
nostra madre, ma mi sar facile pensarli insieme. Scoprir di
aver sempre pensato a loro due come a una cosa sola. Lui  il figlio
che si sente responsabile, che si sente davvero prodotto dai
nostri passati. Io sono il figlio che sente che avrebbe dovuto
migliorare le nostre vite.
Prendo fotografie di mio fratello e di mia madre che ho conservato.
Le sistemo una di fianco all'altra sulla mia scrivania. La
loro pelle brilla scura sulla carta lucida, i loro capelli sono quasi
neri, i loro corpi sottili, spigolosi, aggraziati. Black Irish, irlandesi
scuri. Ricordo storie al di l della loro comune rassomiglianza
e il comfort che condividono.
Quando mio fratello gestiva un bar in Florida una sera port
due ubriachi litigiosi sul retro, fuori, a raffreddare le loro divergenze.
Li teneva per il colletto. Si era piazzato tra i due. Li teneva
separati. Ragionava insieme a loro. Mi raccont che il loro rancore
puzzava di birra rovesciata, di fumo stagnante e violenza.
Sent un autobus cittadino mollare i freni e per un istante distolse
lo sguardo dai due uomini. Vide nostra madre sul marciapiede,
l dove era appena stato l'autobus. Lei disse: Sta' indietro,
Rick. Levati. E lui obbed. Si allontan di qualche
passo dai due uomini e quando abbass lo sguardo vide che
uno impugnava il coltello e lo agitava verso l'altro come elemento
di persuasione. Quel coltello sarebbe finito nel fianco di
mio fratello. Se mia madre non lo avesse amato, totalmente, al
di l del semplice ricordo del suo bambino pi scuro, sarebbe
rimasto accoltellato in un parcheggio dietro un bar di Saint Petersburg,
Florida.
Quando mio fratello guard di nuovo verso il marciapiede
l'immagine di mia madre era svanita. La chiam il mattino seguente
e le raccont la storia. Lei era nel Wyoming. Disse che
non ricordava cos'avesse fatto il giorno prima, ma che non si
stupiva che le premure che aveva per lui avessero viaggiato a
sud, e parlato.
A mo' di spiegazione mia madre disse semplicemente che viviamo
su un pianeta d'acqua. Che tutti i corsi d'acqua finiscono
in un unico pi grande. E poi lei e mio fratello risero.
Durante la mia seconda primavera a Powell trovo un'antilocapra
appena nata. Sobbalzo. Sono spaventato. Sto camminando
su un promontorio dell'arida prateria a nord della citt.  la seconda
volta in vita mia che incappo in un animale selvatico appena
nato. Non avrei mai pensato che in un posto cos brullo si
potesse trovare altro, oltre a serpenti a sonagli, cani della prateria
e alle ombre dei predatori. Ho visto tracce di coyote, volpi,
antilocapre e tassi. La temperatura sale all'esterno e la stessa
cosa succede nelle tane dei serpenti. Non  raro vedere due o
tre serpenti a sonagli su un sentiero di otto miglia e rintracciare
ovunque la grafia preistorica delle impronte delle lucertole. Il
promontorio  un luogo ideale per lucertole e serpenti.
Il cerbiatto si contorce nella vischiosa placenta della madre,
luccicante, come intrappolato in una rete di macrocistidi. La
madre gira in tondo nervosamente, belando un allarme: un verso
che imita il penetrante, acuto brontolio emesso dai succiacapre
americani quando spiegano le loro ali per interrompere le
picchiate in cui si lanciano quando sono alla ricerca di cibo. Mi
piego ancora un po' fino ad accovacciarmi e sorrido. Il neonato
assomiglia a un grande criceto giallo-marrone. Le zampe anteriori
sono strette intorno alla testa, quelle posteriori vengono
agitate per aria in una goffa danza. Gli occhi sporgenti sono
scuri e innocenti. Ma  una creatura vaporosa e morbida e la
sua vista mi rende immensamente felice. Mi allontano rapidamente
e mi siedo su una leggera salita, a una certa distanza, finch
non mi sento soddisfatto nel vedere la madre che torna a
nutrire il suo piccolo. Qualcosa dentro di me  andato a posto.
Non tutte le donne anziane muoiono soffrendo. Non tutte le
donne sono costrette a letto e, dopo essere state perfettamente
in grado di coprire i quattro metri necessari per recarsi in bagno
da sole, si ritrovano capaci soltanto di raddrizzarsi in qualche
modo e spostare le anche sopra un vaso da notte.
Sar difficile credere che si tratti di una scelta della sua anima.
Sar difficile credere, allora, mentre sta morendo male, che
la sua anima sia grata dell'opportunit di comprendere la propria
lunga storia di sofferenza.
Ma questa  una cosa che sfiorer la mia mente. Mi aggrapper
al pensiero che il dolore sia la scelta della sua anima, che
sia un dono. Mi rifiuter di considerare l'universo come casuale.
La mia fiducia nel karma si gonfier ma poi la vedr mordere
l'aria, aspirare nel tubo dell'ossigeno, e sar sicuro che nessuna
madre merita di morire in quel modo. La mia mente
turbiner e si affloscer. Sembrer un caso che qualcuno di noi
possa rammentare momenti, anche imprecisi, di ottimismo.
Ululer. E grider a Dio.
Mi seder accanto a lei di notte. Le luci saranno spente. Lei
sar nel suo letto. Sempre nel suo letto. Le luci della strada lanceranno
nella stanza toni ombreggiati di grigio e di nero. La
sua carne apparir livida. Il suo respiro sar irregolare e lacerato.
Penser: Sono qui. Lei  qui.  mia madre. Per un istante
non star ad aspettare la sua morte. Per un momento immaginer
che siamo entrambi morti, ascesi in paradiso.
Terr la mano sulla sua spalla. L'umido rantolo del suo petto
risalir lungo il mio braccio, dentro il mio petto. Penser: Siamo
qui. Questo  il paradiso. Lo dir ad alta voce, con dolcezza,
chiedendomi se lei riesca a sentirmi nel sonno: Qui, se non
in paradiso.
Nel corso della mia seconda estate a Powell comincio un po' ad
abituarmi alla citt e smetto di andarmene con la macchina in
cerca di solitudine. Faccio le mie passeggiate quotidiane lungo
le strade che dividono in miglia quadrate i campi coltivati.
Cammino tutti i giorni. Non penso se la mia vita si sia messa
male, o bene. Saluto con il braccio gli agricoltori nei campi. Mi
abbasso e schivo gli attacchi dei merli con le ali nere. Stanno
appollaiati sui fili del telefono, chiacchierano e si avventurano
sulle teste di quanti passano vicino ai loro nidi.
Nel periodo del raccolto autunnale lancio le barbabietole
che raccolgo sulle strade di macadam. Alcune rotolano gi dai
camion che le trasportano alle stazioni di pesa. Imparo a memoria
i nomi delle cassette della posta. C' la moglie di un agricoltore
che tiene dei bassotti. Quando passo davanti alla sua
fattoria un branco di quei piccoli cani mi corre dietro, abbaiando,
minacciando di mordermi nei punti alla loro portata. Li
penso simpaticamente come delle donnole ritardate e sorrido
alla donna che si precipita fuori di casa, sbuffando e agitando
una scopa sulla testa di quella mezza dozzina di salsicciotti
schiamazzanti.
Ci saranno giorni in cui non sar possibile fare a meno dell'aerosol.
In quei giorni senza l'aerosol lei morirebbe. Lei lo chiama
il suo calumet della pace. Lo carica con un farmaco liquido
che le dilata i bronchi e lo accende. Mentre inala la sua nebbiolina
l'aggeggio ronza. Lei fuma il suo calumet della pace ogni
quattro ore. Certi giorni  dura aspettare tanto ma, se lo usa
troppo spesso, il farmaco la fa sudare, tremare e raggomitolare
su s stessa e immagino che soffra una serie di colpi: la sua corrente
lampeggia nella morte, abbandonando il corpo al semplice
sussurro del dolore.
Sar con lei nei giorni in cui assumer la nebbiolina dilatante.
Mi seder sul bordo del letto, appoggiato alla parte posteriore
delle sue cosce, dove le gambe si curvano. Le passer il
massaggiatore sui fianchi, sulla schiena, sulle spalle, e le mentir,
le sussurrer che il dolore non durer. Lei pianger. Una
parte di me andr nel panico e digrigner i denti contro la paura.
Ricorder che mia madre  una donna forte. Ricorder che
l'ho vista piangere solo una volta prima, quando ero molto piccolo
e lei si sentiva perduta, prossima al divorzio, preoccupata
di non potersi prendere cura di me e mio fratello, soli nel mondo.
I suoi singhiozzi proseguiranno pi a lungo di quanto avrei
mai potuto immaginare. Lei pianger e pregher Dio di prenderla
con s. Si sentir inesorabilmente sola al mondo, abbandonata
nella propria miseria. Non sar abbastanza forte da assorbire
tutto intero il demone del suo patimento. Ci prover,
ed esso mi respinger, ritorner da lei, e ringhier come ringhia
un cane cattivo per proteggere la propria padrona. Il mio amore
per lei non sembrer abbastanza.
Per tutto quell'inverno passeggio lontano dalla mia nuova casa.
Temperatura, vento, neve, non fanno differenza. In gennaio il
respiro mi si congela cos spesso nella barba che i baffi si gelano
fino ai peli che ho sul mento. Quando mi lacrimano gli occhi,
le gocce si cristallizzano sulle guance.
Ogni giorno mantengo per miglia il mio rituale di movimento
attraverso la terra. Ed  soltanto quello, movimento. Non cerco
di trasformarlo in esercizio o meditazione. Non sono pi tanto
deluso da Powell. Sto solo studiando un nuovo Paese. Avvicinandolo.
Attraversandolo. Di tanto in tanto controllo che le montagne
si staglino ancora stabilmente contro l'orizzonte.
A volte parlo. Rifletto su argomenti che mi richiamano un
interesse o un'irritazione momentanei. Non serbo rancori. In
genere cammino e basta, prendendo nota di dove cammino, e
di tanto in tanto, parlo. Ci sono giorni in cui recito la lista della
spesa, le parole di canzoni popolari, frammenti di storie, poesie,
un catalogo dei miei rimpianti. Il suono della mia voce mi
conforta.
Non riuscir a capire cosa dir. Lei sputer le sue frasi a frammenti
tra gli accessi di tosse. La tosse le far salire in bocca catarro
dal colore fruttato o muco grigio. Io mi scuser. Rimarr
in piedi in un'altra stanza e tremer di rabbia. Immaginer di
tornare da lei, per scuoterla fino a farla smettere. Avr voglia di
chiederle perch non abbia smesso di fumare subito dopo la
prima diagnosi. Perch non smetta adesso. E mi render conto
che il giudizio uccide l'anima con maggior efficacia rispetto a
quanto non facciano le sigarette con il corpo. Sentir la mia
anima contrarsi. Sapr che il giudizio macchia lo spirito come
catrame e resina macchiano i polmoni.
Andr da lei. La cinger con le braccia. I suoi occhi mi diranno
che le spiace che io veda quanto le sta accadendo. Le sue
mani saranno ridotte a pelle e ossa e vene, ne poser una sulla
mia e la stringer perch io sono il bambino pi grande e mi
vuole bene, e perch ha pensato di pregare che io possa morire
semplicemente, rapidamente, quando arriver il mio turno. Mi
dir che nella sua vita dedicata alle preghiere, non pensava che
avrebbe mai potuto invocare la mia morte. Chiner il capo. E
pregher ancora.
Su una strada particolare verso ovest, alla sua sommit, dove di
solito facevo dietrofront e cominciavo a tornare verso la citt,
c' un canale d'irrigazione, profondo. Diventa una stazione intermedia.
Un posto per scomparire un istante e far riposare le
gambe. Scivolo sul fondo per fuggire al livello superficiale della
terra. Per tutto l'inverno il canale  stato asciutto e macchiato
dall'erba marrone dell'ultima estate. I suoi fianchi sono resi scivolosi
dalla paglia e dalle erbacce.
Durante una passeggiata all'inizio della primavera, raggiungo
questo posto tranquillo e lo trovo annerito. Ci sono pietre
sparse, pezzi di legno carbonizzati, lattine di birra e i suoi fianchi
sono nudi. Scendo come un tempo nel suo letto picchiando
con i tacchi degli stivali sul terreno.  di nuovo, semplicemente,
primavera, e non fa ancora caldo. Questa prateria irrigua 
caduta distante dalle montagne, ma  ancora un posto d'altura
e le stagioni cambiano brutalmente; la sovrapposizione  minima.
Domani potrebbe nevicare e l'umidit sarebbe solo la benvenuta.
Gli uccelli canterini che arrivano presto possono trascorrere
diverse settimane a spostarsi da una zampa congelata
all'altra, eppure, nel giro di poche settimane questo canale si
riempir con l'acqua necessaria ai campi.
Il fossato  stato incendiato per prepararlo al passaggio
dell'acqua. Gli agricoltori bruciano sterpi ed erba secca, percorrendo
i loro sistemi d'irrigazione muniti di torce a gas propano,
guardando costantemente a ovest, annusando l'aria per il vento.
L'incendio  una procedura che migliora il flusso dell'acqua,
stratifica il terreno con il carbone e riduce il rischio di
intasamento dei canali nei passaggi coperti. Per gli agricoltori  una buona
pratica. Non la  per topi muschiati, fagiani e volpi. I fossati sono
la loro casa, ma ci allevano solo i loro piccoli e non possono
frequentare i mercati migliori per l'orzo e le barbabietole.
Rimarr meravigliato dalla tranquilla pazienza di mio fratello.
Un giorno dopo l'altro, senza eccezioni. La morte di nostra madre
diventer la sua occupazione. Ci saranno notti di orrore
delle quali non mi riferir nulla. Io mi risposer. La cura di mia
madre sar solamente un lavoro part-time per mia moglie e me.
Andremo a trovarla per fare una partita a Scarabeo o a carte.
Prepareremo cene speciali. Ascolteremo i suoi piccoli desideri.
Soddisferemo quei desideri. Puliremo le grondaie. Rastrelleremo
il cortile. Poteremo i cespugli. Laveremo i piatti. Faremo
avanti e indietro dalla farmacia.
Organizzeremo una o due volte all'anno in cui porteremo
mia madre in carrozzella sul marciapiede e la faremo salire sulla
nostra automobile. Saranno i suoi giorni migliori. Sistemeremo
in piedi, sul sedile posteriore, una bombola di ossigeno dove
i tubi possono allungarsi senza interrompere la corsa verso i
suoi polmoni. Guider attraverso i nuovi quartieri. Superer
una vecchia casa. Osserver la faccia di mia madre che si irrigidisce
contro il bagliore del giorno. Lei far commenti su come
siano cambiate le cose fuori dalla penombra della sua camera
da letto. Mi domander se la cosa la rattristi. Guarder la citt
in modo meno scontato di quanto non avessi mai fatto prima.
Una volta la porter dieci miglia fuori dall'abitato, nella casa
che abbiamo affittato in campagna. La porteremo in carrozzella
da una stanza all'altra. Lei ci chieder dei nostri computer.
Ci chieder quanto paghiamo di riscaldamento in inverno.
La lasceremo seduta sulla carrozzella accanto alle finestre
esposte a sud. Mangeremo uno spuntino. Quando una bombola
di ossigeno si svuoter la sostituiremo. Andremo a prenderle
l'inalatore.  tranquillo qui dir lei. Chiss che rumore farebbero
i bambini su queste piastrelle dir. Non sapremo se
avrebbe trovato lo scalpiccio dei bambini fastidioso o confortante.
Noi non ne abbiamo. Penser che se li avessimo avuti,
avrebbero perso la nonna da piccoli; l'avrebbero conosciuta
solo grazie ai racconti dei suoi figli.
Oltre che un luogo dove riposare, il canale d'irrigazione  un
buon posto per pisciare. La terra  piatta e senz'alberi per acri,
per miglia, e immagino che i miei vicini si possano godere un
panorama migliore del mio. Guardo a destra e a sinistra poi,
aiutandomi con i tacchi, scendo nel fondo del fossato ed espleto
le mie funzioni corporali il pi rapidamente possibile. Mi
seccherebbe essere colto in flagrante dagli agricoltori proprietari
della terra. Mi rendo conto che l'immagine di un uomo con
il pene in mano, in equilibrio precario sulla sponda di un canale
d'irrigazione, non  il genere di cosa su cui vivano i giornali
di provincia. La pura e semplice verit  che sono insulare per
natura, che per me  assolutamente naturale entrare in un fossato
per pisciare, che mi sento spesso esposto.
Rimango sul fondo del fossato pi a lungo di quanto avrei
bisogno, per ripararmi dal vento. Lo trovo un posto tranquillo
per guardare le nuvole che sfilano nel cielo. L'orizzonte  pi in
alto e fuori dalla vista, e io sono solo con le nuvole, sovrastato
dalla loro immensit, anonimo, cos come invisibile.
Quando ci assicuriamo l'aiuto delle infermiere dell'ospizio
penso che non pu durare ancora molto. Imparer che i malati
di enfisema non vengono mandati in ospizio fino a quando i
medici non stabiliscono che l'aspettativa di vita non supera i sei
mesi. Il venticinque per cento di capacit polmonare sar il segnale.
Solo l'estate scorsa, quattro mesi fa, eravamo gi sotto il
trentasette per cento.
Una delle infermiere pi gentili le dir che probabilmente se
ne andr nel sonno. Non sar durante uno degli attacchi, soffocata
dai suoi stessi liquidi. Nel sonno. Mia madre mi far sapere
di esserne sollevata. Mi chieder di non addolorarmi. Penser
lei ai soldi. Mi chieder di telefonare in giro, di verificare
se mio fratello e io potremo portare il suo corpo su tra le montagne
e dargli semplicemente fuoco. L'idea della pira le illuminer
lo sguardo. Le dir che non sono certo di poter portare
una quantit di carburante sufficiente per fare quel lavoro. Lei
far un cenno con il capo e poi sorrider.  da lei che ho ereditato
il mio macabro concetto di ironia. Rideremo, poi il dolore
crescer e interromper le sue risate.
Mi seder sul letto al suo fianco. Le batter con il palmo della
mano sulla schiena per aiutarla a espettorare. Lei si piegher
per sputare nel piccolo secchio che si tiene vicino alla testiera
del letto. Le porter un bicchiere di acqua fresca.
Quel pomeriggio mia moglie e io compreremo un piccolo
frigorifero da metterle in camera. Andremo a casa sua con il regalo.La troveremo addormentata su un fianco, con la mano serrata
intorno a una colonna del letto. Sar il suo modo di dormire
- appesa al letto - come se cercasse di rimanere aggrappata al
mondo. Penser al suo corpo rinchiuso in una scatola. Penser
alla scatola incenerita dalle fiamme. Questo  quel che penser.
Quando entro di nuovo nel fossato bruciato  una giornata primaverile
con il cielo terso. Mi calo gi facendo attenzione.
Scendo da una sorta di gradino per trovare una superficie piana,
mi fermo a guardare di fianco a me e vedo un serpente.
Sporge di trenta centimetri circa dal suo riparo invernale, 
senza vita e attorcigliato intorno a un piccolo pezzo di ramo
bruciato.  evidente che non  in grado di nuocere e che non
ho motivo di spostarmi. Penso a come il suo sangue freddo sia
stato portato a temperatura di ebollizione mentre il fuoco dell'agricoltore
lo svegliava. Mi immagino il suo vano arrotolarsi
nella tana, alla ricerca di una via di fuga da una morte tra le
fiamme, cotto.  ricoperto da un sottile strato di cenere, come i
miei stivali, e un brivido mi percorre al pensiero della sua fine
tormentata. Lo spingo leggermente con la punta di uno stivale.
Non si piega n si attorciglia. Mi eccita anche se so che  morto.
Vorrei trasmettergli la confortevole temperatura del mio
corpo, il mio calore costante.  solo il desiderio di un bambino,
e vigliacco. Quando non sono in grado di pensare in grande -
nessun argomento consolatorio n rinfrancante, nessun aforisma
lenitivo - penso in piccolo. Lo lascio come cibo per gli uccelli,
i roditori, gli insetti. Mi  vicino, ma  morto.
Sar Capodanno. Mia moglie e io daremo una festa. Mio fratello non ce la far a venire. Telefoner per dire che il gatto di nostra
madre, un gatto nero di vent'anni con una coda conciata, 
in preda alle convulsioni. Le sue pupille sono dilatate, il corpo
straziato dagli spasmi. Mio fratello porter il gatto dal veterinario.
Il dottore suggerir di sopprimerlo, di liberarlo da un'inutile
sofferenza. Mio fratello penser che i vecchi gatti fedeli non
dovrebbero morire con un'iniezione. Riporter il gatto a casa.
Mi seder con mia madre sul suo letto. L'aiuter ad avvolgere
il gatto in un asciugamano. Lei lo culler tra le braccia.
Riempir d'acqua una scodella fino all'orlo e la porter alla
bocca del gatto e allorch lui si rifiuter di bere, immerger un
polpastrello nell'acqua, lo avviciner alle labbra del gatto e lo
far bere, una goccia alla volta, attraverso i denti serrati. Lui si
irrigidir negli accessi che si susseguiranno di minuto in minuto.
Negli intervalli si terr aggrappato, in attesa della successiva
contrazione. Si dimenticher come si fanno le fusa. Mia madre
mi guarder e dir: Pensavo che me ne sarei andata prima di
Cubby. Le lacrime le riempiranno gli occhi. Prover il desiderio
di veder morire quel gatto. Immaginer di prenderlo dalle
braccia di mia madre e di portare il suo piccolo corpo rigido alla
discarica. Prover il desiderio di metter fine a quella storia.
Penser di poter essere capace di uccidere quel piccolo bastardo.
Con le mie stesse mani. Sar l'unica cosa ad accrescere la
sofferenza di mia madre.
Un mese pi tardi Cubby avr imparato di nuovo a camminare.
Sar emaciato, ma in fin dei conti solo un vecchio animale
malconcio. Anche mia madre sar ancora viva. Avr insegnato
al gatto come stringere le zampe sul cibo per gatti che mia
moglie le compra da Albertson's. Mi guarder dopo che Cubby
si sar esibito nel suo esercizio. La sua faccia scavata si allargher
in un sorriso. Il tubo per l'ossigeno fischier. I suoi capelli
saranno sciolti, sparati in alto in modo innaturale dopo
aver dormito tutto il giorno su un fianco, con il gatto allungato
contro la curva del suo corpo. Lei sollever il gatto sul letto
mettendoselo di fianco. Io sapr chi sono. La mia essenza ultima.
Avr dato un'occhiata alla nuvola nera in fondo alla mia
anima. Sapr di essere un uomo capace di uccidere un animale
ammalato. Sapr di essere un uomo ancora convinto che la sofferenza
sia innaturale.
Manco dal fossato bruciato da tre giorni. In questo arco di
tempo ha piovuto una sola volta, le nuvole sono venute e se ne
sono andate e il sole illumina la sponda rivolta a sud del canale.
Dato che mi sono spinto fin l penso che scivoler gi nel punto
in cui ho toccato con lo stivale il muscolo bruciato del piccolo
serpente. Sono curioso di controllare come procede il processo
di decomposizione.
Scopro che non c' pi, ma visto che sono l piego all'indietro
il capo e fisso le nuvole che corrono per la volta celeste. Mi
convinco che il serpente sia stato strappato o portato in volo in
qualche tana, o nido di animali vivi, esibito come trofeo, divorato
dai piccoli. Dato che sono beatamente fuori dalla catena
alimentare, immagino in vece sua, il pensiero mi soddisfa e mi
arrampico per tornare in superficie, ma me lo ritrovo tra i piedi.
 leggermente segnato, ma senza pi cenere. E grigio, e immobile,
penso, perch sono l io. Dietro di lui c' la sua compagna.
 tesa e pronta a scattare, forse perch non partecipa alla
sua prova; lui non  guarito dalle ferite. La lingua della sua
compagna assapora l'aria tra di noi, mentre la testa oscilla lentamente
da una parte all'altra.
Io prender le mani di mia madre. Lei si seder sul bordo del
letto. Io mi alzer e indietregger, le tirer le mani, la regger
sotto le ascelle finch non la sentir stabilmente in piedi. Mi
girer lentamente e lei terr le mani su di me fino a quando non
mi sar voltato completamente, mostrandole la schiena. Lei mi
metter le mani vicino al collo, sulle spalle, spingendo verso il
basso per raggiungere la posizione eretta. Appogger la fronte
contro la mia schiena, tra le mie scapole.  cos che la sosterr. Io
mi muover in avanti. Lei mi seguir, mezzo passo alla volta. Ci
muoveremo cos, in questo goffo tandem, intorno ai piedi del
letto fino al vaso da notte. Lei abbasser l'elastico dei pantaloni
lungo le gambe. Io l'aiuter ad accomodarsi sul vaso.
Sono davvero stanca dir. Avr l'aria stanca. Il suo viso
sar grigio, gonfio, inanimato. Il tubo dell'ossigeno avr scavato
le sue guance. La piega che le correr dalla parte alta delle
orecchie fino ai lati delle narici le ombregger il volto. I suoi capelli
avranno bisogno di essere lavati. La felpa che s'infiler
sulla giacca del pigiama sar logorata sulla spalla. Ho bisogno
di farla finita dir. Non  l'effetto della morfina. Sono io che
sto parlando.
Io far cenno di s con la testa perch non avr il coraggio di
obiettare. Far segno di s con la testa perch cos potr evitare
di chiedermi se anch'io ho bisogno di farla finita.
Lei mi guarder. Il suo sguardo sembrer sfuocato, lacrimoso.
La sua concentrazione effimera, capricciosa. Io m'inginocchier
davanti a lei. Le terr le mani. Ascolter il rumore dell'urina
che gocciola nel vaso. Sto provando dir. La
mancanza di ossigeno e il dolore detteranno frasi brevi. Parole
attentamente selezionate: Credo di poter vivere altri due mesi.
Questo la sposser.
L'aiuter a rimettersi in piedi, la far appoggiare al mio petto,
le tirer su i pantaloni. Far scorrere i pollici lungo l'elastico per
sincerarmi di non averlo arrotolato. La sosterr riaccompagnandola
a letto, accender la macchina che rilascia la nebbiolina che
le dilata momentaneamente i polmoni spugnosi. Lei si metter a
posto. Non voglio morire se tu prima non finisci il libro mi
dir. Cercher di sorridere. Nella sua espressione si legger
unicamente un fatto determinato, nessuna traccia di martirio. Mi
ricorder di averle detto che la data ultima per la consegna al mio
editore sarebbe stata esattamente due mesi dopo.
Ti voglio bene mi dir. Non sono sicura che puoi finire e
sapere che anch'io sono finita. Mi chiner ad abbracciarla. La
bacer sulla fronte. La sua pelle sar fredda, bagnata. Sollever
le mani e mi taster le costole una a una, intimamente, riconoscendole.
Ricorder che  stata lei a generarmi. Si prender un
momento per godere della sua creazione, soddisfatta perch
dopotutto la sua vita  valsa comunque a qualcosa.
Le dir che ha fatto un uomo pi forte di quanto possa immaginare.
La bacer di nuovo e mi scuser. Percorrer il corridoio
e andr in bagno. Chiuder la porta e mi seder sul bordo
della vasca e pianger a dirotto. Star attento a non farmi sentire.
Non pianger per il dispiacere. Pianger per la sua volont
di soffrire perch io possa andare avanti. Pianger perch questa
brava, anziana donna  mia madre e si aspetta che io tiri
fuori, respiro dopo respiro, dilatando la cassa toracica, i doni
che mi ha dato e li diffonda per il mondo.
Guardo in cielo e torno ai serpenti, e di nuovo in cielo. Mi sento
denudato, drammaticamente senzatetto, e sono immediatamente
consapevole di esserlo stato fin dal giorno della mia nascita.
Improvvisamente sono sicuro che tutti noi siamo transitori fino a
quando non moriamo.
Mi piego all'altezza della cintura sopra la coppia di serpenti.
I loro occhi seguono ogni mio movimento. La femmina scivola
contro il suo compagno ferito e io desidero che il fossato sia
profondo abbastanza da nascondere la mia vergogna. Le dico
debolmente che non l'ho salvato, che non ho alleviato la sua
sofferenza, perch non credevo di poterlo fare. Le dico che'sono
diverso da un serpente. Le parlo ancora, e con voce pi alta,
confessando la mia paura dei serpenti. E poi struscio lo stivale
per terra per farli muovere. Non voglio testimoni ai miei crimini:
sento di non essermi ancora guadagnato la mia morte. Il timore
di aver vissuto una vita senz'attenzione si spande certe
notti sopra di me come una fiamma liquida: ustionante come i
fuochi che ripuliscono questi fossati per la loro acqua pura.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Sono debitore a mia moglie Virginia per i suoi illuminanti suggerimenti e l'incessante revisione del manoscritto; a Terry Tempest Williams per la sua guida e per il suo incoraggiamento, a Jennifer Brice, Pam Painter e Teresa Jordan, per le loro attente letture, i commenti ponderati e l'entusiasmo; a Deborah Clow
del Northern Light, e Nancy Cash, e alla gente della Tehabi Books, per aver ospitato i miei primi saggi; a John Giarrizzo, per la sua amicizia e il delizioso quadro; e ringrazio della rara fortuna che ho avuto a incontrare Dawn Marano, il mio scrupoloso e generoso editore.
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FINE.